ECONOMIA 2007

 

La cicala ha rovinato la formica

 

Maurizio Blondet

 

Effedieffe

 

26/08/2007

 

«Le borse risalgono dopo gli interventi delle Banche Centrali»: titoli ovvi, e menzogneri, sui media.
L’inganno contiene una misura di auto-inganno: gli speculatori (che non s’intendono di economia, ma solo di azzardo) credono davvero che anche questa crisi sia state una delle tante, passeggere.
Comprano azioni perché la loro ortodossia dogmatica gli sugggerisce che «le azioni sono ribassate» ed è dunque il momento di comprare.
Sono persino tornati a fare il «carry trade», indebitandosi in yen a basso costo a Tokio, o in franchi in Svizzera, per comprare coi nuovi debiti ditte e azioni globali.
Ma Ambrose Evans-Pritchard, uno dei rari giornalisti economici veritieri (sul Telegraph), segnala che le cose non sono tornate a posto. (1)
L’errore degli illusi, dice, è di scambiare la crisi d’insolvenza per una crisi di liquidità.
E non vedono la recessione già in corso.
L’economia giapponese è già declinata dello 0,1% nel quadrimestre, quella europea dello 0,3%.
La domanda globale frena rapidamente, anche perché la Cina continua a rifiutarsi di importare, tenendo bassa la sua valuta con manipolazioni artificiali.
Ma soprattutto, il credito facile è finito.
«Oggi i tassi d’interesse sono molto più alti in Europa ed Asia, con effetti ritardati che cominciano a mordere», scrive Evans-Pritchard.
Oggi il costo dell’indebitamento per la maggior parte delle imprese europee e americane è salito in media dal 6,5 all’8,3%.
Quando poi trovano chi è disposto a prestare loro.
«Molti non ci riescono. La Camera di Commercio tedesca è inondata di richieste d’aiuto da parte di medie imprese familiari (Mittelstand) incapaci di onorare le loro linee di credito».
Dal Canada all’Australia arrivano simili grida di dolore.

 

Da ormai due mesi l’emissione di titoli-spazzatura, fonte di tanto credito facile, è ridotta a zero. L’anno scorso erano stati emessi un trilione di dollari di CDO («Collateralized debt obligations», le cambiali confezionate largamente con i mutui degli insolventi, il presunto «collaterale» del debito), ora più nulla.
Anzi, le banche hanno ancora 300 miliardi di quelle cartacce - risultato di «leveraged buy out» - da vendere.
Prima non avevano difficoltà a trovare i gonzi a cui rifilarli.
Ora si debbono tenere i debiti sui loro libri contabili.
Era questo il trucco, ed anche la grande patologia del credito facile.
In tempi ormai superati, quando concedevano un mutuo, le banche lo tenevano nei loro libri, dunque il rischio era loro, e ciò le obbligava a qualche misura di prudenza.
Oggi, hanno trovato il modo di rifilare a coriandoli quei debiti («securitization») e dunque passare il rischio ad altri; non hanno avuto più bisogno di prestare prudentemente.
La finanza globale è tutta qui, in fondo: un trionfo della irresponsabilità.
Ora, è il panico.
Il rendimento dei Buoni del Tesoro americani a tre mesi «sono crollati ad un ritmo mai visto prima»: da 4,2 a 3,12 in tre giorni.
Ciò perché tutti vogliono ora i Buoni-rifugio, e fanno perciò rincarare i Buoni riducendone il rendimento: si tratta di una vera «fuga da panico» dai mercati dei capitali di rischio.
Come mai?

