CULTURA

 

Il cinema non addomesticabile


Esercito rosso – PFLP: Dichiarazione di guerra mondiale.


Nel 1971 Oshima, Masao e Wakamatsu , giovane talento cinematografico formatosi nell’università della strada, seguace di Jean Genet, a sua volta amico e collaboratore di Oshima e Adachi, intellettuali della nuova sinistra, che davano chance alla soggettività desiderante e combattente, sganciandosi dalla tradizionale sottomissione ai ‘’principi di autorità’’ familiare, etnica, politica, religiosa e rivoluzionaria, furono invitati al Festival di Cannes alla ‘’Settimana dei registi’’. Nel 1967 Genet in Giappone partecipò alle campagne antimilitariste contro l’attracco delle portaerei militari americane nel porto di Sasebo, si impegnò nelle manifestazioni per i contadini di Sanrizuka, protestò contro un progetto di esproprio delle terre, fu coinvolto negli scontri studenteschi, al fianco degli Zengakuren, verso cui Mishima provava una passione iconoclasta. Genet si lasciava alle spalle ‘’il mondo ebraico-cristiano’’. Giappone, Palestina e Marocco furono un punto chiave nell’opera di continuo spaesamento di Genet, dalla fine degli anni Sessanta, dopo il suo incontro con il Maggio francese e con i palestinesi, il suo scontro con Sartre. Il materialismo ossessivo assunse la forza di un disperato misticismo, che accomunava Genet e Mishima, entrambi alla quiete di Andrè Gide. Legati da un’esistenza segnata dal rifiuto e da un’opera cresciuta sotto l’ombra del desiderio di morte, il sesso istituiva per loro un vincolo a cui si legarono, per tenere a bada la morte. Se Genet si liberò di Gide, Mishima non si liberò di Genet. Generiche le accuse di antisemitismo, di ‘’mistica del vuoto’’ o di ‘’estetica fascista’’ dallo storico psicologizzante Ivan Jablonka.
Sulla via del ritorno Wakamatsu, con l’amico e collega Adachi Masao, con cui aveva iniziato un sodalizio, come sceneggiatore, dal 1966, andarono a Beirut e girarono in Libano ed in Palestina, il film-documentario sul conflitto israelo-palestinese e sulla situazione politica mediorientale, ’’Sekigun – PFLP : sekai senso sengen’’ (Esercito rosso – PFLP: Dichiarazione di guerra mondiale), coprodotto dai membri dell’Armata Rossa giapponese, (legata all’etica samurai nel suo programma), dalla sua fondatrice Shigenobu Fusaku, figlia di un professore di scienze militante di un gruppuscolo di estrema destra prima di aderire al Partito Comunista Giapponese, e dal PFLP di George Habbash, di indirizzo marxista-leninista, che ampiamente la finanziava, addestrava e armava fino al suo scioglimento il 14 aprile 2001. Shigenobu fu arrestata ad Osaka il novembre 2000, si credeva vivesse in Libano, fu condannata dal Tribunale di Tokyo nel febbraio 2006 a 20 anni di prigione per aver orchestrato attacchi, rapimenti e dirottamenti, pianificando il colpo del ’72 al Lod Airport. Un anno prima Godard era andato in Palestina con il gruppo Dziga Vertov. Ma ‘’Jusqu’ à a victorie’’ girato per Al Fatah non vide mai luce, parte del materiale girato fu riutilizzato anni dopo in ‘’Ici et ailleurs’’. Il movie di Adachi e Wakamatsu è un documento prezioso, uno sguardo dall’interno concentrato sulla lotta armata internazionale dell’inizio degli anni Settanta. Il film inizia con le immagini dell’esplosione di uno degli aerei dirottati nel settembre 1970 nel deserto della Giordania, primo atto clamoroso del FPLP o PFLP che porta l’attenzione internazionale sulla questione palestinese. Si alternano interviste a guerriglieri, uomini e donne, come Leila Khaled, insieme aWakamatsu, che teorizzano l’internazionalizzazione della rivoluzione anticapitalista e imperialista e si richiamano ai Vietcong, alle Black Panthers, ai Tupamaros (gruppo di guerriglia urbana uruguayana), cartelli che sintetizzano i principi della lotta e momenti di vita quotidiana al campo di addestramento: preparazione dei pasti, caricamento delle armi, esercitazioni, lettura dei testi di riferimento del marxismo-leninismo. Le note dell’Internazionale fanno da colonna sonora. Un documento rarissimo, che segna in profondità la vita dei due autori: Masao Adachi, seguì la causa del FPLP, Wakamatsu tornò in Giappone. Adachi gli avrebbe detto: ‘’Tu devi continuare la tua azione politica attraverso il cinema’’, ma a causa del film fu perquisito