NOTIZIE 2009



Mamma ho perso il liberismo

In questi tempi difficili, solo con i sacrifici, la dedizione e la solidarietà si può salvare il proprio lavoro

di Marco Cottignoli

La crisi del capitale globale è inevitabilmente esplosa, come era facilmente prevedibile. Ora, in tutto il mondo, si stanno cercando rimedi per arginare questo tonfo che non accenna a placarsi. Ci preoccupa che siano proprio gli stessi co-responsabili di tale crisi a ragionare su come uscirne. Mentre era evidente, a quelli con ancora un po’ di senso critico, che il bubbone sarebbe presto scoppiato.
Adesso, dunque, gli stessi che hanno accompagnato la crisi nel suo evolversi, parlano di segnali di ripresa. Quali sarebbero? Temiamo che certi dati che vedono una certa ripresa crescita azionaria ed economica non siano causati da uno sviluppo reale, ma da giochini di mercato alimentati con la solita abile destrezza. Dietro il patinato ottimismo, c’è lo spettro di una economia, in realtà, senza concreti segnali di ripresa. Perché la crisi economica in atto è un fatto serio, soprattutto perché affonda le proprie radici nel sistema stesso del capitalismo selvaggio e apolide finora dominante.
La situazione attuale è dunque il risultato ovvio delle politiche di Mercato attuate, a livello globale, senza ritegno alcuno. L’erosione continua delle tutele sociali, lo sfruttamento lavorativo, le delocalizzazioni, le forme contrattuali precarie, i licenziamenti coatti hanno provocato un abbassamento della qualità della vita in tutto il mondo occidentale; il credito al consumo, il minore potere di acquisto, le liberalizzazioni senza controllo, le bolle speculative hanno fatto il resto.
è veramente la fine del neoliberismo globalizzante o questo si sta già trasformando in qualcosa altro? Crediamo che il capitalismo liberista globale non abbia margini di miglioramento; non può trasformarsi in un improbabile economia sociale di mercato senza prima trasformarsi radicalmente. Chi può credere che il capitalismo non intenda perseguire il profitto a ogni costo e che non persegua una produzione ininterrotta per un mercato che deve essere, giocoforza, in continua espansione? Non è proprio questo capitalismo finanziario globale che cerca sempre nuovi spazi e nuove opportunità, che crea e impone nuovi bisogni, inseguendo i propri interessi, non certo quello dei Popoli e dei lavoratori? E su questi specula e si arricchisce? è proprio questo sistema economico che domina, svincolato da ogni norma, restrinzione o controllo, sostenuto dalle banche di tutto il mondo, assolutamente indipendente da ogni potere politico, che domina la finanza e il Mercato mondiale. Non è un caso che il lavoro sia sempre meno tutelato, che i salari si assottiglino, che il lavoro sia così deprezzato. Perfino l’Unione Europea, con notevole ritardo, si è accorta delle devastanti conseguenze nel tessuto sociale dei Paesi membri a causa della crisi in corso.
Poche settimane fa, durante la riunione dei Ministri dell’Economia dei 16 Paesi dell’euro e poi nel vertice dei Ministri dei 27 Paesi membri, si è preso atto che la crisi economica sta diventando “crisi sociale” con gravi ripercussioni sull’occupazione e sui disavanzi pubblici, soprattutto per i ceti più deboli. Almunia, in particolare, ha messo in guardia sul fatto che saranno 13 i Paesi dell’Unione che questo anno supereranno la soglia del 3% nel rapporto tra disavanzo e Prodotto Interno Lordo.
Juncker, Presidente dell’Eurogruppo, si è lamentato che il tasso di occupazione è “inquietante”, invitando le aziende a non ricorrere a licenziamenti e auspicando «la responsabilità sociale all’interno delle imprese». Tanta sensibilità sociale che poco si abbina con il documento finale che invita i Paesi europei, per migliorare i propri conti pubblici, a concrete riforme strutturali nei settori della previdenza (con l’aumento dell’età pensionabile) e della sanità (privatizzazioni) e anche nel mercato del lavoro (flessibilità )...