 

Risponde Evans-Pritchard: «Perché la fiducia è crollata. E’ crollata a tal punto che i giocatori con molta liquidità non credono più sicuro lasciare i loro soldi nei fondi monetari delle ditte di brokeraggio e nemmeno nei depositi bancari, in quanto esposti nelle ‘commercial papers’ a breve termine e nei CDO subprime».
Nessuno sa bene chi è esposto e quanta massa detenga di quelle cambiali ormai senza valore: nel dubbio, tutti sono sospetti.
«E’ qualcosa che non è avvenuto nemmeno dopo l’11 settembre; anzi, un simile panico bancario non si vide nemmeno nell’ottobre del 1929 (colpì nell’agosto 1931)».
Dice Albert Edwards, analista della Dresdner Kleinwort: «Quando si assiste ad una simile fuga dai mercati monetari, è inevitabile che la crisi si estenda all’economia reale. Non si dimentichi che i tassi variabili sui mutui americani saliranno ancora almeno fino a marzo (provocando sempre maggiori insolvenze): sicchè il colpo più duro avrà luogo tra il secondo e il terzo quadrimestre del 2008».
Conseguenze?
«Ci saranno grandi bancarotte bancarie. La liquidità iniettata dalle BancheC non sarà di aiuto, perché quelle istituzioni si sono indebitate per comprare al vertice del ciclo (a prezzi altissimi), ed ora sono di conseguenza insolventi (perché i prezzi azionari sono caduti)».
La credenza menzognera che l’Europa  non sia coinvolta nella crisi americana è durata pochissimo, due banche tedesche hanno chiesto l’amministrazione controllata rivelando di essere strapiene di CDO, di cambiali di insolventi americani: la Sachsen LB per 17,3 miliardi di euro, la IKO per 8,1.
Secondo Jochen Sanio, capo dell’ente di regolamentazione tedesco (BaFin), si tratta della peggior crisi del sistema bancario che la Germania abbia sperimentato «dal 1931».
Ciò spiega perché la Banca Centrale Europea (BCE) abbia iniettato ancora più liquidità  di quanto abbia fatto la Federal Reserve USA (2): 80 miliardi di euro nel primo giorno della crisi all’inizio di agosto, ma soprattutto altri 85 miliardi nell’ultima settimana.
Il prestito della BCE, d’emergenza e a breve, è caro: le banche che vogliono accedervi devono pagare un punto in più del «benchmark».

Ebbene: ben 146 banche europee hanno fatto la fila per quel denaro in prestito a qualunque cifra. Segno che sono alla canna del gas, non possono trovare credito presso le altre banche, e  non hanno altra salvezza che il prestatore d’ultima istanza.
Eppure la Germania stava bene, fino a pochi mesi fa.
Stava meglio di tutti gli altri europei.
Era tornata ad esportare forte.
Era piena di dollari guadagnati dalle sue imprese importatrici, e dai suoi risparmiatori.
E’ proprio qui la bellezza del trucco americano, commenta Evans-Pritchard.
Gli americani, governo e consumatori - che non risparmiano nulla - hanno potuto prendere a prestito senza limiti dalle economie sane e risparmiatrici, Germania e Cina; e come «garanzia», gli hanno rifilato quelle cambiali senza valore.
Ora sono le economie attive ad avere in tasca le carte senza valore degli insolventi statunitensi;  l’America finanziaria se ne è liberata.
E’ un caso «tango bonds» all’ennesima potenza, un caso Parmalat moltiplicato per mille.
Anche allora le banche accorte hanno rifilato ai risparmiatori i crediti inesigibili che aveva fatto ad insolventi.
Anche stavolta le cicale finanziarie hanno fregato le formiche operose.

Lo ha scritto a chiare lettere un gestore di «hedge funds», citato da Barrons, con una lettera ai suoi clienti:
«Già dal 2003», scrive questo insider anonimo, «i veri giocatori (compagnie assicurative USA, fondi pensione, eccetera) avevano smesso di comprare le tranches di debito sub-prime. Wall Street ha dovuto perciò inventare il meccanismo per ‘rivalutare’ questi prestiti, confezionarli in pacchetti opachi, ed esportare queste nuove confezioni ad ignari compratori in Asia e in Europa Centrale».
Naturalmente le agenzie di rating hanno fatto la loro parte, valutando AAA cambiali che valevano D (default): tutto per il bene della finanza USA.
«Era il solo modo di liberarsi delle tranches più rischiose del debito sub-prime», ha scritto l’insider ai suoi clienti.
La conseguenza?

