ECONOMIA 2007

 

Il sistema bancario nella “Commedia Umana”

 

Di Honorè de Balzac

 

Testo integrale dell’intervento al Convegno “ Il Mezzogiorno, il suo sistema creditizio e le banche solidali”-Il Salone del Risparmio e della Previdenza-Centro Congressi delle Stelline, Milano-24 maggio 2007-

 

 

Giovanni Papini – Dizionario dell’omo selvatico (Ed. Vallecchi, 1923).

(Opera incompiuta terminata alle lettere “a” e “b” del Dizionario).

Sotto la voce “Banchiere” si legge:

Il banchiere, sempre ebreo (anche, se per eccezione, cristiano)

è la divinità non solo della banca, ma del mondo.

Egli fa le guerre,

le paci, le rivoluzioni,

i ministeri, l’abbondanze e le carestie…”.

 

Chi mi conosce bene sa che sono venuto a parlar male del sistema bancario, ma si sbaglia se crede che mi voglia riferire a quello italiano. Oggi parlo infatti della Finanza tout court, nella sua essenza e nelle sue manifestazioni al servizio del Dio denaro o, per usare termini affini, del Vitello d’oro o dello sterco del Demonio, come lo chiamava Lutero.

Genesi della Finanza moderna

La Finanza moderna, è nata in secoli passati da un perverso inciucio tra diverse influenze culturali, giudaica, calvinista, puritana e massonica, ma si è imposta su larga scala nel mondo contemporaneo solo dopo la fine della seconda guerra mondiale e con la caduta del Muro di Berlino, quando le uniche potenze superstiti anglo-americane non hanno più trovato freni nel diffonderla sull’intero orbe terraqueo. Paesi forti come Cina, India e Russia ne hanno fatto propri i metodi e ne stanno traendo i vantaggi; paesi e interi continenti deboli e sottomessi ne hanno subito nefaste conseguenze; altri si sono venuti a trovare in una posizione di mezzo e, tra questi, immancabilmente, l’Italia. All’interno di ciascun Paese esistono poi forti disparità di condizioni a seconda del ceto degli abitanti e della loro collocazione geografica, come per il Mezzogiorno d’Italia decisamente sfavorito rispetto al Nord. Su questo ultimo punto ci hanno intrattenuto altri relatori e su di esso tornerò nella parte conclusiva del mio intervento.

E’ bene che si sappia che per seguire quello che vado a dire occorre come prima cosa prendere le distanze dalle ciarlatanerie dei talk shows e degli scoops televisivi per collocarsi un po’ più in alto nella scala dell’intelligenza ed elevarsi di qualche chilometro al di sopra del nostro pianeta per osservare le vicende umane in una più ampia prospettiva e col distacco e col coraggio di chi sa mettere in discussione i comuni modi di pensare. Come diceva Federich Nietzsche in Ecce HomoChi sa respirare l’aria dei miei scritti sa che è un’aria delle cime, un’aria forte. Bisogna esser nati per respirare quell’aria, altrimenti si corre il rischio, non piccolo, di raffreddarsi, lassù”. Da parte mia, ho dovuto mettere da parte le consuete idee ed esperienze personali (1), per affidarmi a grandi pensatori ed a grandi eventi storici.

Del resto non si può che pensare “in grande” nella Finanza, perché trattasi di un fenomeno di dimensioni stellari, sia per l’entità delle ricchezze che vengono convogliate su di essa, sia per l’influenza che essa esercita su ogni aspetto della nostra vita. Il fenomeno è tanto più incredibile se si pensa che queste ricchezze sono nelle mani di un numero di famiglie che si conta sulle dita, le quali possono fare il bello e cattivo tempo ovunque a dispetto dei Governi democratici e parlamentari. Faccio solo un esempio: la fortuna dell’ebreo-ungherese “camuffato” George Soros (come la maggioranza degli ebrei ha cambiato cognome per nascondere la propria origine e fatto poi credere di essersi separato dall’ebraismo) è stata stimata in 7 miliardi di dollari USA (!!!) e, con una speculazione di 10 miliardi egli è stato in grado di demolire la sterlina britannica (!!!). Chi vuol saperne di più sulle ricchezze e sulle influenze degli “eletti”, può consultare il libro molto documentato ed anche di piacevole lettura, Gli ebrei di New York di Maurizio Molinari (Ed. Laterza).

