ECONOMIA 2006

 

Banche-finanza-politica: un perverso intreccio di interessi che strangola l’economia nazionale

 

IL GIUOCO DELLE PARTI

 

di Giuseppe Solaro

 

L’evento dell’assemblea annuale dell’Associazione Bancaria Italiana, che ha avuto luogo lo scorso 12 luglio a Roma, ha fatto emergere, in tutta la sua teatralità commediante, il ben noto “giuoco delle parti” di pirandelliana memoria. La partecipazione attiva all’assise di due fra i più importanti sodali dei poteri forti e della finanza internazionale, Tommaso Padoa Schioppa, neo Ministro dell’Economia, e Mario Draghi, neo Governatore della Banca d’Italia, ha suggellato la manifestazione, nell’ambito della quale, tra l’altro, si è verificato il cambio di guardia al vertice ABI (Corrado Faissola, già amministratore delegato di Banca Lombarda al posto di Maurizio Sella).

I due “cavalli di razza” delle scuderie Banca Centrale Europea-Goldmann Sachs e di molti altri “allevamenti” internazionali al servizio della finanza mondialista (Commissione Europea per gli Affari Economici e Finanziari, Istituto Monetario Europeo, Istituto Internazionale di Studi Economici, Banca Mondiale, etc.), nonostante l’esiguo tempo trascorso dal loro insediamento nei rispettivi incarichi economico-finanziari nazionali, hanno avuto modo di farsi già ben conoscere in patria, presentando le credenziali agli italiani con un “ambizioso” piano che punta al totale smantellamento dello stato sociale, ad una sempre maggiore proletarizzazione del mondo del lavoro e alla definitiva privatizzazione di quanto resta ancora di pubblico in Italia (sanità, energia, trasporti, previdenza, scuola, patrimonio immobiliare pubblico, etc.). Fedeli ai dettami turboliberisti fissati nel famoso summit dei croceristi del Britannia, entrambi sono apparsi come i veri mattatori della platea dei banchieri nostrani, vestendo gli abiti dei moralizzatori e dei risanatori dell’economia italica. Non potevano certo mancare in proposito i commenti favorevoli dei soliti media al guinzaglio del grande capitale o le esternazioni dei politicanti nazionali, dell’uno e dell’altro polo, in perenne competizione tra loro per dimostrare la maggiore purezza del proprio pedigree liberista.

Così mentre Padoa Schioppa, rivolgendosi all’imprenditoria bancaria, inaugurava la fiera delle ovvietà (“per competere con successo occorre innanzitutto offrire servizi migliori a prezzi più bassi”), fingendo anche tiratine d’orecchie a “qualche manager troppo intraprendente” (“pressione morale verso chi abbia comportamenti dubbi”), il secondo dei Dioscuri della finanza internazionale recitava la parte del “liberalizzatore” convinto, elargendo apprezzamenti per gli ultimi provvedimenti governativi in materia e lanciando -sempre in riferimento al mondo bancario- il nuovo zimbello dell’abolizione dei costi di chiusura dei conti correnti, accanto alle parole d’ordine “aggregare, consolidare, riorganizzare”.

Parafrasando il titolo della famosa novella di Pirandello, “quando s’è capito il giuoco” diventa, però, più facile per lo spettatore accorto leggere fra le righe del copione. Infatti nella tragicommedia ABI gli attori hanno interpretato il loro ruolo fino in fondo, con grande disinvoltura, soprattutto quando hanno glissato con eleganza sui recenti gravi episodi latori di rovina finanziaria per moltissimi risparmiatori italiani abbindolati dalle loro stesse banche “di fiducia”. Una vicenda vergognosa e truffaldina che anche il presidente uscente dell’associazione datoriale delle banche, nella sua inutile relazione, si è guardato bene dall’approfondire, come era invece doveroso, relegandola viceversa con grande nonchalance in appena 17 righe, stillanti ipocrisia e ambiguità da ogni sillaba.

