ECONOMIA 2009


IMPRENDITORIA SOTTO ASSEDIO

Basta con gli aiuti di Stato alla Fiat. Questo è l’appello al governo, che giunge dal Nordest. «Ancora incentivi alla Fiat, basta abbiamo già dato... - protesta Claudio Miotto, presidente di Confartigianato del Veneto. Ha ragione Stefano Beraldo, il leader della Coin, quando denuncia che gli aiuti da oltre mezzo secolo viaggiano sempre in una direzione: quella dell’auto e in particolare della Fiat».
«Incentiviamo anche la concentrazione degli alberghi o la rottamazione dell’arredamento - incalza Marco Michielli, presidente di Confturismo Veneto. «La Fiat oggi non supera i cento mila addetti. Noi siamo più rilevanti quanto a posti di lavoro». Il sistema di incentivi che propone Michielli non graverebbe neppure sulle casse pubbliche, non direttamente. «Nella nostra Regione ci sono 3.200 alberghi. Troppi. Bisogna ridurre il numero e alzare gli standard di qualità. La finanziaria regionale Veneto Sviluppo potrebbe anticipare i fondi a imprenditori che vogliono acquisire aziende facendo pagare un 3% all’anno di interessi, con un patto di uscita che impone di restituire il finanziamento dopo tot anni». Il vantaggio è di aumentare la qualità; vendere le stanze a 150 euro a notte al turismo di fascia alta, invece di riempire le città d’arte di cinesi o slovacchi a 6 euro la camera. «Non è classismo - si difende Michielli - ma il turista ricco spende di più e fa vivere l’indotto».
Critiche anche dal leader degli artigiani della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi. «Lo sciopero fiscale è impossibile, perché è un reato. Però porre il problema di allargare gli incentivi è corretto. Sarebbe utile estenderla ai mobili, anche ai capi di abbigliamento». E’ vero che uno dei primi provvedimenti di Obama è stato quello di correre in soccorso dell’auto «ma non dimentichiamo che negli Usa Chrysler e General Motors significano posti di lavoro, assistenza pensionistica e sanità. Anche il governo tedesco aiuta la Opel, però noi contribuenti italiani abbiamo già dato alla Fiat quattro o cinque volte tanto».
Però qualcuno difende ancora gli aiuti statali al comparto automobilistico. Secondo Giovanni Fantoni, amministratore delegato dell’omonimo mobilificio, «L’auto è e resta un settore chiave, come occupazione e come indotto. Secondo, gli incentivi si pagano da sè, mediante un aumento delle ore lavorate a tempo pieno e con il maggior gettito Iva ottenuto dalle vendite di veicoli nuovi». Fantoni anzi rilancia. «Investendo un miliardo e mezzo per il settore del mobile, mediante la rottamazione dell’arredamento domestico o d’ufficio si creerebbe a costo quasi zero un potente stimolo per un comparto che occupa 400 mila addetti». Anche Maurizio Cini, presidente degli industriali di Pordenone è perplesso sul togliere l’ossigeno all’auto. «Va da sè che abbiamo favorito anche Bmw o Volkswagen, ma del resto è quello che hanno fatto gli altri Paesi: è una questione mondiale. L’Europa potrebbe coordinarsi meglio e forse si risparmierebbero risorse. Però sono favorevole agli incentivi per un’economia ecosostenibile: dalla casa, all'elettrodomestico. Perché si consente il rafforzamento di soggetti competitivi strategici per il futuro».
E critiche giungono anche dai sindacati. «È una guerra tra poveri - commenta Salvatore Federico, segretario regionale della Filca Cisl, costruzioni. I sostegni non vanno ridotti semmai allargati. All’edilizia, al comparto del legno. Due categorie di lavoratori oggi sono ad alto rischio: i giovani che hanno appena messo su famiglia e acceso un mutuo per la casa. I cinquantenni che sono troppo vecchi per trovare altri posti, ma non abbastanza per andare in pensione».
«La rivolta fiscale è un film già visto. Il vero problema - sintetizza Emilio Viafora, segretario regionale della Cgil - è l’assoluta mancanza di una politica industriale del governo. Le imprese chiedono di sostenere i consumi, ma, anche dove i fatturati sono buoni come alla Carrefour, tagliano i contratti integrativi. Come si fa a spendere di più se in tasca resta sempre meno?».
Quindi sembrerebbe che molti, a parole, siano favorevoli ad un energico intervento dello Stato per favorire l’economia. Le critiche arrivano, giustamente, solo per le modalità dell’intervento stesso, che va a favorire i soliti noti, amici del potere politico. Ma allora perché nessuno appoggia mai in campagna elettorale quei piccoli partiti che si definiscono anticapitalisti? Bisogna smetterla con il mito del libero mercato. E’ mai possibile che l’attuale crisi economica non abbia ancora fatto aprire gli occhi sul fallimento del capitalismo? Eppure una soluzione ci sarebbe: il socialismo. Ma forse quello che manca è un’altra cosa. Degli uomini coraggiosi che sappiano riprendere in mano i vessilli tanto cari al popolo e che caccino gli attuali schiavisti che ci governano. Noi continuiamo ad attendere fiduciosi.

italiasociale

 

02/10/2009


pagina dell'economia

home page