ECONOMIA 2007

 

La riforma Biagi e la sinistra che non c'è


di Raffaele Ragni

L’accusa più frequente e banale che il centrodestra rivolge al governo Prodi è quella di essere ostaggio della sinistra radicale. Tale termine viene riferito ad un’area politica che comprende diverse formazioni, partitiche o movimentiste, che durante il governo Berlusconi hanno cavalcato il crescente dissenso popolare facendo diverse proposte di riforma, alcune delle quali sono state recepite nel programma elettorale dell’Unione. Non c’è da meravigliarsi se periodicamente qualcuno ne chieda l’attuazione, non solo per onestà intellettuale, ma per conservare il consenso ottenuto parlando di lotta al precariato, difesa dell’ambiente, tassazione delle rendite finanziare e dei capital gain.
Se tali istanze fossero realmente appagate, se cioè il governo Prodi fosse davvero ostaggio della sinistra radicale, allora non ci resterebbe che augurare lunga vita al mortadella nazionale, dal momento che la cosiddetta destra sociale – che occuperebbe una posizione speculare in un eventuale governo di centrodestra – al momento appare impegnata, più che a definire un programma concreto, a ridistribuire quadri e militanti tra vecchi e nuovi cespugli di un albero le cui radici, non essendo mai state davvero profonde, sono gelate da tempo.
Il problema vero è che questa sinistra, salvo eccezioni, non è di sinistra. Lo diceva Fausto Bertinotti fino a qualche anno fa, spiegando perché il variegato schieramento antiberlusconiano non riusciva a vincere le elezioni. Bisognava dire qualcosa di sinistra, o semplicemente dire qualcosa – come implorava il celebre personaggio di Nanni Moretti all’immagine televisiva di D’Alema – salvo poi dimenticarsene una volta al potere. Quei pochi parlamentari che ricordano di aver fatto includere nel programma dell’Unione proposte come l’abolizione della riforma Biagi o la Tobin Tax, non sono in grado di condizionare una compagine governativa che pare servire interessi ben diversi da quelli che diceva di tutelare quando era all’opposizione.
Storicamente la sinistra ha rappresentato la parte politica capace di conciliare, almeno teoricamente, sviluppo ed emancipazione. Il progresso tecnologico applicato alla produzione, con il suo impatto sulla società e l’ambiente, era considerato al tempo stesso fonte di benessere e via di liberazione. Progresso e rivoluzione s’identificavano anche sul piano strategico, nel senso che - si pensava - un’accelerazione dei mutamenti economici e sociali indotti dalla rivoluzione borghese avrebbe condotto alla rivoluzione proletaria.
Questo ideale sopravvive in alcuni ambienti new global che, ridefinendo il proletariato in termini di moltitudine, ritengono che le prospettive rivoluzionarie aumentino all’intensificarsi della globalizzazione, per cui ne esaltano la cultura cosmopolita e favoriscono l’affermazione del modello sociale ad essa più funzionale, cioè la società multirazziale, prodotta dal continuo aumento dell’immigrazione. In questa prospettiva l’utopia dei disobbedienti coincide con gli interessi della sinistra di governo obbediente all’oligarchia mondialista.
Le contraddizioni esplodono quando si passa alla critica dell’economia globale e degli apparati che ne gestiscono i flussi. L’attacco alle istituzioni sovranazionali (WTO, Banca Mondiale, FMI) ed ai grandi conglomerati (banche, industrie, massmedia) è basato sulla riedizione del paradigma antimperialista - sconfessato non solo dalla sinistra di governo, ma anche da autorevoli intellettuali new global - e sull’ideologia della decrescita, basata sulla contraddizione del fondamento storico di tutta la sinistra: la pretesa di conciliare sviluppo ed emancipazione.
Con l’implosione dell’URSS e dei Paesi del Comecon, l’alternativa rappresentata dall’economia pianificata sembra aver perso credibilità progettuale. Convertiti al libero mercato e all’american dream, dirigenti e intellettuali di sinistra sono stati cooptati, più numerosi che in passato, ai vari livelli del sistema di potere, contribuendo a legittimare, con analisi e proposte, i mutamenti nell’organizzazione dei rapporti di produzione più funzionali alle forme di accumulazione flessibile del modello postfordista.
