ECONOMIA 2007

Conti pubblici: la miopia dei politici accelera le riforme liberiste


Diana Pugliese

Nei primi nove mesi del 2006, secondo i dati pubblicati dall’Istat, il rapporto deficit si è assestato al 4,1%, contro il 4,3% registrato nello stesso periodo del 2005. Il risultato, come ha sottolineato il ministro per lo sviluppo economico, Pierluigi Bersani, non ha sorpreso il governo (e ancor meno gli economisti) che, proprio per bocca del ministro si è certo di poter rispettare l’impegno preso in sede Ue di riportare il deficit al di sotto del 3% entro la fine dell’anno.
A spingere al rialzo l’indebitamento del BelPaese, ha ricordato l’Istat, sono le conseguenze della sentenza del 14 settembre 2006 della Corte di Giustizia europea sulla detraibilità dell’Iva sulle automobili aziendali, decisione che ha permesso alle aziende italiane di chiedere allo Stato il rimborso di quanto pagato dal 2003 ad oggi. Questi rimborsi, hanno sottolineato i tecnici di via Cesare Balbo sono stati contabilizzati in conto capitale, per un importo pari a 17.128 milioni di euro, con la conseguenza di spingere al rialzo l’indebitamento che al netto di tali effetti sarebbe risultato al 2,5% per effetto combinato dell’aumento delle entrate fiscali e della riduzione della spesa.
Nel terzo trimestre 2006, semrpe secondo i tecnici dell’istituto guidato da Luigi Biggeri,
il rapporto deficit-Pil è stato del 6,4% - contro il 2,8% registrato nello stesso periodo del 2005 - mentre al netto degli effetti della sentenza si sarebbe attestato all’1,7%.
Un risultato positivo di cui, ancora una volta, i due schieramenti continueranno a contendersi i meriti e che, in ogni caso, non ha sorpreso il governo, ben consapevole degli effetti che la decisione europea avrebbe avuto sul bilancio. “Abbiamo sempre detto che il deficit per il 2006 sarebbe stato intorno al 5,5%-5,6% conteggiando anche la sentenza sull’Iva e il buco delle Ferrovie”, ha dichiarato ieri Bersani che ha sottolineato che gli eventi “straordinari” che hanno portato ad un incremento del deficit italiano “non saranno permanenti”. Per quanto riguarda il saldo primario, vale a dire l’indebitamento al netto degli interessi passivi, nel terzo trimestre il risultato è stato negativo (-7.437 milioni di euro contro i + 5.874 registrati nello stesso periodo del 2005) e l’incidenza sul Pil è stata pari a -2% (al netto degli effetti della sentenza di Strasburgo sarebbe stata +2,6%). Nei primi nove mesi il saldo è stato positivo per lo 0,4% ma si sarebbe attestato al 2% senza il pronunciamento dei giudici europei.
Dai dati dell’Istat emerge, inoltre, un aumento delle entrate correnti, che hanno registrato una crescita tendenziale del 5,8% frutto dell’incremento di imposte dirette (+10,4%), indirette (+4,3%), contributi sociali (+3,7%) e altre entrate correnti (+2,9%), nonché una diminuzione delle entrate in conto capitale, scese in termini tendenziali del 60,7% per l’effetto combinato del calo delle imposte in conto capitale (-95,6%) e l’aumento delle altre entrate in conto capitale (+1%).
I risultati finale del 2006, comunque, frutto anche del miglioramento dell’economia, potrebbero peggiorare con la contabilizzazione dell’ultimo trimestre del 2006. La scadenza per la presentazione delle richieste di rimborso da parte di aziende e professionisti era infatti il 15 dicembre. Stando alle previsioni circolate nei mesi scorsi, l’entità totale dei potenziali rimborsi si aggira intorno ai dieci miliardi, 2,5 miliardi per ogni annualità. Se tali previsioni dovessero essere confermate, i dati definitivi dell’indebitamento - e conseguentemente i parametri di Maastricht – potrebbero subire un ulteriore aggravamento.
Al di là delle polemiche tra i due poli, che sempre si contendono i meriti e si scaricano l’un l’altro le responsabilità, la batosta inflitta da Strasburgo riflette l’insofferenza dell’Ue per gli inadempimenti italiani alle regole comunitarie.
Le conseguenze che oggi gli italiani si trovano a pagare, invece, dimostrano la cecità (o forse la furbizia) dei politici italiani che hanno voluto ignorare la necessità di partecipare alle decisione europee e di lottare per gli interessi del Paese, come dimostrano le numerose procedure di infrazione e le ingenti multe inflitte all’Italia per non aver applicato le norme comunitarie.
Per reperire le ulteriori risorse necessarie a coprire i rimborsi, le multe e le richieste dell’Ue, il governo, come avevano previsto, oltre ad aver alzato le tasse, sta spingendo per tagliare ulteriormente la spesa, a danno di pensioni, sanità, pubblico impiego e stabilità del lavoro. Tanto più che l’esecutivo non potrà rinunciare alle politiche di sviluppo e alle infrastrutture. La decisione della Corte di non consentire la dilazione dei rimborsi (in effetti la norma dopo mezzo secolo non può dirsi ‘temporanea’ né Roma può dirsi in ‘buona fede’ dopo i numerosi richiami di Bruxelles) sta accelerando proprio l’attuazione di quelle ‘riforme strutturali’ liberiste più volte esortate dall’Europa.

  
14/01/2007


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