CULTURA

 

ARCHEOLOGIA CRISTIANA

Dalla Chiesa delle origini al “papa a nemine iudicatur”


Damaso, Simmaco e i Gesta romanorum pontificum


Parte seconda


di Giuseppe Biamonte

Adeo maxima quaeque ambigua sunt, dum alii quoquo modo audita pro compertis habent, alii vera in contrarium vertunt, et gliscit utrumque posteritate.
TACITO, Annales, Libro III, 19
[Incertissimi sono i più grandi avvenimenti, c’è chi accoglie come fatti le chiacchiere vane, c’è chi volge in menzogna i fatti reali, e così con l’andar del tempo cresce la chiacchiera e la menzogna. Trad. da C. Marchesi, Storia della letteratura latina, Milano 1965, p. 309.]

Dopo quanto detto sul soggiorno petrino nella prima parte del nostro intervento (cfr. Rinascita n. 19 del 03.02.09), a commento delle molte approssimazioni e delle faziose forzature contenute nell’articolo sui falsi religiosi a firma Lucius Quirinus, apparso su Rinascita n. 230 del 16.12.08, la panoramica sulle antichità paleocristiane prosegue con l’analisi del contestato Liber Pontificalis e delle discusse vicende che, tra IV e VI secolo, videro come protagonisti due tra i più importanti pontefici della cristianità antica: papa Damaso (366-384) e papa Simmaco (498-514).

