ECONOMIA 2007

 

Dollaro sovrano. Euro servo


Maurizio Blondet - Effedieffe

 

La General Motors esporta più auto.
La Boeing ha visto aumentare del 10% la vendita all’estero dei suoi aerei, e così la General Electric le sue turbine.
La John Deere, produttrice di macchinari agricoli, prevede di esportare il 30% in più.
Le esportazioni americane di cereali aumentano ancor più freneticamente, grazie anche alla domanda mondiale molto sostenuta e ai prezzi in rialzo.
Il secondo porto americano, quello di Long Beach in California, ha visto aumentare del 34% le merci dirette all’estero nel mese d’agosto, rispetto all’agosto del 2006.
E’ il dollaro debole, che la FED ha indebolito ancor più coi suoi salvataggi degli speculatori sub-prime, a favorire l’export e a risanare l’industria americana.
Le merci Made in USA costano meno e si vendono benissimo (1).
Al punto che alla Casa Bianca si ritiene che questo boom dell’economia reale tornata competitiva potrà in parte compensare la crisi dell’immobiliare seguita allo scoppio della bolla sub-prime.
Il settore edilizio ha sottratto alla crescita lo 0,9%; l’aumento delle esportazioni fisiche vi aggiunge lo 0,5%.
Nello stesso tempo, il crollo del valore delle case - su cui il consumatore americano suole accendere mutui per aver liquidi da spendere - frenano i consumi, e dunque le importazioni.
Gli acquisti di merci estere in USA sono scesi dello 0,4% in agosto, un risparmio di 195,5 miliardi di dollari.
Nell’insieme, le esportazioni sono aumentate del 15%, e le importazioni solo del 5%.
Se la tendenza continua, il deficit commerciale americano - che ammontava a un pauroso 7% del PIL ancora nel 2005, potrebbe ridursi al 3% in tre anni.
Sono gli ovvi vantaggi della svalutazione della propria moneta, prerogativa di un Paese sovrano. Grazie al dollaro basso, l’America si reindustrializza, la sua occupazione cresce, e pareggia i suoi squilibri.
C’è chi paga per questo risanamento: ed è l’Europa.
L’Europa senza sovranità, la cui Banca Centrale si rifiuta di svalutare.
Mantiene carissimo l’euro, stroncando le proprie esportazioni e l’occupazione interna.

Le oligarchie americaniste che ci governano lo fanno allo scopo evidente di sostenere gli USA, permettere a Washington di riassestarsi.
Il dogma internazionalista-finanziario proibisce, come peccato capitale, le «svalutazioni competitive».
Per salvare l’America, le oligarchie non-votate da nessuno fanno pagare il prezzo ai cittadini europei, in disoccupazione e perdita di competitività.
Le oligarchie finanziarie se ne infischiano dei loro, diciamo così, connazionali.
Ciò che fa oggi la Banca Centrale Europea a favore degli USA fu fatto, a parti invertite, negli anni ‘20.
Durante la grande guerra la Gran Bretagna aveva abbandonato il tallone aureo per creare moneta dal nulla senza limiti.
Ma a guerra finita, volendo recuperare il prestigio e il potere di grande impero e di centrale dei mercati finanziari, pretese di tornare al «gold standard».
Era un «gold standard» parziale (frazionale), in quanto solo una quota della sterlina era pagabile in oro; ma doveva restituire fiducia e stabilità, secondo il dogma monetario dell’epoca.
Il fatto è che Londra volle porre il valore della sterlina ad un livello artificialmente alto, per mantenere alti i profitti interni e i salari nazionali al livello abituale dell’impero britannico: una sterlina fu fissata a dollari 4,86, com’era prima della guerra.
La conseguenza non tardò a farsi sentire: le merci inglesi persero competitività all’export, mentre l’Inghilterra continuava ad importare merci estere come quando era un grande impero, merci che doveva pagare in sterline parzialmente-oro.
Il passivo commerciale si allargò.
L’oro inglese abbandonò a ritmo accelerato Londra per finire nelle casse dei Paesi esportatori.
Nel marzo 1919 il commercio britannico era al punto di rottura: si dovette lasciar fluttuare la sterlina, ossia che trovasse il suo proprio livello in base alla domande-offerta.
La moneta inglese si assestò a 3,21 dollari, una perdita del 34%.
Per mantenere il prestigio britannico di un’Inghilterra ridotta allo stato di debitore insolvente, i padroni del mondo fecero cose scandalose.
La Società della Nazioni disponeva di una Commissione finanziaria, che l’Inghilterra dominava: questo comitato obbligò tutti gli altri Paesi europei ad aderire a quello che fu chiamato il «gold exchange standard».

