ECONOMIA 2009


I NUOVI INVESTIMENTI DI BELGRADO

A seguito del recente sbarco della Fiat in Serbia, adesso anche le imprese del Nordest seguono l’esempio della casa automobilistica di Torino. Questo paese rappresenta una piattaforma produttiva dell’industria automobilistica per penetrare nel mercato dei Balcani, dell’Est in generale, della Russia, Bielorussia e della Turchia, ed ecco perché i pescecani di turno vi si buttano con veemenza.
Giovedì scorso a Belgrado, a seguito della missione italiana di oltre 100 imprese del made in Italy (in prima fila quelle del Nordest con Finest), è stato siglato un protocollo tra il viceministro allo Sviluppo economico con delega al commercio estero, Adolfo Urso e il ministro serbo dell’Economia e dello sviluppo regionale Mladjan Dinkic. La Serbia raccoglie nuovi investimenti e offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10% a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), zone con terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa.
Non si conosce ancora quale modello verrà esportato, ma secondo alcune indiscrezioni dovrebbe trattarsi della Topolino. Tutto verrà svelato il 13 novembre prossimo al vertice Italia-Serbia tra il presidente Boris Tadic e il premier Silvio Berlusconi. Si firmerà (la prima volta con un paese Ue) una partnership strategica con l’Italia che supporterà la Serbia nella strada all’adesione alla Ue. L’Italia è al terzo posto nell’interscambio con la Serbia (dopo Russia e Germania), nel 2008 gli scambi hanno raggiunto 2,2 miliardi di euro con un saldo positivo per il nostro Paese di 700 milioni. Ora però l’Italia spinge per aumentare i volumi e le alleanze. Lo ha ribadito Urso al termine della firma dell’accordo con Dinkic. «Questa intesa, dopo quella con la Fiat è straordinaria sia per l’Italia che la Serbia. Da oggi facciamo un ulteriore salto di qualità e apriamo la strada agli investimenti dell’intera filiera automobilistica italiana».
«Abbiamo firmato un accordo per ampliare la cooperazione nel campo automobilistico – ha detto a sua volta Dinkic – tenendo conto che Fiat dovrebbe dare lavoro in Serbia a 2500 persone e le aziende dell’indotto daranno altri posti di lavoro. Inizierà la Magneti Marelli che investirà 100 milioni e darà lavoro a 600 persone. Oggi ci sono 11 imprese italiane della filiera auto, lavoreremo assieme e vedremo quanto sono disposti a investire e quanti posti di lavoro vogliono creare. Sono sicuro che si tratterà di numeri importanti e la Serbia metterà a disposizione tutti gli incentivi». Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, terreni gratis già infrastrutturati, zone franche senza dazi doganali per tutta l’area balcanica, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori.
«Un mercato da 800 milioni di consumatori» ha sottolineato il ministro serbo. «Noi pensiamo – ha detto in conclusione Urso – che la Serbia abbia tutte le condizioni per diventare la piattaforma produttiva dell’industria automobilistica italiana per penetrare nei Balcani, nel mercato della Russia sino alla Turchia».
Quindi la Serbia, dopo essere stata vittima del “dittatore” Milosevic, ora è un paese libero che può intrattenere relazioni commerciali con gli altri paesi europei. Almeno questo è il pensiero dei politicanti di turno. In realtà, il paese serbo è diventato terra di conquista dei capitalisti nostrani a caccia di lavoratori a basso costo. Come al solito a rimetterci è il popolo, in questo caso addirittura due: quello italiano, sempre più vittima della disoccupazione in aumento, e quello serbo, preda di nuovi schiavisti. Siamo proprio sicuri che il popolo serbo non rimpianga Milosevic, fautore di un socialismo nazionale che permetteva a tutti di vivere in modo dignitoso? Ma si sa come gira oggi il mondo. Chiunque tenti di opporsi al capitalismo viene ucciso o incarcerato. Perciò zitti tutti e continuate a lavorare per i nuovi padroni, questo è il vostro, anzi nostro, triste destino.

Alessandro Cavallini

 

02/10/2009


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