ECONOMIA 2007

Alla conquista dell'economia indiana

Sabrina Lauricella
-10-2-07

Le aziende italiane non possono farsi scappare l’occasione. È questo il messaggio che emerge dal coro di consensi che in questi giorni ha preceduto l’odierna visita del presidente del Consiglio, Romano Prodi, in India, con al seguito una nutrita delegazione di imprenditori e banchieri dello Stivale. Un coro che ha visto in prima linea non solo esponenti di spicco del mondo economico e politico, ma anche Michelguglielmo Torri, fondatore nonché primo presidente della società italiana per lo studio dell’India contemporanea, Italindia, oggi presidente di Asia Major, e Rajiv Dogra, ambasciatore indiano a Roma. “È questo il momento giusto per rafforzare le relazioni tra Roma e Nuova Delhi - ha dichiarato ieri il diplomatico - e porle su un livello più elevato”. “Ci aspettiamo che nell’arco di un anno il volume dell’interscambio commerciale tra Italia e India aumenti notevolmente”, ha aggiunto l’ambasciatore sottolineando che “le possibilità di successo economico” nell’elefante asiatico sono “enormi”. Per la nostra imprenditoria riuscire ad entrare nel mercato indiano è “un passaggio essenziale”, gli ha fatto eco il presidente di Asia Major. Per Torri il mercato del paese asiatico ha un potenziale “notevole”. Sono molti i problemi e le difficoltà di inserimento ma possono essere superate esportando “prodotti di buona qualità” e “competitivi”.
Da tre anni, in effetti, il gigante dell’Est ha un tasso di crescita vicino all’8%, con un dinamismo secondo solo all’8,6% della Cina. A trainare il ‘miracolo economico’ è soprattutto il settore dei servizi che, come ha sottolineato il rappresentante di Nuova Delhi, è il protagonista della crescita più ampia e costante. Nel secondo mercato al mondo per numero di (potenziali) consumatori, però, l’Italia è giunta con un certo ritardo, così come è accaduto in quello cinese, ma negli ultimi tempi i rapporti italo-indiani hanno compiuto ‘passi da gigante’; basta pensare i recenti accordi tra Fiat e Tata. “Fino allo scorso anno c’erano solo 12 programmatori indiani alla Ferrari, - ha ricordato con orgoglio il diplomatico, sostenitore dello scambio reciproco di esperienze di lavoro tra le imprese italiane e indiane - mentre oggi ve ne sono più di 30”. Le maggiori aziende di moda italiane hanno aperto filiali o succursali proprie sul posto, ha ricordato Dogra, soddisfatto della sostanziale delocalizzazione in India delle nostre aziende. “Si può fare molto nel settore del turismo, dell’intrattenimento, dell’animazione e in tanti altri campi, soprattutto nell’Information Technology”, ha aggiunto. Per raggiungere questi obbiettivi, auspicabili per il rappresentante dell’elefante asiatico, è però importante rafforzare relazioni e collegamenti tra i due Paesi, aggiungendo agli attuali tre voli settimanali tra Roma e Nuova Delhi altrettanti collegamenti tra Milano e Mumbai.
L’India è oggi la quarta potenza economica del pianeta. Le sue relazioni con l’Ue sono buone ma ancor di più lo sono quelle con alcuni Paesi europei come la Francia che, come ha ricordato Torri, da anni riserva un trattamento particolare all’India, con “rapporti molto forti nel settore militare” in vista del probabile ingresso di Nuova Delhi nel mercato nucleare.
Con un interscambio che tra il 2005-06 ha superato i 4 miliardi di dollari, l’Italia è tra i Paesi Ue, il quarto partner commerciale dell’India per importanza ed è al 12esimo posto per investimenti diretti esteri in India. La delegazione si propone tra gli altri l’obbiettivo di ‘stimolare’ ulteriormente la ‘propensione’ dell’imprenditoria italiana ad investire, esportando capitali, nei Paesi emergenti (con i finanziamenti pubblici e il sostegno politico), delocalizzando una parte della produzione. Come ha sottolineato Torri, ciò che è “essenziale” per l’Italia sarebbe invece inserirsi nel mercato dei consumi, aumentando le esportazioni di Made in Italy, spingendo al rialzo la produzione interna e in positivo la bilancia dei pagamenti.