L’esercizio del potere finanziario da parte di pochi non è certo un fatto nuovo nella storia, ma quello che oggi lo differenzia di più dal passato è che lo stesso si manifesti senza essere avvertito a dispetto dei conclamati principi di trasparenza e di democrazia parlamentare. Volendo identificare il momento storico più significativo che ha dato l’avvio alla nuova Finanza, lo identificherei in quello della Rivoluzione francese, perché l’aristocrazia sconfitta non si è rassegnata alla perdita di potere “legalizzato” ed ha supplito con nuove forme di potere occulto che le hanno permesso di accrescere le proprie ricchezze e la loro influenza al di fuori di ogni controllo su ogni questione politica e governativa. Per questa ragione, si parla oggi di Nuovo Ordine Mondiale o di Governi ombra, in quanto, sebbene siano le élites di sempre a comandare, oggi lo fanno in un modo nuovo, senza cioè apparire grazie a sofisticate reti societarie che celano l’identità e le sostanze dei proprietari effettivi (2). La successiva rivoluzione industriale inglese ha poi trasformato tutto in mercato, e il mercante, da sempre posto agli ultimi gradini della scala sociale in quanto lo scambiare per guadagno era considerato un atto disdicevole, è passato nelle posizioni di testa. Si può dire persino che nell’era contemporanea si sia passati dal Dio denaro al Dio mercato che consente ai mercanti, dietro un nome ben accetto, di compiere liberamente e impunemente ogni sorta di raggiro. Questi sono divenuti i veri banchieri padroni del mondo, il Grande Fratello di George Orwell in nuova veste liberal-capitalista. John Kenneth Galbraith, grande economista e consulente dei governi americani, con la lucidità dell’età avanzata, ha rivisto le proprie convinzioni per dirci in L’economia della truffa (Rizzoli) come, a partire dagli anni '30 del secolo passato, economia e finanza americane siano state appunto tutte truffe di costoro.

Faccio una breve pausa per assicurare che, sebbene i concetti che esprimo abbiano un vago odore di “sinistra”, io non appartengo affatto a questa corrente di pensiero, così come non appartengo a quella di “destra”, due aggettivi qualificativi che del resto hanno ormai perso ogni significato. Sono del tutto estraneo alla politica attiva, ma se proprio mi dovessi qualificare direi di far parte di una razza ormai estinta di “anarchico di destra” alla Julius Evola o di nazionalsocialista prima maniera.

Voglio altresì assicurare che non nutro animosità e tanto meno invidia nei confronti di singole persone o categorie di persone come tali e delle loro ricchezze (siano essi ebrei, massoni, illuminati, o rettiliani) e che non ho la benché minima intenzione di fomentare sollevazioni o di imputare colpe e responsabilità a livello individuale perché il mio unico intento è quello di scoprire delle verità storiche. Certi modi di essere e di agire si radicano nella storia di millenni e non possono essere attribuiti con facili generalizzazioni ai singoli i quali non hanno la facoltà di modificarli perché dipendono da imprevedibili e incontrollabili eventi epocali che sono ad di fuori della portata di ciascun individuo.

Grandi pensieri e grandi eventi

Per non andare troppo indietro nel tempo, ho deciso di partire da un paio di secoli fa con, niente po’ po’ di meno che, Honorè de Balzac nel suo romanzo poco noto, César Birotteau (Oscar Mondatori), che lui considerava il più riuscito della sua serie della Commedia Umana, nel quale racconta in modo acuto ma gradevole e scanzonato quegli stessi mali del sistema bancario che sono oggi sotto i nostri occhi. Il romanzo narra di un benestante profumiere, appunto il signor Birotteau, il quale decide di fare un salto di qualità nella sua vita per entrare nel mondo della aristocrazia parigina. Attratto dall’idea di facili guadagni si lancia in grandi affari e non solo investe tutti i suoi averi, ma firma anche una pila di cambiali in favore delle banche che lo incoraggiano a rischiare sempre più. Birotteau però fa il passo più lungo della gamba e presto non è più in grado di far fronte ai suoi impegni finendo nelle mani di una cricca di finanzieri che lo spogliano di tutti i suoi averi. Dice Balzac: “Qui (in banca, n.d.a.) si tramavano quegli imbrogli spolverati di legalità che consistono nel finanziare senza compromettersi imprese losche per poi aspettarne il decollo, ucciderle e impadronirsene, chiedendo indietro i capitali in un momento critico: una manovra tremenda che ha rovinato tante persone e imprese”. Sembra proprio che Balzac sia vissuto tra noi per assistere agli scandali dei bonds di Parmalat del povero lattaio (nel caso non profumiere) Callisto Tanzi o dei bonds della Cirio.

