ECONOMIA 2006

Italia in svendita…

Fulvia Novellino

Dopo essere stato bluffato dalle banche, Tronchetti Provera accenna all’ipotesi di cedere la partecipazione di controllo della Telecom, detenuta tramite l’holding Olimpia, al magnate australiano Murdock. Una proposta che sembra già una decisione definitiva che chiude così l’avventura di Telecom, nata con la privatizzazione, proseguita con l’ingresso degli istituti di credito e nel suo azionariato, dopo la conversione dei prestiti, e conclusasi con la vendita di queste partecipazioni per un ammontare di circa 1,6 miliardi di euro.
Tronchetti Provera è costretto a vendere semplicemente perché non ha i soldi per pagare a ottobre Banca Intesa e Unicredit che vogliono dismettere la loro partecipazione: ha comprato Telecom e poi Pirelli con i soldi delle banche, e ora per far fronte ai propri debiti deve cedere le società. Le banche che gli hanno portato via già il 35% di Pirelli, prendendo per sé quelle azioni che invece dovevano essere piazzate sul mercato come investimento diffuso, ora lo costringono a vendere al primo offerente.
Il destino delle grandi imprese privatizzate è dunque in mano a industriali che imprenditori non sono, perché in realtà sono degli speculatori, dei dipendenti delle banche che si insinuano in società dal grande valore strategico per darne il vero controllo ai suoi finanziatori.
La proposta di Murdock, interessato soprattutto al controllo della rete internet, giunge dopo l’ingresso nel mercato inglese con la BSkyB, che investirà 730 milioni di dollari nella banda larga, facendo così tremare British Telecom che rischia di perdere abbonati. Assistiamo dunque ad una tendenza di accorpamento delle società di telecomunicazione con quelle che gestiscono i media e poi il campo dell’elettronica. La settimana scorsa è stato siglato uno storico accordo tra Vodafone, Google e Microsoft per la creazione di un sistema di comunicazione integrato, con il Palm, e ora la stessa Vodafone fa la corte a Mediaset per acquisire il 5% del suo capitale.
Se questa è la tendenza attuale, occorre prestare attenzione alla spinta verso la liberalizzazione del digitale terrestre, dopo il commissariamento dell’Italia presso la Corte di Giustizia per via della Legge Gasparri, che pare violare la libera concorrenza all’interno del mercato unico. Le pressioni della Comunità europea ad aprire le frequenze a terzi operatori giungono a quanto pare in un momento molto particolare, ossia quando Murdock decide di acquistare Telecom, che detiene già il 2% delle frequenze del digitale, e si ventila l’ipotesi di una privatizzazione della Rai. Anche se l’Antitrust potrà impedire la concentrazione del potere mediatico nelle mani di Murdock, nessuno si opporrà al controllo della televisione da parte degli operatori della Telefonia. Ancora una volta la deregolamentazione dei mercati e la privatizzazione, volute per la libera concorrenza o per la non interferenza dei governi, hanno conseguenze che portano a distorsioni ancor più gravi dell’aumento dei costi e degli aiuti di Stato.
Telecom, una volta privatizzata, è finita nelle mani delle banche, così come Autostrade sarà controllata da società estere e da finanziatori esteri, si pensi a Banca Caixa, mentre Alitalia è stata già svalutata da Air France del 3% in vista della sua prossima acquisizione.
Se questo è il destino delle società nostrane, cosa accadrà un domani alle altre imprese statali quando il governo aprirà il portafoglio del Tesoro, per risanare il debito pubblico?
È stato infatti deciso di proporre una Opa o una Ipo per le partecipazioni di Fincantieri, di Poste Italiane e del Poligrafo di Stato, per le quali si prevedono brevi tempi per l’operazione salvo che i sindacati non facciano resistenza. Per il momento è stata sospesa l’operazione di fusione tra Eni e Enel, ma la rete distributiva verrà sicuramente venduta, consentendo così l’ingresso di Gazprom sul mercato, e in modo da rispettare i patti con la Russia. Dopo toccherà a Trenitalia, a Finmeccanica, che è stata replica a gran voce da Airbus-Eads, e forse alla stessa Anas, che rischia il commissariamento dopo lo scandalo gridato da Di Pietro.
Ancora una volta vi sarà la cessione del patrimonio statale per coprire un debito che non esiste. Questo le associazioni di consumatori lo sanno benissimo, perché, anche se è stata persa, hanno fatto una causa alla Banca di Italia per accertare questo stato di fatto. Ora ignorano quanto sta avvenendo, perché sono molto prese dalla lotta per la liberalizzazione contro le categorie che cercano, nel bene o nel male, di difendere i propri interessi e quelli dell’economia nazionale, in un certo senso.
Il decreto Bersani ha spostato l’attenzione dell’opinione pubblica dalle privatizzazioni alla liberalizzazione, inducendola a schierarsi per lotte sbagliate che vanno a tutto vantaggio delle multinazionali. Nessuno ha infatti parlato del destino del commercio italiano, quando presto l’eliminazione della programmazione regionale per l’insediamento delle grande catene distributive distruggerà il commercio al dettaglio e altre migliaia di piccole imprese. Questa è la tendenza di questo governo che ha già deregolamentato la concorrenza per permettere che si sbranassero a vicenda. Non abbiamo ancora visto i rappresentanti di queste categorie scendere in piazza per reclamare un diritto all’esistenza, per esigere che la piccola impresa italiana continui a vivere, o per protestare contro l’aumento dell’Iva sui prodotti alimentari e dell’Irap. Si farà una manovra finanziaria che graverà completamente sulle spalle delle piccole imprese, per le quali i controlli e le aliquote sono sempre più elevati e asfissianti. Allo stesso tempo giungeranno dall’Europa cento milioni di euro per finanziare le imprese HI-Tech del sud Italia nella fase di lancio: ci auguriamo che questa decisione non abbia gli stessi effetti dei “prestiti d’onore” di qualche anno fa, paragonabili ai disastri di un’alluvione in pieno deserto. Questi infatti hanno portato alla nascita di tanti piccoli esercizi, sopravvissuti per pochi anni, e poi falliti perché schiacciati dalla concorrenza e dalle tasse, lasciando sulle spalle dei giovani del Sud debiti e fallimenti: questo certo non incentiva la crescita del Paese.
L’economia italiana si sta dirigendo verso il fallimento, il bilancio è davvero preoccupante. Le grandi imprese sono state privatizzate, svendute e smaterializzate da questi industriali che fanno degli interessi dei creditori lo scopo dell’impresa. Le piccole imprese vengono sfavorite da leggi fiscali e da politiche economiche, da finanziamenti usurai e dalle associazioni di consumatori, quando invece dovrebbero essere difese incondizionatamente perché sono il tessuto dell’economia.

04/08/2006


economia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003