Liber Pontificalis
La più nota tra le fonti letterarie della Chiesa di Roma è la lista dei pontefici o Gesta romanorum pontificum, meglio conosciuta come Liber Pontificalis, che contiene le biografie dei papi da Pietro a Martino V (1417-1431). L’autore dell’articolo più volte citato stronca inesorabilmente tale documento definendolo “un falso che si aggiunge alla vasta serie delle spudorate falsificazioni Simmachiane”, come se si trattasse di un centone costruito a tavolino dai due “diabolici” pontefici bersaglio della impietosa damnatio memoriae del nostro novello Nero redivivus (ergo, Simmaco avrebbe continuato l’opera di falsificazione del documento inaugurata dal suo lontano predecessore). In effetti, fino agli approfonditi e risolutivi studi di Louis Duchesne (cfr. Le Liber Pontificalis, voll. 2, Paris 1886-1892), questo importante catalogo era, a torto, ritenuto opera di un’unica mano. Di Damaso, precisamente, per le biografie che arrivavano fino al suo pontificato (366-384), e di un Anastasio bibliotecario -verosimilmente da identificare con il bibliothecarius Romanae Ecclesiae al tempo di papa Adriano II (867-872)- fino alla biografia di papa Niccolò I (858-867). In realtà la situazione è molto complessa e un’analisi superficiale e aprioristicamente ostile non aiuta la ricerca della verità storica. Per lo spazio che ci è concesso possiamo solo riassumere l’intricata questione rammentando che una prima redazione del citato documento, risalente al IV sec., è andata perduta a causa delle ben note vicende legate all’ultima delle tre grandi persecuzioni anticristiane: quella di Diocleziano degli anni 303-312, durante la quale fu altresì disposta dall’autorità imperiale la distruzione degli archivi ecclesiastici. Pertanto, benché siano pienamente attendibili i dati topografici relativi ai primi vescovi successori di Pietro, molto sommaria e incerta, per lo meno fino al V secolo, risulta la valenza di quelli storici, le cui fonti, per quanto sopra detto, dovevano fondarsi prevalentemente sulla tradizione orale. L’accuratissimo e circostanziato studio del Duchesne, oltre a stabilire che la compilazione della lista è opera di più redattori succedutisi nel tempo (presumibilmente funzionari pontifici della cancelleria), ha potuto ricostruire, per le biografie dei papi dalle origini fino all’VIII sec., la redazione più antica individuando tre compendi, definiti Epitome Feliciana (biografie fino al pontificato di Felice IV, 526-530), Epitome Cononiana (fino a papa Conone, 686-687) ed Epitome Costantiniana (fino a papa Costantino, 708-715). Inoltre per la compilazione della prima parte del Liber ci si servì in antico anche di un altro prezioso elenco di papi (che andava da Pietro fino a papa Liberio, 352-366) denominato Catalogo Liberiano.
Entrando nel vivo della querelle, per quanto riguarda sia l’asserzione quiriniana: “falsa è addirittura l’esistenza di alcuni di tali vescovi” sia la critica che il medesimo muove contro la gratuita attribuzione della qualifica di ‛martire’ o ‛santo’ alla stragrande maggioranza di episkopoi fino alla metà del IV sec., dobbiamo necessariamente rapportarci in prima battuta all’assetto organizzativo della Chiesa dei primi secoli a Roma. Di tradizione giudaizzante (chiara a tal riguardo è la testimonianza del Pastore di Erma, un importante e complesso testo in lingua greca), tale organizzazione prevedeva, come ha magistralmente documentato l’autorevole studioso Manlio Simonetti, un governo di tipo “assembleare” (considerata anche la molteplicità delle etnie all’interno della comunità romana) formato dal collegio dei presbiteri. Situazione opposta era invece quella vigente nella Chiesa orientale, strutturata per l’appunto sul governo di un solo episkopos, un vero e proprio monarchos dal quale dipendeva, in via subordinata, l’intero consesso presbiteriale. È in questo contesto multietnico che nell’Urbe hanno facile attecchimento orientamenti dottrinali diversi, soprattutto di provenienza orientale, conosciuti come eresie o errori, fra cui, nel II sec., ebbe grande rilevanza lo gnosticismo. All’idea degli gnostici riguardo alla successione e alla tradizione apostolica, che essi ritenevano segreta e riservata a pochi eletti, i rappresentanti della Chiesa ufficiale di Roma contrapposero il concetto di tradizione palese. Allo stesso tempo, per sancire la vera successione apostolica, si avvertì la necessità di opporre ai personaggi di dubbia storicità suggeriti dagli gnostici, una lista di “vescovi” ufficiali, i cui nomi furono probabilmente scelti, visto il sistema organizzativo di tipo collegiale allora vigente, fra quei presbiteri che la comunità riteneva essere i più dotati di autorevolezza e rappresentatività. Sono questi giustappunto gli episkopoi dei secoli I e II, i cui nomi (Lino, Anacleto o Cleto, Clemente, Evaristo, Alessandro, Sisto, Telesforo, Igino, Pio, Aniceto, Sotero), tramandatici da Eusebio di Cesarea (Hist. Eccl. 4, 22, 1-3) e da Ireneo di Lione (Adversus haereses, III, 3, 3), non solo formarono le prime biografie dei successori al soglio di Pietro bensì entrarono anche nella liturgia. L’aura di eroicità che circondava i primi testimoni e confessori della fede cristiana nel contesto storico-religioso dei primi due secoli dell’impero, all’interno del quale non mancarono provvedimenti persecutori, anche se sporadici (esempi significativi sono quelli relativi a Nerone e Domiziano o, nel 167 a Smirne, sotto Marco Aurelio, o ancora, agli inizi del III sec., sotto Settimio Severo, questi ultimi alimentati dalla fanatica intolleranza di frange del paganesimo, fino alle repressioni al tempo di Massimino il Trace che precedettero le due grandi persecuzioni della seconda metà del III sec., sotto Decio e Valeriano, e l’ultima, la più terribile e cruenta, sotto Diocleziano) soprattutto ad opera di “zelanti” governatori provinciali, non poteva certo essere estranea ai protagonisti dei gesta romanorum pontificum. Al tempo della pace della Chiesa, infatti, essi vennero annoverati fra i martyres della fede usque ad effusionem sanguinis. Ma proprio a questo riguardo sono difficilmente verificabili e storicamente incerti (non solo per i dati cronologici) molti dettagli che li riguardano, in primis la qualifica di ‛martire’ loro attribuita sia dal Liber Pontificalis che dal Communicantes del canone romano (per molti di essi manca anche una tradizione agiografica). È per questo motivo che per la maggior parte dei succitati e di altri loro successori del II secolo, per i quali la notizia relativa al loro martirio evidenzia discordanze nei vari documenti liturgici (martirologi, Catalogo Liberiano, Liber Pontificalis, etc.) la Chiesa cattolica ne ha prudentemente espunto la commemorazione dal Calendarium Romanum emanato nel 1969.