Nella sostanza, al di là della “professionalità” degli interpreti, si è assistito a uno spettacolo indecoroso, autentico trionfo dell’apparenza e dell’illusionismo, con l’obiettivo mirato di simulare una sorta di nuovo corso nei rapporti banche-risparmiatori, mentre nella realtà, come è noto ai più, i meccanismi perversi del credito, che si muovono in sintonia con gli interessi dell’alta finanza, della grande industria e della politica, rimangono graniticamente immutati in tutta la loro nocività per i cittadini-risparmiatori e per la piccola imprenditoria, vera spina dorsale dell’economia nazionale. Se dovessimo citare solo i casi più macroscopici di conflitti di interessi del cosiddetto “sistema Italia” non ci basterebbe lo spazio di un intero tomo. Tanto per fare qualche esempio basti ricordare il Monte Paschi di Siena e le sue dirette connessioni con taluni partiti politici o, ancora, i palesi conflitti di interessi di parecchi istituti di credito proprietari o comproprietari di primarie industrie nazionali, quali la FIAT, il cui controllo ha permesso di speculare in borsa fino all’inverosimile a danno dei soliti piccoli azionisti. Così anche i conflitti di interessi dell’industria e della finanza proprietarie dei media (giornali, radio, televisioni, etc.) che controllano e manovrano a loro piacimento spacciandoli per indipendenti. Da ultimo come non richiamare alla mente anche i numerosi conflitti della Chiesa, considerata nella sua duplice veste di autorità religiosa e di istituzione statale, quest’ultima con il suo inestricabile intrico di interessi bancari e finanziari (valga per tutti l’esempio dello IOR o quello della Caritas, autentico monopolio affaristico su ogni attività che riguarda il fenomeno immigratorio).

Negli ultimi anni le principali banche italiane hanno lanciato sul mercato una vasta gamma di prodotti di investimento (soprattutto bond), collocandoli con disinvoltura anche presso i piccoli risparmiatori, nonostante l’esistenza di norme contrarie e benché fosse a loro ben noto il background negativo di molte realtà industriali, propalate al contrario come sane. In questa corsa agli utili ad ogni costo, il management bancario ha cercato di fidelizzare al massimo i propri dipendenti attraverso un sistema di incentivazione (i cui benefit annuali possono addirittura superare il fisso percepito) che prevede premi proporzionalmente crescenti in rapporto alla quantità di prodotti venduti (derivati, bond, titoli, fondi, covered warrant, valute, prestiti, etc.). Una formula molto accattivante per i dipendenti che, se da un lato, ha permesso alle banche di macinare utili stratosferici, distribuiti in parte agli azionisti e in buona parte canalizzati nelle tasche del top management con il sistema delle stock option, dall’altro ha determinato perdite irreparabili alla massa dei piccoli risparmiatori. I casi Parmalat, Cirio e Argentina sono solo gli esempi più eclatanti che inchiodano alle proprie responsabilità i principali gruppi bancari italiani. Responsabilità che provano come gli istituti di credito del Belpaese avessero pianificato, attraverso la propria rete commerciale “incentivata”, il collocamento dei “bidoni” finanziari alla clientela retail. Per il caso Parmalat, ad esempio, una e-mail finita recentemente nelle mani degli inquirenti proverebbe finalmente la colpevolezza in tal senso del gruppo UniCredit, che aveva invece sempre negato il suo coinvolgimento, sostenendo che la collocazione dei titoli spazzatura era stata convogliata dalla banca esclusivamente verso gli investitori professionali.

La stangata operata dalle banche nei confronti della clientela (ad onor del vero è bene ricordare che nella rete sono finiti anche molti dipendenti delle stesse banche) ha riguardato anche i derivati, vale a dire quegli strumenti finanziari rappresentativi di altri strumenti finanziari, il cui valore deriva da attività varie denominate “sottostante” (indici azionari, obbligazioni, merci), che dalle iniziali buone performance degli anni 1998-1999 -successi utilizzati come pubblicità per ampliarne la conoscenza e invogliarne la sottoscrizione- sono precipitati sempre più in basso, trascinando in parecchi casi alla rovina i piccoli imprenditori, i quali, molto spesso, sono costretti ad accettare le condizioni del derivato per vedersi rinnovato e/o aumentato il fido.

Il pentolone dei derivati è stato ora scoperchiato grazie alle denunce di molti imprenditori caduti nella trappola di tali prodotti, contrabbandati loro dalle banche come “coperture assicurative”. Tra le decine e decine di querele presentate da molte aziende, i casi più clamorosi, oggetto di inchiesta, si sono verificati a Roma (Aldo Segante, azienda di presidi medico-chirurgici) e a Vicenza (Arnaldo Nostrali, azienda di valvole di sicurezza) e la banca coinvolta risulta ancora una volta essere il colosso guidato da Alessandro Profumo, il “gran timoniere” del gruppo milanese in quota “Botteghino”. Sia a Roma che a Vicenza gli imprenditori sono stati invitati dai responsabili UniCredit a sottoscrivere “in tutta tranquillità” la clausola Consob che li caratterizza come “operatori qualificati”.

