ECONOMIA 2009


La Fiat, un’azienda transnazionale


di Filippo Ghira


Come tutti i grandi capitalisti gli Agnelli non hanno mai fatto una questione dell’italianità. Il sentimento nazionale veniva richiamato solo quando c’era da battere cassa allo Stato sottolineando le conseguenze che la mancanza di aiuti pubblici avrebbe avuto in campo occupazionale nelle fabbriche italiane. Il capitalisno infatti, per sua stessa natura e definizione, non può e non vuole conoscere barriere e trova e colloca le sue risorse laddove sono disponibili e l’investimento rende di più. Se poi sono soldi pubblici, tanto meglio. Pecunia non olet, dice il proverbio. Per questo, gli Agnelli che a parole hanno sempre inneggiato al Libero Mercato non si sono mai fatti problemi di raschiare dove possibile il fondo del barile e grazie all’ingegneria finanziaria sono riusciti a spingere tanti risparmiatori ad investire nelle azioni del Lingotto, contribuendo inconsapevolmente a perpetuare il loro potere sull’azienda pur non scucendo mai per decenni l’ombra di un quattrino per ricapitalizzare la società. Un’azienda come la Fiat guidata da una famiglia che nel corso dei decenni si era creata una solidissima rete di contatti internazionali, politici e finanziari, non poteva permettersi in Italia di contare in maniera tradizionale, ossia come le altre aziende, sul sostegno delle banche. Queste invece dovevano essere a disposizione della Fiat ed esaudirne senza battere ciglio tutte le richieste di credito. Molto stretti furono per il Lingotto i rapporti con le due banche d’interesse nazionale, controllate dall’Iri, ossia la Banca Commerciale e il Credito Italiano. La prima in particolare, guidata da Raffaele Mattioli, rappresentò per decenni la quintessenza della finanza cosiddetta “laica”, nel senso di non democristiana. Una banca fondata all’inizio del secolo da finanzieri ebrei tedeschi che rappresentò una porta aperta sui mercati dell’Europa centrale e orientale. Poi le conseguenze della crisi del 1929 e il tentativo di scalata da parte dei Perrone degli Ansaldo, che volevano utilizzarne i fondi per pagarsi i propri debiti, e le speculazioni compiute sui mercati la portarono in una situazione insostenibile da cui la salvò solamente l’intervento dello Stato italiano che con Mussolini e Beneduce creò appunto l’IRI. Discorso analogo per il Credito Italiano finito in grave crisi a causa degli investimenti sbagliati e del tentativo di scalata da parte degli stessi Agnelli con la Fiat, come l’Ansaldo, oberata di debiti dopo il necessario processo di riconversione industriale per passare da una produzione bellica a quella tradizionale fatta di autovetture. A ricordo di tale vicende restò per lunghi anni la presenza di Umberto Agnelli tra i membri del consiglio di amministrazione della banca milanese-genovese.
Parallellamente a quelli con le due banche Bin la Fiat instaurò rapporti molto stretti con Mediobanca, la banca d’affari controllata per oltre il 75 dalle tre Bin (la terza era il Banco di Roma) e guidata da Enrico Cuccia che formò con Mattioli un autentico duopolio che regnò sulla finanza italiana per circa un trentennio. Mediobanca, che si finanziava con obbligazioni offerte ai clienti delle tre banche azioniste, svolse l’attività di banca d’affari in posizione di monopolio di fatto visto che diverse banche pubbliche che potevano svolgere tale ruolo vi rinunciarono. Questo fu il frutto nell’immediato dopoguerra di un preciso accordo tra cattolici e laici in virtù del quale i primi assunsero la gestione delle banche popolari, delle casse di risparmio, delle sei banche di diritto pubblico (Monte dei Paschi, San Paolo, Banca nazionale del Lavoro, Banco di Santo Spirito, Banco di Sardegna e Banco di Sicilia) mentre i secondi si presero in carico le due banche Bin, Mediobanca e di fatto tutta l’attività di borsa. Mediobanca, che si finanziava con obbligazioni collocate sul mercato attraverso gli sportelli delle tre Bin, svolse così in situazione di esclusiva l’attività di sostegno per le emissioni azionarie ed obbligazionarie delle società e dei gruppi quotati in borsa, nonché la consulenza per le fusione e gli scorpori. E guarda caso, tali gruppi erano sempre i soliti, dalla Fiat alla Pirelli, dall’Olivetti al guppo fiorentino Orlando. Di fatto, tre banche pubbliche operavano a quasi esclusivo vantaggio di alcuni “felici pochi” dando vita ad un giro esclusivo, il cosiddetto “salotto buono”, caratterizzato da feroci barriere all’entrate e ovviamente da un atteggiamento di superiorità e di supponenza dei suoi membri. Le aziende normali, che non potevano accedere ai servizi di Mediobanca, furono così costrette per crescere e svilupparsi a ricorrere al debito bancario molto più oneroso del capitale di rischio.