La sedes apostolica al tempo di Damaso e Simmaco fra scismi, eresie e ingerenze del potere imperiale
Per tutto il IV sec. solo ai martiri era riservato l’onore del culto, anche se nella liturgia della messa, con la lettura delle liste più antiche che riguardavano le commemorazioni dei papi (Depositio episcoporum) e dei martiri (Depositio martyrum), iniziavano a sfumare le linee di demarcazione che avevano fino ad allora contraddistinto il significato di martire e quello di santo non martire. Agli inizi del secolo VI si era pervenuti ad una loro sostanziale equivalenza. Dunque, nel concetto di santità, di valore semantico indubbiamente più ampio rispetto a quello contemporaneo, nel quale, oltre a specifiche connotazioni di natura religiosa, era anche annoverata l’accezione generale di pratica delle virtù e di grandezza e fermezza morale e spirituale secondo i canoni classici (a tale questione ho accennato in un mio saggio di qualche anno fa in “Sangue e antropologia nel Medioevo”, Edizioni Primavera 92 p. 668), entrarono a pieno diritto quelle figure di pontefici, come nel caso di S. Damaso e di S. Simmaco, che con il loro operato, benché discutibile sotto molteplici altri aspetti, riuscirono a mantenere saldo il timone della Chiesa in tempi di esasperate dispute religiose in seno alla stessa ortodossia cattolica, di pesanti intromissioni del potere imperiale e di perigliosi attacchi da parte delle dottrine ereticali. Probabilmente nato a Roma e non nella penisola iberica come a torto recita il Liber Pontificalis (natione Spanus), Damaso può essere considerato una pietra miliare nella storia della Chiesa, soprattutto per l’ostinata affermazione della sedes apostolica e per l’appassionato programma ideologico sul culto dei martiri (fu compositore di elogia ed epigrammata, riportando in auge il ritmo dell’esametro eroico virgiliano, estimatore dei gesta martyrum, presentati alla plebs Dei come exempla virtutis e instancabile ricercatore e restauratore dei sepolcri venerati, oltre che grande promotore di fondazioni di basiliche e santuari martiriali), così come Simmaco lo sarà per la sua accanita lotta contro il monofisismo e per la sua strenua difesa della primazia assoluta di Roma. I gravissimi torbidi dell’epoca di Damaso, sfociati in episodi, ripetuti nel tempo, di autentica guerra civile, avevano avuto tragici antefatti al tempo del suo predecessore Liberio e dell’antipapa Felice II (non Feliciano come erroneamente riportato dal Quirinus). Tali divisioni all’interno dell’apparato ecclesiastico erano oltremodo fortemente alimentate dall’ingerenza del potere civile nelle questioni dottrinali (significativo è per esempio l’appoggio dell’imperatore Costanzo agli ariani). Va a tal proposito rimarcato che, a partire da Costantino e almeno fino al regno di Teodosio, il potere imperiale ebbe sulla Chiesa il primato assoluto, imponendosi pesantemente sulle questioni conciliari, dottrinali e di successione. L’antagonismo tra Damaso e il suo rivale Ursino, le cui reciproche responsabilità nei sanguinosi accadimenti, così come la sequenza dei fatti e la stessa questione cronologica riguardante la legittimità per la successione pontificale, sono difficilmente ricostruibili a causa della faziosità delle fonti, sia riguardo all’uno che all’altro partito. Più favorevole a Damaso il Liber Pontificalis, pro ursiniani i Gesta inter Liberium et Felicem episcopos, un libellus scritto nel 368 da un irriducibile avversario di Damaso. Qui vi sono narrati i fatti che riguardarono il conflitto tra il partito di Damaso e quello di Ursino, con particolare risalto agli scontri avvenuti nelle basiliche romane (Iulii, poi S. Maria in Trastevere, Liberii, poi S. Maria Maggiore e S Agnese sulla via Nomentana) tra le fazioni in lotta. Non potendo entrare nel dettaglio dei numerosissimi avvenimenti, vale la pena ricordare solo un ultimo episodio: Damaso, divenuto oramai il legittimo pontefice, fu oggetto, nel 371, di un nuovo insidiosissimo attacco da parte di un partigiano di Ursino, un ebreo di nome Isacco convertitosi al cristianesimo e successivamente apostata. Accusato di essere il diretto responsabile dei fatti di sangue contro gli ursiniani e sottoposto a processo, Damaso fu prosciolto da tutte le accuse, definite espressamente nel rescritto “turpissimae calumniae”, mentre al suo accusatore venne comminato l’esilio in Spagna. Durante il suo pontificato non mancarono, comunque, attriti e contrasti con l’autorità dell’imperatore, in particolare sotto Valentiniano I, ma anche durante il regno di Valentiniano II, Teodosio e Arcadio.