Ci riferiamo, in particolare, alle diverse forme di precariato introdotte dalla riforma del mercato del lavoro. Quando Francesco Caruso chiama assassini sia Marco Biagi che Tiziano Treu, non fa altro che ricordare, più che gli impegni elettorali dell’Unione, il carattere bipartisan di quella riforma, sebbene formalmente varata da un governo di centrodestra. E’ un invito alla sinistra ad assumersi le proprie responsabilità, decidendo una volta per tutte se i limiti della riforma sono imputabili alla sua filosofia o alla sua incompiutezza. Nel primo caso bisogna abolirla, nel secondo completarla.
L’accusa al ministro del lavoro giunge a due mesi di distanza dal suo annuncio di voler procedere all’abolizione del job on call e dello staff lesing, forme contrattuali previste dalla riforma Biagi, nonché a modifiche restrittive della disciplina del contratto a termine, contenuta nel decreto legislativo 368/2001. Ciò gli valse la critica del giuslavorista Pietro Ichino che, citando autorevoli interventi di intellettuali e sindacalisti di sinistra, evidenziava come le cause del precariato non vadano ricercate nella legislazione del periodo 2001-2006, ma in quella del trentennio precedente.
Alle esternazioni politicamente scorrette del disobbediente Francesco Caruso ha fatto seguito, dopo un coro di condanne bipartisan, il tentativo della sinistra obbediente di legittimare Marco Biagi come uno di loro. Un noto settimanale ha pubblicato, come documento esclusivo, un intervento del defunto giuslavorista ad una riunione riservata del Cnel, in cui le varie forme di precariato – in particolare lavoro temporaneo e lavoro interinale – venivano ricondotte ad un vago obbligo di solidarietà nei confronti delle categorie svantaggiate, come gli extracomunitari e i disabili. Simultaneamente Giuliano Cazzola, presidente del comitato per la difesa e l’attuazione della legge Biagi, è intervenuto su un altro settimanale definendo Marco Biagi un militante socialista non pentito ed annunciando una manifestazione a sostegno della riforma.
La sinistra radicale ha reagito annunciando una manifestazione contro il precariato.
Pare che entrambi gli eventi debbano svolgersi il 20 ottobre. Ma il dibattito continua. Udeur e Pd minacciano le componenti radical della coalizione, le quali giustamente rispondono di non essere contro il governo ma di pretendere semplicemente l’attuazione del suo programma. Fabio Mussi cerca di mediare proponendo un’assemblea sul tema, come ai tempi della scuola. In attesa di sapere quante manifestazioni caratterizzeranno l’evento, Confindustria ha lanciato segnali distensivi alla triplice sindacale, per riaprire il tavolo interrotto nel 2004 per incompatibilità di posizioni con la Cgil di Guglielmo Epifani.
E’ indiscutibile che all’evento, comunque si svolga, farà da protagonista il neonato Partito Democratico, ribaltando così anni di opposizione al governo Berlusconi basata anche sulla critica al Libro Bianco del 2001. C’è da chiedersi come si comporterà il centrodestra, se rivendicherà compatto la paternità della riforma o se fornirà adesioni in ordine sparso. Da questa scelta dipenderà la riuscita dell’intera operazione come prova generale di grande coalizione, ipotesi plausibile dopo il consenso bipartisan, ottenuto dalle misure repressive contro i lavavetri, propugnate da qualche amministrazione locale democrat per sperimentare l’effetto mediatico della probabile strategia di sfondamento a destra del partito di Veltroni.
In ogni caso sarà il dibattito sul mercato del lavoro a rivelare se, tre le tante sinistre virtuali, esiste davvero una sinistra radicale capace di tenere in ostaggio il governo Prodi.
Oppure se, sul fronte alternativo, esiste una possibile destra sociale capace di prendere le distanze dalle ammucchiate centriste e rinvigorire un’opposizione fiacca che abbaia e non morde.
 

18/09/2007


economia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003