ECONOMIA 2007

Petrolio alle stelle, italiani alle stalle

Marzio Paolo Rotondò

Cattive notizie sul fronte dell’oro nero. L’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) ha infatti previsto che i prezzi degli idrocarburi non scenderanno almeno fino al 2012. Nel suo “Medium term Oil market repot”, ovvero la consueta pubblicazione dell’agenzia sulle prospettive di medio termine del mercato del petrolio, si evince che domanda ed offerta di greggio hanno teso negli scorsi anni, e tenderanno nei prossimi cinque, a soffrire di uno squilibrio.
Nel prossimo lustro il mercato del petrolio, e così moltissimi dei nostri beni di consumo e così anche l’inflazione e le scelte sui tassi, saranno condizionati dai prezzi alti: una tendenza iniziata già nei primi anni del XXI° secolo. Al cospetto di una domanda che cresce del 2,2% all’anno, l’offerta di petrolio stenta a seguire il passo facendo segnare incrementi pari alla metà della richiesta globale. Per il momento, la capacità produttiva dei Paesi esportatori, quasi a pieno ritmo produttivo, basta per non far collassare il sistema economico mondiale: ciononostante il limite è vicino e questo causa, insieme ad altri fattori come le speculazioni, le tensioni geopolitiche e le condizioni meteorologiche, le sempre più frequenti fiammate dei prezzi. Secondo l’Aie, la dinamica dovrebbe proseguire almeno fino al 2012. Attualmente i prezzi viaggiano sui massimi degli ultimi 12 mesi, ovvero sui 73 dollari al barile, ma non si esclude che presto si possa stracciare il record storico, poco sopra gli 80 dollari al barile.
Il motivo di questa struttura sbilanciata fra domanda ed offerta di petrolio risiede in diversi fattori. Il primo, legato alla domanda, è dovuto alla fulminante espansione economica di mastodonti come Cina ed India, oltre che degli altri Paesi in via di sviluppo, che rappresentano la voce più consistente nell’aumento della richiesta di greggio mondiale. Da non dimenticare il resto della domanda, sostenuta dalla continua crescita mondiale.
Sul lato dell’offerta la questione è assai più complicata e la combinazione di questi produce l’effetto caro petrolio. Gli investimenti delle multinazionali, per un puro caso o volontariamente, non hanno investito abbastanza né nell’estrazione né nella raffinazione del petrolio, trovandosi oggi a rincorrere la domanda. Solo ultimamente sono ripartiti progetti per lo sfruttamento di nuovi campi petroliferi o lo sviluppo di nuove tecnologie di estrazione e quindi anche la riconsiderazione di vecchi pozzi, ma i tempi per diventare operativi sono ancora lunghi. I Paesi dell’Opec intanto, insieme alle multinazionali del petrolio, stanno promuovendo una campagna dei prezzi alti. Come se non bastasse, insorge sempre più prepotentemente il problema dell’esaurimento del petrolio, che sta lasciando a secco diversi importanti giacimenti petroliferi, come ad esempio quelli del Mare del Nord.
L’insieme di questi fattori renderà difficile avere prezzi relativamente bassi sui mercati di scambio degli idrocarburi.
Fortunatamente - ed è probabilmente l’unico vantaggio - l’euro forte attenua i costi crescenti del greggio visto che l’oro nero si paga da sempre in dollari. Ciononostante, i costi del petrolio si faranno sentire su tutti gli strati delle economie sviluppate, quale anche la nostra. Nel caso dell’Italia, inoltre, siamo ampiamente esposti alle fluttuazioni del greggio visto che la nostra economia è altamente dipendete dall’oro nero. Oltre alla normale domanda di combustibili, per la produzione di energia elettrica, il nostro Paese è dipendente tra gas e petrolio per circa il 90%. Per questo motivo, la voce energia nella nostra bilancia commerciale rappresenta una delle rubriche più pesanti nelle passività.
Tutti questi costi, ovviamente, saranno gli italiani a pagarli. Le scelte sbagliate del passato, come il no al nucleare, si sono rivelate totalmente inutili e, soprattutto, molto onerose. 

16/07/2007


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