Oggi, questi crediti inesigibili sono in mano a «banche cinesi, allo Stato cinese, a banche coreane e taiwanesi, a banche tedesche, a banche francesi e britanniche».
Con l’eccezione delle ultime (britanniche), è l’elenco completo delle formiche globali, che hanno creduto di fare fortuna nel mercato globale a forza di lavoro (sottopagato), di produzione di merci e di onesta produttività di beni reali.
Hanno venduto ed esportato: perciò erano piene di dollari, il risultato del loro «attivo» nel commercio con gli indebitatissimi Stati Uniti.
Altri fregati sono i paesi Petroliferi, strapieni di dollari anch’essi.
Anch’essi, come i cinesi e i tedeschi, hanno pensato bene comprare, coi dollari, gli «attivi» in dollari offerti dalla finanza USA, e valutati come ottimi dalle agenzie di rating.
Insaziabili compratori, fino ad oggi.
Il dollaro, credevano, è sicuro.
La giostra non finirà.
Gli americani sono potenti e grandi consumatori.
Gli americani conoscono le regole del gioco.
Il sistema può girare all’infinito: prestiamo loro i soldi per comperare le nostre merci, il nostro petrolio e i nostri macchinari.
La giostra eterna e felice.
Non è più così.

Ora la Cina smetterà di comprare «attivi» USA che sono - come si è visto - truffe deliberate?
Non contateci.
La Cina non può farlo.
Sì, basterebbe che lasciasse piena convertibilità al suo yuan, e in un attimo il dollaro si ridurrebbe moneta irrilevante, e la Cina (con la sua immensa popolazione ora piena di yuan forti, colmi di potere d’acquisto) potrebbe diventare la grande consumatrice, la produttrice di servizi interni, la locomotiva del mondo.
Ma la rivalutazione dello yuan provocherebbe un rincaro delle materie prime (finchè fossero denominate in dollari) e dunque un effetto inflazionistico, e un rincaro delle merci cinesi all’export.
Peggio ancora, le «riserve valutarie» di cui il regime cinese si gloria (in dollari) sarebbero liquefatte istantaneamente: e il regime comunista di Pechino non vuole perdere questa «riserva» priva di valore, perché sul controllo della «riserva» ha basato il suo residuo potere, eroso dal «mercato».
E questo vale in varia misura anche per tutti i regimi asiatici, semi-autoritari e seduti su economie in vibrante espansione.
Sicchè finirà così: la Cina comunista farà da balia all’America finanziaria, la formica aiuterà la cicala, accollando il prezzo alla sua popolazione, mantenendone basso il suo potere d’acquisto, sperando che la crisi sia passeggera, che si risolva da sé.
La Cina comunista crede fino in fondo al «pensiero unico» globalista made in USA: è la non piccola ironia della situazione attuale.
Il risultato è che l’Asia si ammalerà della malattia che viene dagli Stati Uniti, subendo la recessione americana in riduzione dell’export, in sovracapacità produttiva e in disoccupazione. (3)
I due sistemi - comunismo e capitalismo terminali - cadranno insieme.
E così la Germania, e così le banche europee, tutte credenti dogmatiche della teoria liberista terminale.
Ciò perché una teoria economica sbagliata continua ad essere applicata, anche se tutti gli attori la sanno sbagliata, finchè non viene fuori un’altra teoria accettata.
E non ci sono idee.
O meglio: una teoria economica diversa ci fu.
Fu applicata in Europa dopo il 1929, l’altra grande crisi provocata dalla finanza americana.
Fu applicata proprio in Germania e con successo: non più dollari negli scambi internazionali, economia interna alimentata da «effetti MEFO» garantiti dallo Stato e mai portati all’incasso.
La Germania prosperò in anni tremendi, in cui le altre nazioni si ridussero in miseria.

 

Ma naturalmente, quella dottrina economica è tabù.
Per la Germania come per Pechino.
Non c’è il coraggio politico di riesumare memorie deliberatamente demonizzate.
C’è solo un pensiero economico, il rovinoso pensiero unico americano.

