NOTIZIE 2008

 

La globalizzazione e il paradigma neoliberista

Di Raffaele Bruno La globalizzazione comporta l’integrazione in un unico mercato mondiale dei flussi internazionali del commercio, del capitale, della finanza e dell’informazione. Questo processo di globalizzazione avviene in nome del nuovo paradigma neoliberista - l’ideologia che dalla caduta dei sistemi comunisti è uscita enormemente rafforzata. Di ideologia infatti si tratta, perché il mercato mondiale non è libero; al contrario, esso e controllato da circa 750 onnicomprensive corporazioni multinazionali e da potentissime forze finanziarie, e risente pesantemente delle politiche interventiste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Queste due istituzioni sono il braccio lungo dei potenti interessi economici che “regolano il processo di accumulazione del capitale a livello globale”. Da esse emanano gli imperativi delle privatizzazioni, della deregolamentazione dei mercati globali, dei movimenti di capitale, e degli aggiustamenti strutturali - imperativi oggi accettati dalla stragrande maggioranza dei governi, quale che sia la loro composizione politica.
In conseguenza di questi imperativi, ed in particolar modo dei processi di deregolamentazione, i flussi finanziari hanno raggiunto proporzioni incredibili: ogni ventiquattro ore, oltre mille miliardi di dollari si spostano in cerca di profitti massimi su un mercato finanziario globale che non conosce frontiere. Le forze che agiscono su questo mercato finanziario globale sono potentissime: esse sono in grado di condizionare pesantemente le politiche finanziarie degli stati, anche dei più forti, limitando il loro potere di determinazione dei tassi di interesse e dei tassi di cambio.
Per farsi un’idea del potere di queste forze si pensi che nel 1994 il totale delle vendite di ciascuna delle tre maggiori multinazionali del mondo - nell’ordine, la General Motors, la Ford e la Toyota - superava il Prodotto interno lordo, in sigla: Pil, di molti paesi, inclusi Danimarca, Africa del Sud, Norvegia, Polonia, Portogallo, Venezuela, Pakistan, Egitto e molti altri. Il totale delle vendite delle cinque maggiori multinazionali - General Motors, Ford, Toyota, Exxon e Royal Dutch / Shell - fu, nel 1994, 871 miliardi di dollari: vale a dire più del triplo del Pil di tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana presi assieme (246 miliardi di dollari) e quasi il doppio del Pil aggregato di tutti i Paesi dell’Asia del Sud (451 miliardi).
La globalizzazione nell’ambito del nuovo paradigma neoliberista è strettamente correlata con un acuirsi delle disuguaglianze e della povertà, sia a livello globale, sia a livelli regionali e nazionali. Infatti, dal 1960 in poi la disuguaglianza economica globale non ha fatto che aumentare e, come denunciato nel Rapporto sullo sviluppo umano per il 2007 (pubblicato dall’Undp), ha raggiunto oggi “una soglia mai sperimentata in passato”. I dati che corroborano questo giudizio sono moltissimi. Ne indico subito alcuni a solo titolo di esempio:
- Dal 1960 al 1990 i paesi poveri con una popolazione complessiva pari al 20% della popolazione mondiale hanno registrato un calo nella loro parte del commercio mondiale da un già basso 4% ad un misero 1%. Parallelamente, nello stesso trentennio, il 20% più ricco della popolazione mondiale ha visto la propria quota del reddito globale salire dal 70 all’85%, mentre la quota del reddito globale del 20% più povero della popolazione mondiale ha subito una caduta da un già misero 2,3% ad un miserrimo 1,4%. Ciò significa che dal 1960 ad oggi la proporzione del reddito del 20% più ricco rispetto al reddito del 20% più povero della popolazione mondiale non ha fatto che aumentare: da 30 a 1 nel 1960, a 61 ad 1 nel 1991, per giungere alla proporzione di 78 a 1 nel 1994.
- Negli ultimi quindici anni lo sviluppo economico nel mondo si è verificato in modo estremamente disuguale. In 15 paesi esso e stato molto forte ed ha portato ad un rapido aumento di reddito per vari settori del miliardo e mezzo di persone che costituiscono la popolazione complessiva di questi paesi. Ma nello stesso quindicennio stagnazione o recessione economica hanno colpito più di cento paesi di cui fanno parte vari stati dell’Europa orientale ex comunista e gran parte dei paesi in via di sviluppo. Non a caso si tratta spesso di paesi con un grande debito estero e quindi sottoposti in modo molto duro al “programma di aggiustamenti strutturali” imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. In questi cento paesi, che complessivamente hanno un quarto della popolazione mondiale, il reddito medio è caduto al di sotto di quello che era nel 1980.
Nel frattempo, il numero delle persone più ricche del mondo - i miliardari del dollaro - è salito da 157 nel 1989 a 358 nel 2006. L’anno scorso, questi 358 miliardari avevano assieme un reddito netto pari al reddito complessivo del 45% più povero della popolazione mondiale, costituito da 2 miliardi e mezzo di persone. Nel giro dell’ultimo anno il numero di miliardari è ulteriormente aumentato di 89, giungendo a 447: la ricchezza netta dei dieci più ricchi di questo gruppo è stata stimata a 133 miliardi di dollari, cifra che supera di una volta e mezzo il reddito complessivo di tutti i paesi meno avanzati esistenti al mondo.


Raffaele Bruno
 

15/11/2008


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