decine di volte, arrestato in Francia e in Russia e colpito dal divieto di soggiorno negli U.S.A.. Proprio in quanto documento eccezionale, ‘’Armata Rossa/FPLP’’, film politico privo di sesso, è stato presentato a Parigi nel 2006 nel Festival ‘’Sex is politics’’. Il suo progetto nacque dopo aver che Wakamatsu aveva girato un film commerciale ‘Kamasutra’’ nel ’70 dal libro sacro hindi, che ha fatto degli ottimi incassi. Chiese ad Adachi cosa ne facessero dei soldi, gli rispose di andare in Palestina. A Cannes Wakamatsu aveva presentato ‘’Sex Jack’’ e ‘’La Vierge violente’’ alla Quinzaine des realisateurs. Sapevano Shigenobu a Beiruth, già conosciuta nei bar di Shinjuku, dove Wakamatsu andava con Oshima, e lì Shigenobu raccoglieva fondi per l’armata Rossa con il suo cappello. Adachi: ‘’Neppure Godard è riuscito a fare un film in Palestina’’. Dopo una settimana a Beiruth contattarono la FPLP. Interviste nei campi di Chatila, in Siria nella pianura del Golan e in Giordania sulle alture di Jarash. Lì incontrarono il commando della guerriglia. Erano i primi stranieri su quelle montagne. Il loro capo chiese loro: ‘’Se vi trovate di fronte al nemico prendereste il fucile o la macchina da presa?’’. Per far bella figura Wakamatsu rispose: ‘’il fucile’’. Allora requisirono loro il materiale e li obbligarono a seguire le esercitazioni. Vissero per due settimane così, un giorno un commando disse loro che potevano filmare ciò che volevano in una giornata e concessero loro le interviste, ma imposero di andarsene la sera. Girarono e la sera organizzarono una cena di addio. Ripartirono per la Siria e per Beiruth. Un mese di totale permanenza. Giorni dopo videro in prima pagina una foto di molte persone che avevano incontrato, membri della guerriglia, impiccati dall’esercito di Giordania e di Israele. Capirono del perché della loro partenza affrettata la sera. Il capo assassinato dall’esercito israeliano nel 2004, era stato informato della possibilità di un attacco. Wakamatsu capì di essere stato ingannato da Adachi e che aveva sbagliato a partire per ragioni economiche e che bisognava portare il girato in Giappone per far conoscere il problema della Palestina. Tornarono in Giappone passando per la Francia e Adachi rimase altre due settimane per far riprese di paesaggi. Wakamatsu svergognò di essere partito pensando al guadagno; le sue opere cambiarono in seguito. Girò ‘’L’estasi degli angeli’’, film aggressivo. Nessuna società di distribuzione voleva più i suoi film con il susseguirsi di atti di terrorismo, dirottamenti di aerei. Avevano paura di lui. Ma non ha rimpianti di aver girato il documentario. All’inizio del film c’è l’esplosione di uno degli aerei dirottati nel 1970 nel deserto giordano. L’immagine fu procurata dall’ufficio stampa del FPLP, dal romanziere e poeta Ghassan Kanafani, ucciso da un’autobomba con la figlia di 17 nel luglio 1972. Adachi si occupò del montaggio, costruendo il film seguendo le sue idee politiche e occupandosi del suono in post-produzione. Wakamatsu si occupò delle questioni finanziarie e organizzative: comprò un pulman con cui fecero una tourné di sei mesi per proiettare il film e trovò i soldi per affittare lo studio di montaggio. Furono aiutati da Ozo Okamoto, che partecipò all’attentato dell’aeroporto di Lod di Tel Aviv ed oggi è rifugiato politico in Libano. C’era Haruo Wako, che poi ha partecipato alla presa di ostaggi all’ambasciata francese dell’Aia, in Olanda ed è ancora sotto processo. Molti di loro detestano Wakamatsu. Poi il film fu proiettato in alcune Università. Il film li fece entrare in contatto con quella parte di movimento rivoluzionario giapponese che aveva scelto la lotta internazionalista al fianco del popolo più oppresso ed indifeso, che compiva azioni disperate, sull’orlo del suicidio (dirottamento di aerei, sequestri) per far sentire al mondo di esistere. La lotta contro l’imperialismo americano, il sionismo e lo stato di Israele. L’Armata Rossa Sekigun-ha era un’organizzazione clandestina armata nata nel 1969 dalla fusione di quattro gruppi studenteschi della sinistra rivoluzionaria: Chukaku; Kuhohern; Kehin Ampo; Kakam aru. Di ispirazione maoista ed antiamericana, per la rivoluzione proletaria in Giappone e, poi, internazionale con la Nihon Sekigun nel 1971.