Corporativismo e socializzazione

In un contesto mondiale così ben disposto, con i poteri finanziari globali così saldamente al comando dei destini del mondo, cosa può sperare un cassaintegrato, un precario, un disoccupato? Opporsi decisamente al capitalismo globale significa mutare completamente prospettiva.
Il corporativismo e la socializzazione si oppongono decisamente al capitalismo, armonizzando tutte le forze lavorative, considerando lavoro e capitale in maniera non antitetica e ponendo il capitale a strumento del lavoro, non viceversa. Un’idea radicalmente contraria al mercatismo attuale.
La socializzazione è una società di uomini che amministra l’impresa attraverso un consiglio di gestione che utilizza il capitale per raggiungere non solo il bene comune, ma anche in nome della solidità e del progresso nazionale. Così, mentre oggi l’impresa è il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore e i lavoratori hanno con l’azienda solamente un rapporto di natura contrattuale, la socializzazione persegue un obiettivo totalmente diverso: conferire una struttura sociale alle imprese, dagli imprenditori ai lavoratori, generando tra loro un progetto di interesse comune; promuovere il lavoro in ogni sua forma in dovere e funzione nazionale, affinché esso non sia solamente un’attività “fisica” in vista di un salario.
Il lavoro e il capitale dunque diventano strumenti reciprocamente indispensabili per il benessere dei lavoratori e della Nazione. In questo contesto le corporazioni, composte sia da rappresentanti dei lavoratori sia degli imprenditori, condividono e programmano la conduzione produttiva ed economica. L’epilogo di questo processo partecipativo si conclude con la rappresentanza politica. I lavoratori “moralmente e tecnicamente degni”, cioè i migliori fra i rappresentanti del settore di appartenenza, siedono nel più importante Organo legislativo.
Anche se siamo molto lontani dalla socializzazione, la dichiarazione recente di Sacconi, che ha annunciato che davanti a questa crisi la soluzione possa risiedere nella partecipazione dei lavoratori non solo alla gestione dell’impresa, ma anche agli utili aziendali, è apparsa quantomeno interessante. Tuttavia, viste le aperture della Presidentessa della Confindustria, della maggior parte dei sindacati e pure del Presidente della Camera, qualcosa non torna. Non ci pare che questi soggetti, in questi anni, prima dell’inevitabile crisi del sistema, abbiano mai ponderato sulle conseguenze del proprio operato nel mondo del lavoro. Forse si sono distratti, ma ora non ci appaiono particolarmente credibili. Non sono quelli che fino a pochi mesi fa, per il bene dei lavoratori, appoggiavano politiche liberiste e contratti flessibili? Che gli stessi, ora, si ri-inventino, all’improvviso, una politica di partecipazione degna di questo nome, appare poco credibile. Senza contare che in Italia sono state decine le proposte di legge simili già presentate e tutte decadute anche per la diffidenza dei maggiori sindacati e delle associazioni imprenditoriali. Il fatto è che regolarmente, quando l’economia va in crisi, la partecipazione torna di moda per favorire ipotesi di risanamento e di salvaguardia di posti di lavoro. Non basta una verniciata di belle parole; la partecipazione alla gestione e agli utili, è un processo complesso che dovrebbe venire inserito in un processo temporale ben più lungo, non improvvisato. Basti considerare questo esempio: è veramente la forma ideale di partecipazione azionaria quella di legare, in una sola impresa, non solo il salario, ma anche, parte del proprio capitale di risparmio? Non è un rischio troppo alto?

“Lavora meno o ti licenzio”

