NOTIZIE 2009

 

Verso un nuovo sindacalismo?


La crisi economica ha messo in crisi i paludati schemi sindacali


Marco Cottignoli


Ormai non passa giorno in cui, in Europa, non si venga a sapere di lavoratori che si ribellano ai propri capi, ai licenziamenti, alle politiche liberiste dei propri Governi. Le azioni di protesta sono sempre più spesso risolute: manager malmenati o presi in ostaggio, manifestazioni che sfociano in aggressioni, scontri con la polizia, attacchi a palazzi istituzionali, minacce di inquinare fiumi o di fare scioperi della fame. In Italia, per citare solamente i casi più noti, abbiamo avuto, solo nelle ultime settimane, lavoratori che hanno fatto un presidio a ferragosto, con le proprie famiglie, davanti alle loro fabbriche in procinto di chiudere e quelli che si sono arrampicati sul Colosseo, la lotta degli operai dell'Innse e quelli del Cim. Sembra che i lavoratori stiano lentamente abbandonando non solo i sindacati tradizionali, sempre più spesso considerati troppo accomodanti con i governi ed i capi industria ma pure le forme classiche di protesta. Niente di più probabile quindi che in futuro vi saranno altre manifestazioni di così disperata protesta. In particolare queste ribellioni potrebbero segnare un importante svolta nelle dinamiche di lotta a tutela del proprio posto di lavoro: una battaglia diretta senza la mediazione sindacale con l'appoggio mediatico ed il coivolgimento inevitabile delle istituzioni locali. Senza contare che il caso dell'Innse, una azienda sana ed in attivo, ha anche denunciato, senza mezzi termini, la speculazione economica che si celava dietro la tentata chiusura della produzione. Considerando che la soluzione di questa specifica situazione può essere stata facilitata dal fatto che l'azienda non era in crisi, che i media nazionali hanno spinto l'evento, che c'è stato un gran agitarsi di politici ed addetti, c'è tuttavia un aspetto interessante da considerare. Un operaio della Innse, durante un intervista, ha affermato che " il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più e che bisogna utilizzare altre forme di protesta ". Bisogna, dunque, adeguarsi al nuovo contesto. Può essere vero. Perchè è quasi inevitabile che in questi tempi di grave difficoltà i costi della crisi vengano scaricati, prima di tutto, sui lavoratori: fusioni, cessioni di rami d'azienda, licenziamenti, cassaintegrazioni...Proprio in questi contesti di grande rottura si delinea ancora più chiaramente come non venga mai perseguita la risoluzione della fabbrica autogestita, in cui tutte le forze lavoro, dai quadri agli operai, siano in grado di partecipare al progetto comune. Esiste una legge dello Stato – la legge Marcora n.49/85 - che permetterebbe ai lavoratori di istituire cooperative di produzione, beneficiando di particolari e precisi finanziamenti ma non viene mai sfruttata e nemmeno mai considerata. Eppure vi sarebbero fondi per concedere finanziamenti agevolati a cooperative che intendano realizzare progetti finalizzati all'aumento della produttività e/o dell'occupazione, nonché alla ristrutturazione e riconversione degli impianti. Certo, tale soluzione così radicale e così fortemente alternativa, in un contesto liberista come quello attuale, avrebbe probabilmente molte difficoltà per imporsi ma anche una certa possibilità di realizzazione e dai risvolti fecondi. Al momento non viene appoggiata né dai politici né dai sindacati che, evidentemente, non avrebbero molto vantaggio da tale soluzione...Anche questo dovrebbe fare pensare.

01/09/2009


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