Ma non a tutti va poi così male! Infatti la raccolta delle disponibilità dalle masse operata dagli istituti di credito quasi a costo zero (considerati gli insignificanti tassi remunerativi corrisposti) finisce, sempre più spesso, per essere impiegata in operazioni spregiudicate di finanza cosiddetta creativa, ad esclusivo vantaggio di “selezionati” beneficiari di affidamenti senza logica e senza merito creditizio: in altre parole senza garanzie. Così gli scaltri destinatari dei favori milionari del sistema creditizio investono i loro allegri affidamenti in operazioni strutturate (titoli, mutui, compravendite immobiliari, partecipazioni, etc.) che permettono loro di quintuplicare l’investito in breve tempo, garantendo nondimeno alle stesse banche erogatrici degli affidamenti lucrose commissioni ed interessi che consentono il raggiungimento dei budget e la distribuzione dei ricchi premi al proprio top management. Alla faccia di qualsivoglia “codice etico” e della tanto abusata (a parole) “responsabilità sociale aziendale”! Un meccanismo diabolico, quindi, che ha quasi sempre pesanti risvolti negativi sulla restituzione degli affidamenti. In molti casi, infatti, questi vengono rinnovati e posticipati, spesso non onorati nemmeno nel pagamento degli interessi maturati. Il rischio finale è quello di trovarseli, dopo vari giri e raggiri, nelle cosiddette “esposizioni deteriorate” per poi chiudersi in perdite totali o parziali, magari successivamente cedute nel pacchetto globale di “smobilizzo pro-soluto di crediti in sofferenza”. Insomma il verificarsi di tali condizioni porta come conseguenza che il conto finale viene pagato, sempre e comunque, dal solito Pantalone (risparmiatori e lavoratori del settore). Tanto per rinfrescare la memoria del lettore, è sufficiente in proposito rifarsi all’inchiesta che vede alla sbarra la “banda degli immobiliaristi e scalatori” della capitale, Danilo Coppola e Stefano Ricucci, con tanto di corollario malavitoso e di solidi rapporti con le banche (in primis BNL e l’immancabile gruppo UniCredit), che erogavano mutui fondiari a piene mani, definiti “gonfiati” dagli inquirenti rispetto al valore reale degli immobili da acquistare. Le false fatturazioni sulle valutazioni immobiliari costituivano la base di partenza per ogni richiesta di affidamento, i cui fondi, generosamente concessi dalle suddette banche, confluivano su una miriade di società gestite da prestanome ma riconducibili ai due “imprenditori” (Centro Storico real estate srl, Prisma Engineering srl, Promar srl, Safimmobiliare srl, Marcus Immobiliare srl, etc.). L’inchiesta è in pieno svolgimento e, a quanto ci risulta da fonte ben informata, gli inquirenti avrebbero trovato testimonianze preziose, attendibili e ben documentate, fra gli addetti ai lavori nelle banche che non intendono certo coprire le malefatte del management bancario coinvolto.

Nessuna recita, dunque, nessun giuoco delle parti, anche se magistralmente interpretato da “primi attori”, potrà mai celare allo spettatore, il cui intelletto non sia obnubilato dalla propaganda del sistema, la reale portata dell’apparato usurocratico delle banche. Banche-finanza-politica: un circolo vizioso che soffoca e taglieggia l’economia delle nazioni. Il loro operato ne compromette l’armonico ed equilibrato sviluppo e trasforma i popoli al rango di sudditi-debitori-consumatori, i quali, all’oscuro della reale natura del danaro, sono impotenti di fronte al malaffare legalizzato dai politicanti di turno al potere, “camerieri dei banchieri” (sagace e lungimirante definizione del grande poeta e scrittore Ezra Pound). E rimanendo sempre in sintonia con il pensiero poundiano, acutamente ricordato da Antonio Pantano nel suo penetrante articolo apparso su Rinascita del 1 agosto scorso, ci piace concludere, accanto ad un deferente e commosso ricordo del prof. Giacinto Auriti, grande propugnatore della proprietà popolare della moneta, reiterando le parole piene di speranza dell’ultimo maestro di vita del XX secolo: è “dal fondo del pozzo [in cui hanno precipitato le nazioni che] si scrutano le stelle!”.

10/09/2006


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