Tanto più che il Paese asiatico è già “molto avanzato a livello tecnologico e di ricerca”. Gli italiani potrebbero quindi esportare merci e “servizi nei settori in cui sono particolarmente forti”, dalla moda alla produzione di macchine utensili. Solo parzialmente in questa ottica l’Anci, l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani presieduta Rossano Soldini, ha deciso di tentare la sorte, con l’obbiettivo di mettere le scarpe ai piedi degli indiani. Lunedì 12, quindi, parteciperà ad un seminario tecnico a Kalkata, nel quale le imprese dell’Anci ‘condivideranno’ con i colleghi asiatici “le modalità produttive dell’industria calzaturiera italiana organizzata in distretti industriali” e quindi capaci di garantire “flessibilità ed efficienza produttiva” , collegando “in modo armonico l’industria con il territorio”. Uno scopo che, per Soldini garantisce “una maggiore sostenibilità sociale e ambientale” della crescita, fattore importante per un’industria del settore, quella indiana, che rappresenta il secondo produttore mondiale di calzature dopo la Cina, con una quota del 6% della produzione globale. La speranza di Soldini è di riuscire ad assicurare alle scarpe Made in Italy una fetta del mercato dei consumi, attualmente coperto dalle imprese nazionali che esportano solo il 7% del totale prodotto, pari a 92 milioni di paia di scarpe (103,75 milioni di dollari), a loro volta destinate per l’80% al mercato Ue e a quello Usa e solo in minima parte all’Italia. Un volume comunque significativo (nel 2005 è stato di 74 milioni di euro) e in crescita, nonché notevolmente superiore agli 0,93 milioni di euro di scarpe esportate dall’Italia nel mercato indiano nei primi nove mesi del 2006. “All’India, come agli altri Paesi emergenti - ha detto Soldini - offriamo collaborazione, ma pretendiamo ‘reciprocità’ di condizioni nel commercio. Il mercato indiano è un’opportunità solo a patto che quote e dazi siano eliminati e soprattutto che le condizioni di dumping sociale e ambientale, che creano asimmetria competitiva, siano eliminate”.
E, per raggiungere questo obbiettivo e forse ancor di più per ‘promuovere’ la delocalizzazione delle imprese del BelPaese, il governo Prodi è riuscito a mettere in campo quella che Dogra ha definito una tra le più grandi delegazioni che abbia mai visitato l’India, anticipata lo scorso novembre da una visita in Italia di 125 uomini d’affari del gigante asiatico, con frutti rilevanti in termini di stabilimenti italiani e ‘joint venture’ in India seguiti, come ha ricordato il diplomatico, da “un nuovo trend che vede un flusso di investimenti che dall’India è diretto in Europa, negli Usa e in altre zone del mondo”. In altre parole, lo Stato italiano finanzia le aziende per delocalizzare in India ed esportare i ricavi nelle banche d’investimento Usa e Ue, magari tramite gli istituti di credito italiani che oggi seguono Prodi con lo scopo do aprire sedi locali, e non di reinvestirli o riportarli in Italia. Non c’è da stupirsi che il 2007 sia stato proclamato dal ministero per il Commercio internazionale indiano l’Anno dell’Italia in India. I ‘vantaggi’ delle opportunità offerte dall’India, purtroppo, andranno nelle tasche di imprese, banche e politica. Ai lavoratori, invece, non resterà che pagare un conto salato ed incassare i danni (e lo sfruttamento) del mercato del lavoro, in entrambi i Paesi.

13/02/2007


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