Maurizio Blondet

Note
1) Ambrose Evans-Pritchard, «Brace yoursel for the insolvency crunch», Telegraph, 23 agosto 2007.
2) Va notato che la Federal Reserve, per il suo prestito d’emergenza ai suoi speculatori, accetta come «collaterale» anche i debiti inesigibili CDO, le cartacce di cui le banche sono piene, come fossero garanzie reali. Non c’è sintomo più chiaro di disperata malafede. Si finge che qualcosa abbia ancora un valore, mentre non ne ha, sul mercato, rigorosamente nessuno.
3)
Walter T. Molano, «As Us sinks, Asia unable to swim», Asia Times, 24 agosto 2007.

 

______________________________________________________________________________________

15) IL MIRACOLO HITLERIANO tratto da "schiavi delle banche"

Del resto, l'alluvione di capitali provenienti dagli Usa si era, nel 1933, già prosciugata completamente. La crisi del 1929 a Wall Street, il conseguente brutale arretramento dell'economia americana, il tracollo della produzione industriale, la riduzione a un rivolo dei commerci internazionali, segnò la fine della prima globalizzazione finanziaria. I dollari in giro per il mondo furono richiamati in patria. Non solo gli Stati Uniti, ma la Gran Bretagna - la potenza missionaria del vangelo del liberismo - adotta il protezionismo, e impone forti dazi sulle importazioni. Nello stesso tempo, rinuncia al suo ruolo di fornitore internazionale di capitali. Passato il tempo in cui le imprese estere erano incoraggiate a chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal 1931, in forma non ufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni di titoli esteri in Inghilterra. Il mercato finanziario globale prima esaltato e promosso viene ridefinito fuga di capitali, osteggiato e punito.

L'Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, a dire il vero, nel vasto confortevole mercato del suo impero coloniale. Grande importatrice di materie prime, la Gran Bretagna beneficia del crollo dei prezzi mondiali di queste; d'altra parte, fra le sue colonie vi sono alcuni dei massimi produttori planetari di oro, il cui potere d'acquisto si rinforza col calo dei prezzi mondiali (1). Londra gode dunque di due vantaggi: compra a poco con oro rivalutato.

La deflazione mondiale fa sì che in Inghilterra il costo della vita ribassi - fra il 1924 e il 1936 - di 16 punti, mentre i salari calano solo di 2 punti. E' una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più che - con la deflazione - il governo britannico inaugura una politica di credito facile (bisogna pur usare gli abbondanti capitali rientrati, e che non possono andare all'estero), che stimola una sorta di ripresa, trainata dal mercato interno. E tuttavia la sua disoccupazione resta,ostinata, sopra il 10 per cento fino al 1939, quando la guerra innescherà il suo truce modello di pieno impiego.

Nella grande America, il New Deal di Roosevelt non otterrà - a parte il suo grande successo propagandistico - effetti migliori. Una severa politica di dirigismo, grandi opere pubbliche pagate con un crescente disavanzo dello Stato, l'aumento dei salari minimi, il sostegno dei prezzi agricoli, non riescono ad aver veramente ragione della crisi.

Nel 1936, il potere d'acquisto degli agricoltori americani è di un terzo inferiore a quello che avevano nel 1929: la disoccupazione generale, che era del 3 per cento prima del '29, resta attestata al 19 per cento fino al 1938. Fra ottobre 1937 e il marzo 1938 l'economia americana ricade in una severissima recessione, e altri 4,5 milioni di lavoratori si trovano sulla strada. "L'economia americana non ha ricominciato a riprendersi con le sue sole forze, essa resta dipendente dalle iniezioni costanti di potere d'acquisto alimentate dai deficit di bilancio", riconosce lo storico francese dell'economia Jacques Nèré (2): "alla vigilia della seconda guerra mondiale, il risanamento dell'economia statunitense resta incompleto e precario".

In Francia, il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del 10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore, insomma applica le demagogie socialiste, senza restituire un alito di vita alla sua economia in stagnazione. La Russia sovietica applica fino in fondo, con la nota ferocia dottrinaria, l'economia di piano e collettivista, con i risultati disastrosi che sappiamo.

Tutti gli esperimenti dirigisti, insomma, in qualche modo falliscono. Salvo uno.

Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca disoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s'è prosciugato totalmente il flusso dei capitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica. La Germania insomma non ha denaro,ha perso i suoi mercati d'esportazione, è forzatamente isolata - dalla recessione mondiale - dal mercato globale. Costretta a un'economia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini.

Ma proprio da lì, comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti "si basavano sulle idee sempliciste del loro fuehrer, e s'erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà,purché si mantengano costanti i prezzi".

Hitler lo diceva con esplicita brutalità: "dopo l'eliminazione degli speculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico, di circuito chiuso il cui movimento non si arresta mai. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe" (3)

Sono idee sempliciste. O anche assurde sul piano della teoria economica: creare inflazione (stampare carta moneta) senza far salire i prezzi - e senza ricorrere al razionamento dei consumi, alle tessere del pane, come stava facendo Stalin negli stessi anni.

Eppure funzionano.

A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare la moneta: questa misura renderebbe più competitive le sue esportazioni, ma accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c'è dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commerciale non può più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germania vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Ben presto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui necessitava, perché non vendeva comprava più.

Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù.

Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili.

Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori tedeschi un'autorizzazione della Banca Centrale all'acquisto di divise estere; il tutto presto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, "dopo l'eliminazione degli speculatori e degli ebrei", senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internazionali.

Controllo statale dei cambi e del commercio estero sono praticati nello stesso periodo dall'Urss, con atroce durezza: ma con risultati miserandi. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri invece, deve ammettere lo storico, "dà alla politica economica tedesca una nuova libertà". Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d'acquisto per i lavoratori) è stato svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.

Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della sua moneta nazionale.

Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità.

Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400 mila.

E non sono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 e il 1936, è l'edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall'industria dell'automobile (+ 117%); la metallurgia ne occupa relativamente meno (+83%).

Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata - o piuttosto dissimulata - con geniali tecnicismi. Di norma, nel sistema bancario speculativo, le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro, successivamente servendo il loro debito (e anzitutto pagando gli interessi alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta - di cui la banca si trattiene il suo profitto (4), estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano. Ma naturalmente questo metodo genera inflazione, perché mette in circolazione moneta aggiuntiva; e Hitler vuole - deve - risparmiare al suo popolo, che ha già conosciuto l'esplosione inflattiva del 1922-23, un'altra disastrosa esperienza del genere.

Nel sistema hideriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. E' con queste promesse di pagamento (dette' effetti MEFO ') che gli imprenditori pagano i fornitori.

In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all' incasso massicciamente e rapidamente, l'effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione.

Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all'incasso; risparmiando così fra l'altro (non piccolo vantaggio) l'aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.

Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed hanno sospettato pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione in realtà fu esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie alla fiducia. L'immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini, e le sue classi dirigenti.

Hanno detto che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale del Reich, ebreo, che è l'inventore del sistema, ha reso invisibile l'inflazione: gli effetti MEFO erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici.

In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga ma, naturalmente, assolto) spiegò - fumosamented'aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. Bisogna correggere la modestia del geniale banchiere. Erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l'energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva del popolo.

Schacht fece molto di più. Da ebreo, conosceva bene la frode fondamentale su cui si basa il sistema del credito, e i lucri che consente l'abuso della fiducia dei risparmiatori e degli attivi, che col loro lavoro riempiono di vero denaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo. Per una volta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio dello Stato - senza lucro - e del popolo. Non a caso, e senza nessuna intenzione sarcastica, Hitler gratificòSchacht del titolo di "ariano d'onore": mai definizione fu meglio meritata.

Un economista britannico, C.W. Guillebaud (5), ha espresso con altre parole lo stesso concetto: "nel Terzo Reich, all' origine, gli ordinativi dello Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale]; l'investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato (6)".

Con il denaro creato dal nulla a beneficio del popolo, anziché degli speculatori, la Germania - mentre il mondo gela nella recessione profonda degli anni '30 - prospera. La massa dei salari, che ammontava a 32 miliardi di marchi nel 1932, è salita nel 1937 a 48,5 miliardi: parecchio di più della massa salariale del boom pre-1929 (42,4).

