ECONOMIA 2006

 


IL LEGALE NEOLIBERISMO DI TRONCHETTI-PROVERA E L’ESILARANTE DISAPPUNTO DEL NEOLIBERISTA PRODI

 

di Carmelo R. Viola

 

         Il socialismo, con o senza Marx, nacque dalla volontà di por termine alle ingiustizie categoriche, prodotte dall’economia originaria o para-animale o predonomia, detta capitalismo, il quale è naturalmente basato sulla “concorrenza a chi preda di più”. L’oggetto della depredazione è costituito da due entità: la prima sono i lavoro-dipendenti o prestatori d’opera, di cui l’imprenditore non può fare a meno e che compra al minor prezzo possibile (e questa è la depredazione primaria e diretta in quanto i diretti produttori di ricchezza ricevono solo una parte di quanto  producono ma gli sfruttatori sono comunque osannati come produttori di occupazione!); la seconda è la categoria di quanti fanno la stessa cosa, ciascuno dei quali cerca di mettere in crescente difficoltà i colleghi, facendo in modo di vendere di più e a minor prezzo, ed anche a questo proposito gli attori sono osannati perché farebbero risparmiare i consumatori! L’occupazione e il risparmio sono due meriti sociali di cui l’imprenditore sa di essere benemerito anche se senza alcun… merito.        Questa doppia verità è bene conosciuta da quanti si occupano di economia anche se di economia non si tratta. Il socialismo parte dall’intenzione di sostituire la casualità della pseudoeconomia della concorrenza con la determinazione scientifica degli effetti, come dire l’animalità con la biologia del diritto, la logica e l’etica.

         Il fatto che il gioco della concorrenza internazionale abbia demolito l’esperimento sovietico – alias socialista – non significa che il socialismo sia erroneo ma soltanto che la competizione con la forza (militare, voglio dire) non dà ragione alla giustizia ma, appunto,  alla maggiore forza. La demolizione dell’Urss – e lo dico da non marxista e non classista -  giustifica e rende più urgente il socialismo, ovvero l’economia propriamente detta, quella che, attraverso l’organizzazione del  lavoro – cioè della produzione del fabbisogno – libera tutti (nessuno escluso) dal bisogno e dota tutti della possibilità di fruire dei prodotti del lavoro stesso secondo equità e – mi si perdoni la ripetizione della parola! – secondo bisogno. La locuzione “secondo bisogno” fa riferimento ovvio e sottinteso al bisogno sanitario che richiede qualcosa di più, di quanto basti per vivere secondo il livello capitario della collettività, per chi ha un qualche problema di salute.

         Del socialismo non si parla quasi più. Tale termine è usato talvolta senza riferimento al suo contenuto logico e scientifico ma come specchietto per le allodole, per una “massa” ritenuta ormai del tutto istupidita, cioè convertita al capitalismo, sempre più sensibile al tifo sportivo – moderno instrumentum regni -  e a quel fenomeno altrettanto ottundente del “predaludismo”, costituito da tutti i giochi “a preda di refurtiva” (detti premi milionari), gestiti dallo Stato (come il superenalotto) e dalle maggiori TV. “ A preda di refurtiva” perché il danaro distribuito proviene da ricchezza depredata ai lavoratori. 

         Si dice impropriamente che il capitalismo produca ricchezza: ma il vero e solo produttore di ricchezza è il lavoro e la stessa “scienza capitalista” lo riconosce senza titubanza. Il problema riguarda solo l’organizzazione dello stesso: il capitalismo lo sa organizzare bene; lo Stato, se vuole, può organizzarlo meglio. Ciò che fa propendere per il capitalismo è la possibilità eventuale di diventare ricchi ma ciò non è mai possibile con il solo lavoro dipendente. Nessuno è mai diventato ricco con il solo lavoro.  Ma la propaganda antisocialista è riuscita a produrre nei lavoro-dipendenti un fenomeno psicologico che possiamo definire di autoillusione e che consiste nel sentirsi dei padroni potenziali e quindi dei padroni mancati e pertanto dei… concorrenti alla ricchezza. Grazie anche all’altro fenomeno definito “predaludismo”. Ricchi veri e ricchi in… prospettiva di fatto si dànno la mano contro i… sovversivi (socialisti, voglio dire)  e trovano la complicità di “onorevoli”, magari exsocialisti, i quali tutti tradiscono il loro mandato morale, che sarebbe quello di battersi perché i lavoratori (art. 1 della Costituzione) – tutti i lavoratori! – siano il fondamento della Repubblica (“res publica”  equivale a “cosa pubblica”!) nel senso di beneficiare dei prodotti del lavoro come detto più sopra, ma si battono per conservare la propria posizione, se possibile quella del partito, in ogni caso lo statu quo del sistema che tutela e assicura il loro benessere.