Finora le soluzioni proposte per fronteggiare la crisi sono state molteplici: c’è chi ha proposto il blocco generale dei licenziamenti, chi un’indennità di disoccupazione, chi lo sviluppo di un grande piano di opere pubbliche. Finora il Governo, fra le altre, ha già incluso, tra le misure anticrisi, meccanismi temporanei di sostegno al reddito e la cassa integrazione. Ma l’Italia è vasta e variegata e, nel marasma del momento, troviamo anche situazioni quantomeno grottesche. Come il caso dell’ex indotto Buitoni in Valtiberina, dove dopo mesi di battaglie, i lavoratori del Ce.D.I., persa la vertenza per la riassunzione, non hanno ancora visto concretizzarsi nessun tipo di aiuto, fra le iniziative istituzionali di supporto al reddito. L’unica risposta sembrerebbe un prestito da parte della Provincia di 3.000 euro, da restituire dopo 6 mesi con un tasso di interesse del 3%... Di fronte al pericolo della disoccupazione e dell’indigenza, molti lavoratori e molte aziende si sono create nuove prospettive.
In uno stabilimento Fiat al Sud, per esempio, gli operai hanno accettato la settimana corta, 4 giorni di lavoro. Il vantaggio è palese: la possibilità di essere in cassa integrazione solamente 2 giorni la settimana invece di 5 farà perdere 100 euro al mese invece di 150-170, continuando però a maturare tutte le indennità.
Nel Trevigiano, invece, il vertiginoso calo di fatturato ha costretto la Plastal, nota industria per la lavorazione di componentistica in plastica per auto, a mettere 600 dipendenti in cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. Non solo. Dal momento che era sorto il bisogno di inserire alcune decine di operai in catena di montaggio ed essendo impensabile cercare nuovi assunti, ha chiesto ai suoi impiegati di unirsi agli operai e di lavorare anch’essi in catena di montaggio. Così, invece di rimanere a casa una settimana al mese in cassa integrazione, alcuni impiegati hanno accettato e, tra di loro, anche un dirigente.
In un momento di grave recessione, si stanno approntando nuove modalità lavorative che dimostrano fantasia e solidarietà fra lavoratori, sindacati e imprenditori. La massima seguita, ormai da molte centinaia di aziende italiane, è quella di lavorare tutti per non licenziare nessuno. All’Alfa Acciai, 740 operai lavoreranno per i prossimi 2 anni solo di notte e nei fine settimana, perché in quel lasso di tempo l’energia elettrica costa meno e permette l’abbattimento dei costi di produzione, per un totale di 31 ore la settimana invece di 40, ma pagate come se fossero 38. I soldi risparmiati serviranno a integrare i contratti di solidarietà.
L’Art Lining di Sant’Ilario d’Enza stava per fallire; è stata rilevata da una decina di dipendenti che ha investito 11mila euro ciascuno, derivanti dall’anticipo dell’indennità di mobilità e dalle trattenute in busta paga e poi trasformata in cooperativa.
Invece alla Pramac di Siena, si lavora 4 giorni e il venerdì si sta in cassa integrazione ricevendo sia i soldi dall’INPS sia un contributo salariale dall’azienda.
Alla Piovan di Venezia c’è un accordo che prevede che fino a 250 dipendenti lavorino anche solo 2 giorni a settimana per 13 mesi.
Alle acciaierie della Lucchini stanno a casa il venerdì: chi le ha, usa le ferie arretrate, altrimenti va in cassa integrazione.
I 400 operai della Manifattura Val Brembana, ormai da 3 anni, lavorano una settimana sì e una no, mentre la Cotton Club di Fabriano ha fatto richiesta di cassa integrazione affinché i 2 terzi dei propri operai possano lavorare 2 ore al giorno dal lunedì al giovedì.
è difficile sapere con certezza quante siano le imprese con la settimana corta, perché spesso sono piccole aziende che non possono accedere alla cassa integrazione e pertanto invitano i propri dipendenti ad andare in ferie o in permesso, o accedono al fondo nazionale per l’occupazione, cioè una specie di surrogato della cassa.
In questa situazione di grandi sacrifici, di notevole preoccupazione per il proprio futuro e di dedizione da parte di tutti sembra che qualcheduno abbia trovato pure un risvolto piacevole. Pur nella speranza che questo momento di estrema crisi passi quanto prima, sembra che più di un cassaintegrato utilizzi il maggiore tempo libero a disposizione per trascorrere più tempo con la propria famiglia, con gli amici e per praticare i propri passatempi preferiti. Insomma, c’è chi, nonostante questa difficile situazione, è riuscito a cogliere l’aspetto positivo e, su sua stessa ammissione, addirittura a migliorare la qualità della propria vita!

30/06/2009


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