E qui gli economisti, i teorici del monetarismo e della mano invisibile del mercato, aspettano al varco l'esperimento hitleriano: quell'abbondanza di potere d'acquisto nelle tasche dei lavoratori provocherà una crescita esponenziale dei consumi, e dunque una pressione al rialzo dei prezzi. Si tenga conto che quel denaro è nelle mani di milioni di uomini e donne che sono stati disoccupati per anni, e per anni hanno vissuto nella privazione: la corsa agli acquisti di generi di consumo sarà dunque inarrestabile. Non ci sarà alcuna creazione di risparmi indicata da Guillebaud. L'inflazione sembra tanto più certa, in quanto nella Germania di Hitler, fra il 1932 e il 1937, la produzione di beni di consumo aumenta poco (+39%), specie in confronto all'enorme aumento di beni di produzione, macchinari, strade, fabbriche (+ 172%). Dunque il potere d'acquisto aggiuntivo si getterà a comprare beni relativamente scarsi, accentuando la spinta all'inflazione.

Ebbene: in Germania, l'inevitabile inflazione non si verifica.

L'indice del costo della vita, pari a 120,6 nel 1932, è nel 1937 a 125,1: in cinque anni l'inflazione sale di poco più che 4 punti.

Come mai? Alla ricerca del trucco, gli economisti si sono chinati sul prelievo fiscale. Certo lo Stato nazista avrà sottratto agli operai una parte notevole del loro nuovo potere d'acquisto con tributi gravosi. In realtà, nella Germania del 1937 la percentuale del prelievo fiscale sul reddito nazionale è pari al 27,6%, appena poco di più del 26% del 1933, quando Hitler prende il potere. Del nuovo reddito creato dalla prosperità indotta, il Reich non preleva che il 7,5%: un prelievo così mite non si è visto mai, né prima né dopo, negli Stati più liberali. E di fatto, il rispannio dei privati in quegli anni, praticamente, si quintuplica: incoraggiato dallo Stato, ma non imposto coercitivamente.

I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturale frugalità gennanica, la sua innata disciplina. Per evitare un altro tennine, che spiegherebbe di più: l'entusiasmo di un popolo spontaneamente mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia e creatività.

Va detto che lo stesso Schacht non credeva nel sistema che aveva messo in moto col suo trucco contabile. Devoto allievo della dottrina classica, previde che il miracolo artificiale si sarebbe sgonfiato: raggiunto il pieno impiego, lo sfruttamento totale delle risorse, gli investimenti e le spese pubbliche devono rallentare, perché da quel momento esso genera solo pura inflazione. Così dettava l'economia classica: il serbatoio di manodopera è inelastico, e ogni nuovo investimento compete offrendo sempre più alti salari a una manodopera sempre più scarsa.

E' in base a questo dogma, notiamolo, che il liberismo supercapitalista raccomanda la globalizzazione, l'internazionalizzazione dell'economia: per attingere ai serbatoi di lavoro inutilizzato e a basso costo dei paesi non sviluppati.

Dal '36 in poi, fra l'altro, le materie prime sui mercati mondiali cominciano a rincarare, rendendo più difficile il gioco economico di Hitler. E' proprio in quel momento che Schacht propone di dedicare somme maggiori alle importazioni: e ciò non tanto per migliorare il tenore di vita dei tedeschi ma - incredibilmente - per "migliorare i nostri rapporti con l'estero" (7). Insomma: indebitiamoci un po' per far contenti gli usurai.

In quel momento invece Hitler incarica Goering, un Goering ancora giovane e attivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciò che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (ersatze). Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendo dal carbone, brevetti che l'America - dopo la vittoria sul Reich - si affretterà a sequestrare e a distruggere.

Di fatto, in quegli anni la Germania funziona ancor più di prima a vaso chiuso. Come l'Unione Sovietica di Stalin riduce ulteriormente le sue importazioni. In Unione Sovietica l'autarchia è raggiunta al prezzo di carestie, atrocità poliziesche e concentrazionarie. I contemporanei, dunque, suppongono che i tedeschi, messi da Hitler a lavorare per produrre beni non consumabili, siano soggetti a severe privazioni, o almeno a un regime di austerità. Se non da schiavi di una stato totalitario, almeno da monaci guerrieri.