Era il nome del trucco: le monete europee dovettero basarsi non già sull’oro, ma sulla sterlina presuntamente a copertura aurea.
Con questo trucco, non solo la Banca d’Inghilterra diventava di fatto la Banca Centrale europea, ma peggio: tutte le monete europee si inflazionarono tutte insieme al ritmo della sterlina, in modo che Londra non doveva cedere oro ai suoi fornitori europei.
Era già il principio: «Nessuna svalutazione competitiva».
Con questo, gli europei (ignari) si lasciarono inoculare la malattia finanziaria inglese.
Furono obbligati a deperire come deperiva il British Empire.
Ma non bastava ancora.
C’erano pur sempre gli Stati Uniti: non solo pieni di riserve auree e di crediti di guerra pagati dagli europei, ma anche grande potenza industriale.
Il suo dollaro era, per conseguenza, forte com’era sana la sua economia: fortissimo.
L’Inghilterra doveva comprare quelle buone merci americane, col dollaro alto: la sua anemia perniciosa quindi non guariva, il dissanguamento del suo oro continuava.
Fu allora che il governatore della Federal Reserve di New York intervenne: non per il bene dell’America, ma dell’Inghilterra.
Si chiamava Benjamin Strong, ed era stato delegato alla Federal Reserve dalle due più importanti banche private degli USA, e perciò del mondo: la Morgan Bankers Trust e la Kuhn & Loeb.
Del resto, della Morgan, Strong era stato presidente esecutivo.
Il suo amicone e congiurato a Londra era Montagu Norman, capo della Banca d’Inghilterra: un quasi-squilibrato, ossessivo, aveva fatto ricostruire la Banca come una fortezza, temendo che la «democrazia» e le rivolte popolari potessero prenderla d’assalto.
Aveva fatto porre le riserve aure in profondi sotterranei sotto il livello del Tamigi, in modo che potessero essere allagati in caso d’emergenza: un apposito pulsante comandava l’allagamento dalla scrivania del governatore.
Sia Norman che Strong avevano in comune la decisione «di operare direttamente tra Banche Centrali, sottratte ad ogni controllo, con accordi diretti fra banche senza consentire interferenze dai governi», come ha scritto Carrol Quigley in «Tragedy and Hope», il primo saggio che rivelò gli occulti poteri dell’oligarchia mondiale.

Il trucco ulteriore su cui i due si accordarono fu il seguente: Strong avrebbe deliberatamente inflazionato la moneta americana ad un ritmo più rapido della moneta britannica.
In tal modo che il potere d’acquisto reale, in termini di commercio internazionale, migrasse dall’area monetaria più inflazionata a quella meno inflazionata.
L’America, a sua insaputa, fece una trasfusione del proprio sangue sano al malato britannico: trasferì competitività, trasferì posti di lavoro, trasferì oro a Londra.
La FED abbassò il costo del denaro e del credito, e ciò creò inflazione.
In tal modo, «chi deteneva oro cercò di spuntare più alti interessi spostando il metallo a Londra», ha scritto John K. Galbraith: «E col tempo, i prezzi americani in rialzo avrebbero alleviato la debolezza competitiva dell’industria e della manodopera britannica».
«In altre parole», ha scritto M. Rothbard, «il popolo americano fu designato a sopportare il peso dell’inflazione e del collasso finale [la crisi del ‘29, provocata dal denaro a bassissimo costo che gonfiò la bolla speculativa] allo scopo di mantenere il governo britannico nello stile di vita a cui s’era abituato».
Questo fanno i banchieri centrali ai popoli.
Questo fa Trichet, BCE, per Ben Bernanke, Federal Reserve.
Senza che i governi dicano nulla, perché «la Banca Centrale è indipendente».
Svalutare l’euro per farlo tornare competitivo rispetto al dollaro sarebbe un imperativo economico ovvio, e un dovere morale verso i popoli europei.
Ma lorsignori, dei popoli se ne infischiano.
E’ dell’America che si preoccupano.
Sono stati messi lì - non da noi - per questo preciso scopo: perpetuare la dipendenza dell’Europa da Washington.
A questa gente abbiamo ceduto, ciechi, la sovranità.

Un’altra prova, se mai ce n’era bisogno: l’Europa oligarchica ha dato supina il suo assenso al posizionamento dei missili antimissile USA in Polonia, proprio mentre Putin ha chiesto a Condoleezza Rice, per l’ennesima volta e nei termini più energici, di congelare il progetto.
Ci siamo messi in rotta di collisione con Mosca, la nostra vicina, da cui dipendiamo per il nostro gas.
Servi noi, padroni i poteri forti americani.

Maurizio Blondet
Note
1) Eric Leser, «Le commerce extérieur américain profite de la faiblesse du dollar», Le Monde, 12 ottobre 2007.
 

01/11/2007


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