ECONOMIA 2007

 

Le ricette di Mister Draghi

Ugo Gaudenzi

Qualche mese fa, l’economista Giorgio Vitangeli, direttore di “Finanza Italiana” ricordava che il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi era, purtroppo, “per formazione culturale, per convinzioni, per esperienze di vita, alla cultura economica anglosassone indubbiamente vicino”.
Notando come “a simboleggiare quasi quella immedesimazione, per la prima volta nella storia della Banca d’Italia, ad ascoltare le ‘Considerazioni finali’ c’era, in prima fila, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King”.
Secondo Vitangeli “un atto di cortesia, indubbiamente, perché King si trovava a Roma, quel giorno, assieme alla consorte. Ma anche i gesti di pura cortesia, a volte, assumono qualche significato. Tanto più quando vi sono controversi precedenti, come quello del “Britannia’, quando Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, salì nel porto di Civitavecchia a bordo del panfilo della Regina d’Inghilterra, su cui si trovava il Gotha della finanza anglosassone, calato in Italia in vista delle privatizzazioni delle grandi industrie pubbliche, a caccia anche di consulenze e commissioni per migliaia di miliardi di lire”.
“Naturalmente Draghi - proseguiva il commento - non è certo il solo ad essere molto vicino alla cultura economica anglosassone. Essa infatti è oggi talmente dominante da essere diventata “pensiero unico”. Non è più un’opinione, è un assieme di dogmi; non è più una scienza, è una sorta di religione. E perciò chi dissente non è uno che la pensa diversamente: è un eretico”.
E non solo. Mario Draghi nelle sue esternazioni cicliche (“Conside-razioni finali”, moniti e così via), propone “quelle terapie “classiche” che vengono suggerite da anni dal Fondo Monetario, dalla Banca Mondiale, dall’Ocse, dalla Commissione Europea. Insomma da tutti gli organismi internazionali egemonizzati dalla cultura (e non solo dalla cultura...) anglosassone. E che quasi sempre, dove sono state applicate alla lettera, hanno creato disastri”. Sempre parole dell’economista... eretico.
Ed ecco che “quando Draghi, mettendo sotto accusa il grado di efficienza dei servizi pubblici, indica le liberalizzazioni e la concorrenza come panacea, il dubbio è legittimo. Anche perché parlare di concorrenza in servizi che sono monopoli naturali (le forniture di acqua, i trasporti pubblici, ecc.) è una evidente forzatura concettuale, e l’esperienza sta dimostrando (come nel caso degli acquedotti privatizzati) che il consumatore spesso finisce col pagare di più. Quando poi Draghi lamenta il fatto che la liberalizzazione nel settore energetico è stata sinora esitante... sembra dimenticare che l’Italia, a differenza degli altri Paesi d’Europa, dipende per quasi il 90% da fonti d’enerrgia importate, ha rinunciato a costruire nuove centrali elettronucleari ed ha chiuso quelle che aveva”.
I dolori - per il cittadino comune - continuano poi con le ricette iperliberiste, come “il rapido avvio della previdenza complementare”. Un modello pensionistico americano ove la quota di pensione pubblica è minima e la parte più consistente viene dai Fondi pensione, che “scommettono” sul mercato finanziario i versamenti dei lavoratori.
E proseguono con l’altra “ricetta” liberista di Draghi: le acquisizioni da parte delle banche del capitale di imprese e, viceversa, la partecipazione nelle banche da parte di soggetti non finanziari. Draghi è favorevole: Vuole che si superi la “separatezza” tra capitale bancario e capitale delle imprese.
La crisi del 1929, che aveva suggerito quella netta separazione, e la distinzione tra banche commerciali, deputate al credito a breve e Istituti di credito a medio e lungo termine, a Draghi non ha insegnato nulla. Nemmeno i rumori della crescente nuova crisi sistemica globale.
Gli iperliberisti modello anglo-americano son fatti così.


 

15/10/2007


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