ECONOMIA 2009

 

Partecipazione dei lavoratori agli utili

Può essere fuorviante celebrare troppo l'iniziativa di Tremonti

di Marco Cottignoli

Curiosa la politica. Si riparla, di nuovo, di partecipazione dei lavoratori all'impresa. Quante volte è già successo in questi anni? Innumerevoli. Ogni volta è la stessa trafila di propositi, di proclami e di rinvii. Così trascorrono gli anni in amene discussioni dove parti politiche, sindacati ed industriali sembra che stiano preparando chissà cosa. Poi tutto rimane come è. Stavolta, invece, sembrerebbe che il discorso sia più fecondo. Il ministro dell'Economia, Tremonti sta spingendo affinché si giunga alla compartecipazione all'utile delle imprese anche per contrastare la mala economia con i suoi vani falò delle vanità, delle stupidità, della speculazione...Addirittura entusiasta il ministro dello Stato sociale Sacconi che afferma che questa proposta diventerà legge entro l'anno. Su un punto però tutti concordano: i lavoratori parteciperanno solamente agli utili e non alla gestione. Non esageriamo. Niente cogestione. Qui entrambi si fermano. Sarebbe troppo. Troppo per i poteri forti, troppo per gli interessi di chi detiene il potere. Troppo rivoluzionario. Quindi che nessuno si preoccupi, il paletto lo ha messo la Marcegaglia in persona la quale è stata piuttosto perentoria sull'argomento della cogestione: " Proprio non se ne parla! ". Dal momento che in Italia si sa bene chi comanda, è inutile parlarne ancora. Su tale punto, comunque, pure la cgil, sempre puntualmente a fianco dei lavoratori, si è posta nettamente contro. Sulla azione politica di Tremonti bisognerebbe invece riflettere, almeno un po'. In un contesto politico ed economico alquanto stantio come quello attuale, egli ha avuto almeno il merito di sollevare questioni sicuramente dirompenti e spinose: quando parlava di dazi verso le importazioni extraeuropee, nei suoi scontri con Draghi, nel suo tentativo di imporre alle banche un minimo di controllo, nel suo tentativo di rifondare una nuova Bretton Woods. Non ultimo la sua recente contrapposizione con i manager finanziari e con gli economisti responsabil della crisi globale di cui un gruppo ha lanciato un appello sul quotidiano “ La Repubblica “ ormai diventato luogo di sottoscrizioni lamentose e strappalacrime. Tematiche nuove in un panorama politico italiano dove certi equilibri sono ben fissati e stabiliti. E' evidente comunque che non ci troviamo davanti ad una vera rottura con lo status quo. Lo stesso ministro, seppur apparentemente critico della situazione attuale, proviene dallo stesso ambiente culturale che ha affossato l'economia mondiale e non è un caso che egli ritenga “ideologica“ la partecipazione alla gestione delle imprese. Per tale motivo è inutile esaltarsi troppo davanti alle sue proposte ma vagliare nel tempo i fatti concreti realizzati a favore dei lavoratori. Se l'art.46, eredità del bieco ventennio, riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende ma è inapplicato da oltre sessanta anni, un motivo c'è. Per chi ha sempre ritenuto che la socializzazione potesse veramente rappresentare la vera alternativa al liberismo economico, queste parole, finora, hanno poco significato.
Anzi fino a quando non verranno chiariti alcuni punti fondamentali la situazione per i lavoratori potrebbe pure peggiorare. Innanzitutto si tratta di verificare se una eventuale partecipazione agli utili, magari diventando azionisti, significhi condividere anche le perdite. Per i lavoratori quindi, per evitare pericolosi rischi, bisogna parlare di utili unicamente intesi come moneta sonante e dopo aver fissato un salario fisso. Altrimenti la situazione potrebbe diventare grottesca. Vi immaginate una situazione in cui i manager, dopo aver deciso autonomamente la linea aziendale, scaricassero le accidentali perdite sui lavoratori! E' banale dirlo ma in tempi di recessione agganciare la busta paga alle oscillazioni del mercato è un atto azzardato. Attualmente, dunque, spingere troppo sulla partecipazione agli utili, affermando che per aumentare i salari bisogna legarli alla prestazione dell'impresa, è una grave forma di superficialità. E' evidente che eventuali perdite economiche peserebbero in maniera diversa sul dirigente di impresa altolocato e su chi lavora in catena di montaggio.


14/09/2009


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