NOTIZIE 2009


Immobilità da caste chiuse

In Italia, la speranza dei contribuenti meno abbienti di salire la scala sociale è ridotta al lumicino

Marco Cottignoli

Che il sistema economico globale stia franando è un dato ormai acclarato. In Italia nel 2008 il Pil è crollato; l’1,8% in meno nell’ultimo trimestre, 0,9% su base annuale, il dato più basso dal 1993, ma le previsioni attestano che entro quest’anno, per la prima volta dal 1930, si assisterà ad un calo del Prodotto interno lordo nominale, con effetti drammatici nel rapporto con il debito pubblico. Tutto questo mentre la cassa integrazione aumenta, i dati Cig segnalano incrementi delle ore richieste del 30, 50, 100% e oltre, le fabbriche perdono commesse e ordini e molte di esse sono costrette a chiudere e a licenziare. Un vero dramma, visto che il nostro sistema di protezione sociale nei confronti dei disoccupati, tra i Paesi che aderiscono all’Ocse, è all’ultimo posto. Stiamo andando verso una mescolanza di recessione, che significa calo dei redditi e di disinflazione, cioè il rinvio degli acquisti di beni durevoli. Questo accade in un contesto in cui il potere di acquisto dei nostri salari è uno dei più fragili della UE.
In tale buia situazione, i politici stanno approntando piani e strategie per affrontare questa crisi. Il dato preoccupante è che tali soluzioni non sono veramente strutturali, ma ribadiscono le medesime linee di sviluppo capitalista che hanno portato all’attuale catastrofe. Qualcuno invoca una maggiore eticità e un maggior controllo sulle attività finanziarie globali, ma, al momento, sembrano tutte ipotesi aleatorie.
In questa situazione molto difficile, in Italia, dove, dati dell’Ufficio internazionale del lavoro, durante gli ultimi 15 anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono cresciute più che negli altri principali Paesi d’Europa, rischiamo di avere serie conseguenze che potrebbero frantumare e dividere la nostra società in maniera ancora più significativa a causa della scarsa mobilità della scala sociale.
In questo intreccio così depresso economicamente, le prospettive di migliorare la propria condizione esistenziale, per chi non appartiene alle classi sociali più abbienti, sono pessime. A conferma di ciò, uno studio svolto da un ricercatore della Banca d’Italia che dimostra quanto nel Belpaese sia quasi impossibile emanciparsi perché la mobilità sociale sta del tutto scomparendo e le classi più agiate si stanno assicurando posizioni di forza a scapito della classi medio-basse, i cui figli iniziano la vita da poveri e poveri rimarranno. Se la mobilità sociale è un indice fondamentale per la vivacità di una economia sana, la nostra è in piena decadenza.
In Italia, la scala sociale è ferma per tre famiglie su quattro. Sempre questa ricerca, infatti, rivela che tra il 1995 ed il 2004 la mobilità ha riguardato un quarto delle famiglie italiane: di queste, il 13% ha sperimentato un passaggio verso l’alto, mentre circa l’11% è scesa in una classe inferiore. Tra il 1989 e il 2004, il 44% delle famiglie è rimasto nel segmento più basso, mentre solamente il 5% è passato dai due estremi, da ricca a povera e viceversa. Nella loro totalità, ben il 75,3% delle famiglie, tra il 1995 e il 2004, è rimasto nella classe più bassa e, nello stesso periodo, la stessa percentuale delle famiglie più ricche ha continuato a rimanere tale.
I fattori che determinano tale scalata sociale sono fortemente legati alla situazione economica dei genitori. Le altre variabili socio-economiche, quali il livello di istruzione, la professione o l’età del capofamiglia, sembrano influenti. L’approdo alla classi più alte è quasi impossibile per le famiglie che si trovano al gradino più basso della scala sociale.
Problema analogo esiste negli Stati Uniti, dove un figlio di famiglia povera ha solamente l’1 per cento di probabilità di andarsi a collocare nel 5 per cento più ricco della popolazione, contro il 22 per cento di un figlio di ricchi, mentre la più alta mobilità sociale si registra nei Paesi dell’Europa del Nord e nel Canada, dove sussidi e Stato sociale integrano efficacemente i salari dei disoccupati.


04/03/2009


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