NOTIZIE 2009


Comitato per la Moneta Pubblica


Una classe in lotta


La lotta di classe continua più virulenta che mai anche se con una sostanziale metamorfosi dei vecchi gruppi contrapposti. Sino a poco tempo fa si fronteggiavano lavoratori e datori di lavoro, ora banchieri e mercato nel suo più esteso significato del termine, comprendente: datori di lavoro e dipendenti incatenati al medesimo destino, liberi professionisti, artigiani e commercianti. Di fatto tutte le partite IVA, alle quali vanno aggiunti anche i pubblici dipendenti poiché anche le loro retribuzioni risentono della ristrettezza economica causata dalla ricchezza immotivatamente sottratta dal sistema bancario, finanziario e monetario al reddito complessivo nazionale. Ciò è avvenuto ed avviene con l’indebitamento generale creato dalle truffe finanziarie e dall’attuale sistema d’emissione monetaria ad opera dei banchieri privati.
Nonostante che questo capovolgimento di situazioni, iniziato tempo fa in sordina, si sia ora definitivamente appalesato con la brusca accelerazione a seguito della crisi economica, pare non sia stato ancora compiutamente percepito da alcune classe sociali le quali continuano a ragionare ed agire secondo i vecchi schemi. (lotta all’imprenditore che chiude o fallisce; dipendenti a carico della cassa integrazione; ulteriore indebitamento della comunità e dello Stato nei confronti delle banche centrali le quali come prima e meglio di prima continuano a lucrare sul debito che con grande disinvoltura continuano a fabbricare)
Ufficialmente tutto ha inizio in Italia con l’approvazione dell’ultima legge bancaria avvenuta nel 1994 promulgata dal governo Ciampi (ex governatore di Bankitalia) con la quale veniva rimosso il divieto, prima espressamente esistente, per tutti gli istituti di credito di possedere partecipazioni azionarie nel capitale delle aziende produttive. A fronte dell’eliminazione del divieto veniva però fissato il limite massimo del 15% del capitale sociale per ogni singola impresa che poteva essere posseduto dalla banca.
La cupola bancaria a dimostrazione della sua costante prevaricazione nei confronti del mercato produttivo, nella più assoluta indifferenza al limite della connivenza della politica, da allora si è sempre adoperata per imporre una lunga lista di innovazioni finalizzate a trasferire ingenti risorse dal sistema produttivo, privato e pubblico, al parassitario sistema bancario, sino a far diventare il costo delle operazioni e dei rapporti bancari in Italia tra i più alti del mondo.
Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nella primavera del 2008 con una sua privata iniziativa, chiariva che la partecipazione del 15% al capitale di una azienda produttiva era da intendersi per ogni singola banca, per un massimo di quattro banche in ogni singolo capitale sociale (pertanto il capitale bancario poteva raggiungere il 60% del capitale di ogni singola unità produttiva)
Con l’ultimo decreto governativo “anticrisi economica” è stato rimosso ogni e qualsiasi limitazione alla partecipazione delle banche nel capitale delle imprese produttive, facendo diventare di fatto anche la più piccola banchetta una banca d’affari.
(Tutti sanno che, da parte di una banca, mangiarsi una azienda produttiva dopo averla indebitata e priva di protezioni giuridiche, è come per i ragazzi giocare a Monopoli. Gli unici a non saperlo pare siano i nostri politici i quali, come antidoto alla crisi, con la solita disinvoltura, e speriamo solo quella, esortano i nostri imprenditori ad intraprendere, a rischiare e quindi ad indebitarsi ulteriormente senza predisporre per loro e per le loro maestranze alcuna protezione )
Da sempre le programmate crisi economiche sono servite per sottrarre i beni ai legittimi proprietari, ma con questa ultima, a differenza delle altre precedenti, si verifica che oltre alle aziende produttive fagocitate da quelle bancarie, anche le banche ordinarie finiscono per diventare prede delle banche d’emissione. Ecco chiarito alla fine a chi giovano le crisi:
- al sistema bancario in generale ed alle banche d’emissione in particolare.
In questa situazione gravemente appesantita dai debiti risulta incomprensibile immaginare quale possa essere la convenienza prevista dai nostri politici di far indebitare ulteriormente lo Stato nei confronti delle banche centrali per fornire liquidità alle banche ordinarie sperando che a loro volta queste, a loro discrezione, forniscano liquidità al sistema produttivo. Intanto la Banca Centrale Europea per bocca di Mario Draghi, suo socio e presidente del Financial stability forum, fa già sapere che “non c'e' molto spazio per avere tassi di interesse piu' bassi'. e che per uscire dalla crisi sono necessari ''grandi durevoli e ampi interventi di politica fiscale',. i quali ovviamente confliggono con il pagamento degli interessi sull’ iper debito pubblico così abilmente costruito ed alimentato.
L’Esecutivo se vuole veramente debellare la crisi a favore dei cittadini e del mercato, non deve indebitare ulteriormente lo Stato, (sarebbe ancor peggio della crisi) ma deve prendere atto della situazione tenendo ben presente quali sono state le cause che hanno provocato l’ultimo disastro economico, per riordinare strategicamente il sistema economico – monetario - finanziario nazionale, affrancato dalla sudditanza derivante dal trattato di Maastricht posto che questo è già stato ampiamente e pesantemente dribblato da molti altri Stati sottoscrittori.
- Occorre ineludibilmente tenere presente quanto segue:

- ) Per elementari esigenze di giustizia non si comprende il motivo per il quale la casta dei banchieri ed addetti alla sorveglianza, responsabili in gran parte della dilagante crisi, possano godersi tranquilli il frutto delle loro malefatte mentre, l’imprenditore portato al fallimento debba perdere l’azienda ed il proprio capitale conferito a garanzia degli affidamenti, e l’intestatario del mutuo che non riesce a pagare le rate a causa dell’aumento dei tassi decisi unilateralmente da questi banchieri, debba perdere la casa e quanto prima anticipato.
- ) Si esce dalla crisi solo se riprende a marciare l’economia reale la quale ha bisogno di fiducia condivisa e punti di riferimento certi al riparo dai rapporti truffaldini. Quando il droghiere smercia la mortadella avariata arrivano i NAS e viene arrestato; a quelli che hanno confezionato, consigliato e piazzato i titoli tossici cosa gli succede ? Anche in questi casi la certezza della pena, intesa come deterrente per simili malefatte è quanto mai utile ed opportuna.
- ) Si esce dalla crisi se si riuscirà a convincere il mercato che le contromisure adottate possono essere sufficienti a stroncare qualunque tentazione inerente al riutilizzo di qualunque forma di finanza creativa a danno dell’economia reale. Ovviamente controlli e vigilanza debbono essere sottratti a qualunque forma di consorteria bancaria, posto che, come abbiamo già constatato non è possibile contrastare le evasioni dalle carceri utilizzando i carcerati.
- ) L’attuale crisi è determinata anche, e forse soprattutto, dalla grave situazione debitoria dello Stato e del mercato costruita dall’attuale emissione monetaria e dalla procurata violenta carenza di liquidità che pregiudica la sopravvivenza delle aziende sia produttive che bancarie.
- ) Esiste subito l’urgenza di monetizzare Aziende e Mercato con uno strumento monetario capace di non produrre ulteriore debito al momento della sua emissione. Ciò può avvenire solo se lo Stato, come da proposte del Fisher della scuola di Chigago del 1933, emette in nome e per conto dei propri cittadini la moneta in prima persona acquisendone la proprietà a titolo originario, come già realizzato in precedenza dallo Stato italiano per oltre cento anni.
Così facendo lo Stato può monetizzare subito le banche ed il circuito produttivo anche mediante la realizzazione ed il pagamento delle opere di pubblico interesse, con forti risparmi di risorse altrimenti inutilmente bruciate dalla “cassa integrazione”. E’ altresì in grado di fornire subito liquidità al sistema bancario nazionale al tasso del 0,1% (le spese d’amministrazione, come praticato in altri stati e in Giappone) senza indebitarsi, con l’impegno per le banche ordinarie di elargire i finanziamenti necessari al sistema produttivo ed immobiliare al tasso massimo del 2,5%.
(Per lo Stato, indebitarsi nei confronti delle Banche d’Emissione per fornire liquidità alle banche ordinarie private, oltre al danno rischia di subire anche la beffa. In ogni caso ancor prima di immaginare soluzioni di questo tipo sarebbe stato opportuno individuare chi ha incassato i soldi buoni a fronte dei titoli tossici e recuperarli a favore dei truffati )
- ) Il Governo, in virtù dei poteri sovrani, legittimamente e democraticamente conseguiti, è finalmente in grado d’impostare e realizzare la propria politica economica e sociale, che non può essere disgiunta da quella monetaria. “Lo Stato deve emettere la propria moneta in nome e per conto dei cittadini” (G. Auriti) e così facendo la classe politica si esime di dover continuare ad interpretare il poco simpatico ruolo tipico del palo.
- ) Occorre prendere atto definitivamente che regole e le loro applicazioni in campo economico, finanziario e monetario non possono essere in nessun caso scritte ed amministrate da chi le deve ottemperare. Le formazioni politiche debbono abbandonare le posizioni ambigue sino ad ora mantenute. La destra, specialmente le nuove formazioni, devono isolare nettamente i soggetti con formazione culturale ed al servizio del sistema finanziario e monetario, pena l’inutilità di continuare a proporsi. La sinistra, nelle questioni di fondo deve impegnarsi a preservare il sistema economico produttivo e non quello legato alle lobbie bancarie e finanziarie.
- ) Debbono essere dirottate le risorse che improduttivamente finiscono ai banchieri per destinarle allo sviluppo e alle attività sociali. Diversamente si rischia di ottenere il risultato, come da “lampedusiana memoria”, di cambiare tutto per lasciare tutto come prima. L’elettorato più accorto ha già “nasato” e dimostra tutto il suo dissenso attraverso l’astensione dal voto. Probabilmente è in attesa che tutte le forze sane, indipendentemente dal colore di provenienza, desiderose di realizzare il bene comune si uniscano su queste posizioni per poter una volta per tutte voltare pagina. Ciò sarà possibile solo risolvendo “in primis” la vicenda monetaria. Intanto lo Stato giapponese, anche lui attanagliato dalla crisi economica, si accinge ad emettere in proprio moneta di stato per 50 trilioni di YEN.

Savino Frigiola

03/03/2009


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