Adachi propose a Wakamatsu di fare un reportage. L’idea ed intenzione originaria di Adachi era quella di girare un documentario sulla Palestina che avrebbe potuto fruttare dei buoni guadagni, una specie di scoop giornalistico, vendibile alle televisioni. Quello che accadeva in Libano era sconosciuto al grande pubblico, l’attenzione mondiale era tutta puntata sul conflitto in Vietnam. Novità senza concorrenti. Lo scopo originario era solo lucrativo. Wakamatsu era all’oscuro della questione palestinese, fece ricerche, non sapeva che il suo favorito, il marxista Jean-Luc Godard aveva diretto un film sulla Palestina ‘’Ici et ailleurs’’. Wakamatsu e Adachi ebbero il permesso di restare per un mese, impegnati in un vero addestramento militare oltre che a filmare. I cineasti entrarono in clandestinità, combatterono in Palestina al fianco del FPLP, ma anche dell’O.L.P.. Scavarono trincee e impararono tecniche di guerriglia, e per un mese condivisero la lotta dei patrioti o ribelli (a seconda dei punti di vista) palestinesi. Per un solo giorno poterono dedicarsi alle interviste, materiale che poi unirono alle riprese girate sporadicamente durante quel mese. Alla fine del mese scesero dalle montagne e furono riaccompagnati a Beirut dai palestinesi. In seguito vennero a sapere che le stesse persone che li avevano scortati erano stati catturati e impiccati. Questo fatto tragico e i ricordi dolorosi di quel mese provocarono un cambiamento radicale nelle menti di Wakamatsu e Adachi. Il paesaggio aveva un’importanza particolare, girarono per tutti i campi del Libano, della Siria, della Giordania e ad Jarash che si trova su una montagna fra Palestina e Giordania. Questa montagna è attraversata da una serie di tunnel interminabili che i due registi aiutarono a scavare fra una ripresa e l’altra. Il comandante del campo disse loro: ‘’Volete girare un documentario, bene, ma prima come tutti gli altri aiutateci a scavare!’’. Wakamatsu, ridendo, esclamò: ‘’Guarda cosa mi tocca fare per girare un film!’’. Il film era una critica implicita alla politica del Nihon Sekigun e al suo mistico progetto di fondare un esercito. Il documentario è comprensibile nella turbolenza di un’era e nella lunga influenza duratura che ebbe sulla nazione. In Palestina la lotta armata non doveva essere separata dalla vita quotidiana del popolo, invece in Giappone successe l’esatto contrario: l’avanguardia rivoluzionaria creò un punto di vista separato dalla realtà delle masse una specie di ‘’elite della pistola’’. Adachi Masao è assertore della sovranità delle masse: il popolo può avere il potere perché già ce l’ha. Adachi collaborò nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina con l’intellettuale arabo palestinese Ghassan Kanafani assassinato con la nipotina l’8 luglio 1972 dagli israeliani, che scrisse gli aforismi letti in ‘’Armata Rossa/PFLP: una dichiarazione di guerra mondiale’’. Nei campi di battaglia vi erano militanti dell’E.T.A., dell’I.R.A., della R.A.F., delle B.R.. Il primo piano di giovani palestinesi maneggianti pistole era sufficiente ad eccitare i cuori dei giovani giapponesi di sinistra al tempo; la tesi avocata, basata sul dogma che il potere politico si incrementava dal container di un’arma. Questo era evidente per le Frazioni Armate Rosse, con molti tentativi di rubare armi dai box della polizia nel paese. Il documentario assunse un nuovo aspetto: non più uno scoop giornalistico, ma un documento dal marcato valore politico. In patria il prodotto non trovò mercato; i due cineasti proiettarono il filmato nelle università e adibirono un autobus a sala cinematografica itinerante. In seguito svilupparono il movimento delle ‘’Truppe di proiezione dell’autobus rosso’’ che girò in Giappone proiettando il film ovunque, nelle palestre, nelle piazze. Attivista, Adachi ideò e praticò varie teorie sull’espressione e proiezione cinematografica.