         Sono costoro – i legislatori – specie se exsocialisti! -  che, con più accanimento, fanno da mallevadori, cretini e ipocriti, della civiltà postsovietica. Il capitalismo – ovvero l’organizzazione e lo sfruttamento del lavoro affidati ai privati – produce sì ricchezza ma produce anche tutto e il contrario di tutto: la povertà, la disoccupazione, il lavoro nero, il depresso da disagio economico, il suicida per fame e – ci pensavate? – la cosiddetta “mafia”, che è la dimensione paralegale della criminalità legale che è il capitalismo!

         Cotali giocolieri parlamentari hanno inventato un “capitalismo dal volto umano!”, come dire una “guerra senza morti e feriti” (sic!). Ma talvolta hanno la faccia tosta di meravigliarsi e di esprimere cordoglio. E’ quanto sta facendo il prode Prodi, notorio docente entusiasta, anche televisivo, del neoliberismo, a proposito dell’uomo di affari, eufemisticamente imprenditore, Tronchetti-Provera, “padreterno” della Telecom e della Tim. Ma sarà per fatti personali. Infatti, come capo dell’Esecutivo, si sente quasi offeso di non essere già stato informato dallo stesso dei “progetti affaristici” relativi all’enorme azienda, e Montezemolo, presidente della categoria degli affaristi di successo, alias degli industriali, dall’evidente faccia segnata da mistico amore per il paese, si augura che se vendita ci debba essere, la Tim non finisca in mani straniere.

         Prodi e Montezemolo (sembra il nome di un penitenziario di massima sicurezza) dimenticano che non il businessman numero uno della telefonia è fuori strada, ma il loro disappunto è fuori luogo dal momento che il neoliberismo è proprio questo: la libertà – ecco la parola magica! – dell’imprenditore (lo stregone che dà lavoro!) di muoversi come vuole in una sfera (quello dello sfruttamento del lavoro) dove non c’è il nostrano e lo straniero, ma dove ogni situazione vale per i profitti (parassitari) che può produrre. Donde il “globalismo”, che non ha frontiere, e contro cui si oppongono coloro che non ne comprenderebbero tutta l’importanza progressista. E’  strano scoprire nei vari Prodi e Montezomolo dei “no global” ma è proprio questa incongruenza puramente di facciata che ha dato vita alla disciplina grottesco-ricreativa della “ridicologia politica”: una vera scienza del ridicolo, i cui personaggi di spicco sono proprio coloro che, come apprendisti stregoni, si lasciano sorprendere dagli effetti da loro stessi prodotti.

         Il neoliberismo – ovvero il capitalismo a recupero forestale ma con modalità sempre più tecnologiche e fascinose – non ha né patria né tradizioni nazionali da rispettare ma corre solo lungo il binario degli affari! Se si riconosce il diritto di cittadinanza alla criminalità neoliberista e poi ci si lascia sorprendere dai suoi effetti formali, non si fa che alimentare la ridicologia, la triste risata su una massa umana sempre più crimino-cretinoide che, a nome di un non meglio inteso sviluppo – detto anche progresso – produce i lunghi preliminari del futuro suicidio collettivo. E allora, cari Prodi e Montezemolo, ma anche Fassino e Padua-Schioppa, per lo meno concedeteci di farci ridere un poco meno perché anche il troppo ridere può nuocere alla salute.

 

Carmelo R. Viola- Centro Studi Biologia Sociale – crviola@mail.gte.it

18/09/2006


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