A distanza di oltre un secolo dal pontificato di Damaso un nuovo scisma, denominato laurenziano, sull’onda della frattura in atto fra Occidente e Oriente a causa dello scisma di Acacio, patriarca di Costantinopoli, scosse profondamente la comunità ecclesiale. Simmaco e Lorenzo furono i protagonisti di una doppia elezione papale. Anche in questo caso l’ingerenza imperiale in materia religiosa (l’imperatore Zenone, con un’apposita legge, conosciuta con l’appellativo di Henotikon, era intervenuto per dirimere questioni dottrinali, apportando al contrario ulteriori motivi di discordia e di divisione all’interno della Chiesa) aveva creato l’antefatto per una durissima contrapposizione tra le due fazioni rivali, che vide momenti drammatici di ineffabili scontri e violenze. Al tempo dei fatti in esame (periodo di reciproca tolleranza religiosa tra ariani e cattolici che precedette la cosiddetta guerra greco-gotica) governava l’Italia il re dei Goti Teodorico, di fede ariana. Sostenuto soprattutto da una forte base popolare e dal giudizio a lui favorevole del re goto (per questo Simmaco fu accusato anche di corruzione), al quale si erano rivolte le due parti in causa, Simmaco fu alla fine riconosciuto come il legittimo successore al soglio di Pietro. L’antipapa Lorenzo, che sedette sul seggio pontificio per quattro anni (dal 502 al 506), si ritirò definitivamente dalla scena. Anche in questo caso, come per Damaso e Ursino, le fonti sono di parte. Pro Simmaco il Liber Pontificalis, filolaurenziano il racconto degli avvenimenti del Fragmentum Laurentianum. Sottoposto a processo dal sinodo dei vescovi (un unicum nella storia della Chiesa), convocato dallo stesso Teodorico su istigazione della fazione a lui avversa (gli si imputavano vari illeciti, sia di natura amministrativa, sia liturgica che morale), dopo lunghissime peripezie che videro minacciata persino la sua incolumità, Simmaco fu alla fine dichiarato dallo stesso sinodo non processabile, sancendo così il principio giuridico del “papa a nemine iudicatur”. L’aspra contesa tra le due fazioni generò anche il fenomeno dei cosiddetti apocrifi simmachiani. Diversamente da quanto affermato a torto dal Quirinus, che imputa alla sola strumentale macchinazione del papa sardo la creazione di queste contraffazioni, essi costituiscono una produzione di falsi storici, a partire dal 501, (Gesta de Xysti purgatione, Synodi de Sinuessanae de Marcellino papa, Gesta Liberii e Constitutum Sylvestri), che si rifacevano a periodi e a fatti dei secoli IV e V ritenuti fondamentali per la storia del cristianesimo, da attribuire a entrambi gli schieramenti in lotta tra loro con lo scopo di accreditare le proprie tesi pro o contro Simmaco e Lorenzo.
In conclusione vale la pena rammentare che quando ci si occupa di storia sarebbe bene lasciare le proprie convinzioni e i personali ideologismi, qualunque essi siano, distinti e distanti dai fatti storici, dando solo spazio ad una rigorosa e completa valutazione e interpretazione critica delle fonti, dei documenti e dei testi a nostra disposizione. Solo in questo modo si è in grado di produrre un sistema di ricerca credibile e inattaccabile sul piano dell’oggettività storica. Al contrario, come spesso accade nel caso di certi “studi” che riguardano la storia del cristianesimo, taluni autori sono più disposti ad avallare anacronistiche e settarie pastette pseudoscientifiche, pregiudizialmente anticlericali e falsamente laicistiche (incluse le psicosi satanistico-occultiste e i vaneggianti vagheggiamenti esoterico-paganeggianti), piuttosto che vagliare criticamente quanto viene loro propinato con la massima gratuità.


31/03/2009


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