Nel 1974 lasciò il Giappone, apparentemente disilluso dalla direzione lungo la quale il cinema commerciale del paese era condotto. Tornò a Beirut e si unì alla rivoluzione palestinese, ‘’esiliato’’ in Libano. Aveva collaborato con la ‘’Writer Union of Palestine’’; conosciuto in Palestina a Shabrashati nel 1982 il riservato francese Genet e l’attrice inglese Vanessa Redgrave, che rimase con loro fino alla fine dell’evacuazione palestinese dal Libano, tre mesi di resistenza circondati; nello stesso camion con le mani in segno di vittoria, gridava ‘’Israele non ci distruggerà!’’. Le sue attività furono rivelate il 1997, quando, dopo aver risieduto in Libano per 28 anni, fu arrestato, per violazioni di passaporti falsi ed aver dato ai funzionari giapponesi un falso nome al momento di entrare in Cecoslovacchia nei tardi anni ‘80, semplicemente perché non poterono trovare qualcos’altro su lui (presumibilmente membro dell’Armata Rossa giapponese che non è un crimine in e per se stesso, secondo alcuni) dalle autorità libanesi insieme ad altri tre attivisti dell’Armata Rossa Giapponese. Adachi sposò, a 61 anni fuori la prigione di Roumieh, nel 2000 una bella libanese, che era stata arrestata tre anni prima con lui, vestito in blu con una rosa rossa all’occhiello. Incarcerati, condannati nel settembre 2001 a quattro anni, ridotti a 18 mesi e spediti in Giordania, ove le autorità li respinsero; dopo il suo rilascio fu espulso e concessa l’estradizione, deportato in Giappone via Giordania, dove fu riarrestato per altre violazioni di passaporti e processato per terrorismo, dopo essere stato trattenuto per un anno e mezzo fu condannato e rilasciato sulla base del tempo che aveva già scontato. Dopo due anni di carcere, liberato nel 2004, pubblicò nel 2003 ‘’Eiga/Kakumei’’ (Cinema / Rivoluzione), un autobiografia della sua vita pubblicata dal critico cinematografico Go Hirasawa, sotto forma di interviste, in cui cinema e rivoluzione sono lo stesso movimento. Il filmare è un atto di rivoluzione, il rapporto tra il proprio lavoro cinematografico, la sua personale politica e sistema di convinzioni sul mondo, la sua propria ideologia, azioni, il processo di traslare il suo pensiero negli scritti. Esplora questi rapporti nei suoi film e attraverso il processo di filmare stesso. Non vi è conflitto o antinomia tra il suo lavoro cinematografico e le attività nella rivoluzione. La rivoluzione, per esperienza, non è divisa dal cinema, molte differenze vi sono tra rivoluzione e riformismo sul modo verso la fase finale di questa rivoluzione. Il suo lavoro in campo cinematografico è un processo di rivoluzionare sé stesso, e in questo modo il suo cinema resterà indipendentemente in relazione alle attività della rivoluzione. L’intero processo filmico di portare un’idea allo schermo, cerca di confrontare i problemi degli eventi correnti recenti e le situazioni, e riassume le sue proprie convinzioni politiche e convinzioni teoriche, e guarda indietro alle sue attività del passato. Il significato ‘’Eiga/Kakumei’’ è che ogni cosa è collegata al suo lavoro di cinema, e niente è isolato da quello, ma tutto quello di questi rapporti sono incarnate nelle sue immagini cinematografiche. La parola rivoluzione è intesa dal regista in senso generale, come dichiarato in un’intervista (internet Mignight Eye, 2008), indi sui movimenti rivoluzionari in campo politico ma anche nelle arti ed altre aree socio-economiche. La sua idea è che il mondo si muove su basi quotidiane ed è in periodo transazionale verso una rivoluzione finale dell’umanità ad ogni livello. Il suo uso delle parole non è limitato ad ogni solo specifico significato. Masao è un surrealista alla Breton, non ha mai studiato i testi marxisti-leninisti, ma solo letti come quelli di Osamu Dazai e del ‘’tradizionale’’ Yukio Mishima, per divertimento. Nelle basi militari in Palestina li rilesse nel tempo libero, come punto di partenza, per lui, da lì è necessario andare avanti e ricreare sé stessi. Per lui la parola rivoluzione è intesa in senso generale, riguardante i movimenti rivoluzionari in campo politico, ma anche nelle arti ed altre aree socio-economiche. La sua idea è che la parola sta movendo su una base quotidiana ed è in un periodo di transizione verso una rivoluzione finale dell’umanità ad ogni livello. Il suo uso della parola non è limitato ad ogni specifico significato.
Anche Wakamatsu fu estradato e poi imprigionato in Giappone, dove vive da qualche anno in stato di semilibertà; oggi non può avere il visto d’ingresso negli U.S.A.; il ricordo di quel mese di guerriglia è vivo nella sua mente. Ricorda di quando fece visita al feretro del regista neorealista Fukasaku Kinji (morto di cancro nel 2003). Il suo viso, nella rigidità della morte, era quello di una persona serena, una persona che aveva vissuto una vita felice. Questo gli fece tornare in mente i volti dei cadaveri del conflitto in Libano. Volti che erano segnati dalla sofferenza e dalla tragedia. Dei volti molto diversi da quello dell’uomo che aveva davanti.


Antonio Rossiello


28/11/2009


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