Quando i confini nazionali non contano
Inoltre i grandi gruppi erano avvantaggiati dalle relazioni che Mattioli e Cuccia vantavano negli ambienti finanziari internazionali e che avevano la loro origine nella prima metà degli anni quaranta quando, in piena guerra, i due banchieri contribuirono con missioni segrete a mantenere in piedi i contatti della finanza italiana con quella anglosassone. A testimoniare due cose. La prima che i suddetti non si facevano problemi di aver contatti con Paesi in quel momento nemici dell’Italia. La seconda è l’approccio internazionalista in nome del quale le barriere nazionali non hanno alcun valore e non devono essere di ostacolo alle operazioni finanziarie, sempre che questo non comporti conseguenze per gli equilibri di potere di questo o quel Paese e che non siano toccati gli interressi di uno degli esponenti del “giro” esclusivo. A quell’epoca risalgono i primi contatti di Mattioli e di Cuccia con personaggi come André Meyer della Banca Lazard o con il banchiere e tecnocrate francese Jean Monnet che nell’immediato dopoguerra fu uno dei distributori, per conto del governo Usa, delle risorse del Piano Marshall. E’ appena il caso di ricordare che Monnet fu uno dei padri storici dell’Unione Europea nella sua accezione più centralista. Ossia con l’obiettivo perseguito con determinazione di arrivare ad uno Stato federale al quale i singoli Stati cedessero progressivamente i loro poteri in campo legislativo, energetico e militare. Uno Stato dotato di una banca centrale in grado di emettere una moneta unica che sostituisse quelle nazionali. Il sogno razionalista di tutti i tecnocrati e di tutti i capitalisti che vagheggiano una realtà unica omogenea nella quale i capitali, le merci e la forza lavoro possano essere spostati senza problemi. Un progetto contro il quale Charles De Gaulle, fautore della “Europa delle Patrie”, lottò finché gli fu possibile.

Il progetto mondialista
Si deve ricordare questo per comprendere come nascano certi progetti che si concretizzano nell’arco di decenni e di quale mentalità comune si alimentino certi legami e certe alleanze. Non si tratta però di complotti ma più semplicemente di persone e di gruppi che, da diversi punti di partenza, convergono sugli stessi obiettivi che non sono solamente profitti finanziari ma rappresentano spesso l’esercizio del potere per il potere. La figura di Enrico Cuccia in Italia è speculare a quella che André Meyer impersonò sullo scenario finanziario francese e statunitense. I due banchieri, oltre alla soddisfazione di svolgere il ruolo di consiglieri occulti delle famiglie che contano, Meyer per i Kennedy e Cuccia per gli Agnelli, trovarono in particolare una società, italiana, sulla quale esercitare le proprie mire egemoniche. Le Assicurazioni Generali di Trieste, grazie ad un patrimonio più che solido, con immobili sparsi in tutto il mondo, e per una gestione all’insegna della prudenza, eredità della tradizione austroungarica, hanno rappresentato per lungo tempo in Italia il titolo più richiesto dai risparmiatori che non volevano avere problemi. Ed inoltre, per la propria vocazione internazionale le Generali furono considerate anche dagli Agnelli non solo un ottimo investimento ma anche un canale privilegiato per mantenere stretti rapporti con gli ambienti finanziari internazionali. Il tentativo fatto dalla famiglia torinese, da Mediobanca e dalla Lazard negli anni ottanta di impadronirsi delle Generali attraverso l’operazione Euralux venne bloccata dal mondo politico italiano. Euralux era una società controllata dalla Lazard che aveva una quota del 4,77% della società triestina, si diceva in realtà che i veri proprietari fossero gli Agnelli, e grazie ad una complicata operazione all’insegna dell’ingegneria finanziaria Mediobanca e gli Agnelli avrebbero allungato le mani su un consistente pacchetto azionario di controllo tale da assicurargli tutti i poteri nel gruppo triestino. Poi con la morte dei vari protagonisti, Meyer e Cuccia, anche i rapporti tra Lazard e Mediobanca si deteriorano, dopo che si erano incrinati quelli tra l’Avvocato e Cuccia. La Fiat è uscita dal capitale di Mediobanca mentre vi è entrato Berlusconi, Euralux nel 2001 è stata fusa nella banca che fu di Cuccia che oggi è la prima azionista delle Generali. A testimonianza che il mondo della finanza è come il Gran Hotel: gente che va gente che viene e che cerca di crearsi i quarti di nobiltà. Oggi il presidente delle Generali è il francese Antoine Bernheim, per lunghi anni socio della Lazard. A testimonianza che certi rapporti di vicinanza finiscono per perpetuarsi nel tempo al di là delle antipatie personali. Rapporti di cui anche dall’altra parte dell’Atlantico si è tenuto conto. Richard Gardner, nominato da Jimmy Carter nel 1977 ambasciatore in Italia, faceva parte di uno studio legale di New York che curava gli interessi della Fiat e degli Agnelli negli Stati Uniti ed oltre che membro della Trilaterale era anche un Rhodes Scholar. Apparteneva cioè ad uno dei tanti cenacoli mondialisti che operano per una maggiore interdipendenza delle realtà politiche ed economiche all’insegna dell’approdo ad un modello unico, globale e omogeneizzato. A testimonianza che quando si tratta dei legami con uno Stato estero amico, a Washington si tiene conto in primo luogo di quale è il principale referente economico di quella realtà. E se i suoi proprietari condividono questo humus comune. Le stesse considerazioni, in fondo, che hanno portato Barack Obama a scegliere una Fiat ridimensionata e indebitata per tentare di rimettere in sesto la Chrysler.


02/10/2009


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