La realtà viene esposta da una tabella sui consumi annui' procapite ricavata dal già citato Guillebaud:

 

consumi tedeschi annui a testa

1932

1937

farina (Kg)

44,6

55,4

carne

42,1

45,9

lardo

8,5

8,1

burro

7,5

8,9

margarina

7,8

5,4

latte (litri)

105,0

111,0

pesce

8,5

12,2

patate

191,0

174,0

zucchero

20,0

24,0

caffè

1,6

2,1

birra

51,4

62,9

 

 

La tabella rivela la stupefacente realtà: la qualità dell'alimentazione tedesca migliora durante la dittatura hitleriana. Il tedesco mangia meno margarina ma più burro; cala la dieta di patate (il cibo tedesco della povertà) e aumentano farina, carne, pesce. Persino il consumo di caffè, importato, è più abbondante. In Germania, l' autarchia funziona.

Gli studiosi del miracolo tedesco si consolano, retrospettivamente, con l'idea che una simile economia a ciclo chiuso non avrebbe potuto espandersi all'infinito. Che, se durò più del previsto, fu perché la Germania, con le annessioni del 1939 e '40, ebbe a disposizione nuove fonti di lavoro e materie prime. Forse.

Tuttavia, bisogna pur riconoscere che l'economia tedesca fu messa a regime di mobilitazione totale solo dal 1943. Solo allora la Germania spinse a fondo l'acceleratore. Albert Speer, il genio della mobilitazione economica bellica, racconta (8) che nel 1943 - sotto gli incessanti, apocalittici bombardamenti - la Germania fu ancora capace di produrre 5234 locomotive, il doppio dell'anno precedente. Fra il , 41 e il '44 la produzione di munizioni triplicò, quella dei pezzi per mezzi corazzati fu quintuplicata, pur con un risparmio del 79% della manodopera e del 93% dell'acciaio impiegato (rispetto al 1941), grazie a una razionalizzazione scientifica dei processi produttivi.

E la mobilitazione della manodopera fu sempre ben lontana dalla militarizzazione attuata in Inghilterra, dove "tutte le forze del lavoro erano inquadrate in battaglioni, che venivano dislocati dove ce n'era bisogno. Tutta la popolazione civile inglese, comprese le donne, era una gigantesca armata mobile". In Inghilterra il 61 per cento delle donne era nel' 44 impiegato nello sforzo bellico; in Germania, il 45 per cento.

Quanto ai beni di consumo, fatta 100 la produzione del 1939,in Gran Bretagna era scesa nel 1942 a 79, in Germania era a 88. Ancora a metà della guerra, il tenore di vita tedesco restava più alto di quello dei suoi nemici.

___________________________________________________________________________________

l) E' un altro modo di esprimere lo stesso fenomeno, la deflazione.

2) J.Néré, La crise de 1929, Parigi, 1973, p.163.

3) H. Rauschning, Hitler mi ha detto, citato da Néré.

4) Si ricordi la definizione dell'Enciclopedia Britannica: "la banca lucra gli interessi su tutto il denaro che crea dal nulla".

5) C.W. Guillebaud, The Economic Recovery oJ Germany, 1933-1939 (Londra, 1939).

6) Si noti che la banca non si preoccupa realmente del rimborso del capitale che presta alle imprese; quel capitale è fittizio, al massimo è denaro dei risparmiatori, ossia per la banca un passivo (perché è la banca a pagarvi degli interessi). Quel che le interessa è che i debitori continuino a pagare gli interessi: sono questi l'attivo della banca. A rigore, per la banca è vantaggioso che il debito non venga estinto mai.

7) A Norimberga, Schacht potrà dire che intendeva, in realtà, sottrarre risorse al riarmo.

8) A.Speer, Memorie del Terzo Reich, Milano, 1976, note a pag 629.

 

03/09/2007


economia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003