Questo modo di operare delle banche si è imposto su larga scala nei due secoli successivi venendo applicato non solo nei confronti di persone ed imprese ma anche delle Nazioni come una vera e propria strategia di conquista. John Perkins racconta in Confessioni di un sicario dell’economia, sottotitolo La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider (INDI) la sua decennale esperienza di lavoro in seno ad una organizzazione legata ai grandi potentati economici e finanziari privati, dopo essere riuscito miracolosamente ad uscirne non senza il rischio della vita. In quel genere di posti, dice Perkins, è previsto che chi vi entra non possa più uscirne impunemente per evitare il rischio che possa rendere noto il genere di attività che vengono svolte. Egli è riuscito a farci sapere che con una intensa attività lobbystica questi potentati sono in condizione di nominare e assoldare uomini di governo, di enti paragovernativi (CIA) e finanziari (Banca Mondiale, FMI, banche centrali), facendo agire il governo americano come loro longa manus per approvare azioni predatorie in vari paesi del mondo. Questo “impero” e chi lo rappresenta, per rendere accettabili ad una popolazione ignara e benpensante le proprie decisioni, si serve di una subdola propaganda basata su pretestuosi scopi umanitari o di esportazione della democrazia per dedicarsi invece a programmi di conquista politica. I governanti di nazioni c.d. “sottosviluppate” vengono allettati a realizzare progetti di “modernizzazione” che comportano immani investimenti che sono finanziati senza limiti alla condizione che il finanziato si avvalga di tecnologie e risorse produttive programmate e controllate dagli stessi finanziatori. Le nazioni finanziate, dopo aver adeguato i vecchi metodi di produzione e non essere più in grado di tornare indietro, si vedono ben presto in balia della avida gestione dei finanziatori che controllano ormai tutti i fattori della produzione; i nuovi investimenti divengono antieconomici e non consentono di far fronte agli impegni del debito. Il paese finanziato cade allora in uno stato di crisi economica e di instabilità politica e i finanziatori ne approfittano per proporre nuovi finanziamenti a condizioni sempre più onerose, riuscendo spesso nel loro intento con la corruzione, pressioni elettorali, influenze mediatiche e anche azioni militari che portano alla formazione di Governi amici grazie ai quali viene definitivamente acquisito il controllo politico, economico e finanziario di questi disgraziati paesi.

Molti sono i tragici casi che si sono verificati nel mondo che, pur essendo noti, vengono poco considerati perché fanno ormai parte del quotidiano: mi riferisco all’America Centrale, all’America latina e all’Africa, e persino ai paesi del petrolio, dove l’Iran di Rehza Pahlevi e l’Irak del Saddham Hussein prima maniera docent, ma fatti simili sono anche avvenuti, anche se in modi meno appariscenti, nei c.d. “paesi alleati” occidentali.

L’esperienza di Perkins è teorizzata da Guillaume Faye nel suo libro Il sistema per uccidere i popoli (Ed. l’Uomo libero riedito da Barbarossa). L’aggressività della politica espansionistica degli USA è scolpita in modo scultoreo da Piero Sella nel suo articolo "Dollari e marines" pubblicato sul n. 38 della rivista l’Uomo libero. Invito a leggere entrambi questi testi.

Quello che viene denunciato da Balzac (e da Perkins e Faye) non è però certo l’unico e il maggiore dei mali del sistema bancario-finanziario-economico mondialista perché con una pratica che risale a secoli addietro, detta “signoraggio”, le Banche Centrali, controllate dagli stessi centri di potere occulti, hanno trasformato la finanza in un sistema perfidamente usuraio e speculativo su tutto l’orbe terraqueo asfissiando gli uomini e le imprese che rimangono “fuori dal giro”. Per averne una piccola conferma senza scomodare paesi lontani, basta guardare ai nostri conti correnti anche se ci siamo talmente abituati a subire malversazioni che non le avvertiamo nemmeno più o preferiamo dimenticarle.

Alcuni rari scrittori cui mi sono rifatto in miei interventi precedenti ci hanno fatto sapere a riguardo - sì, “fatto sapere”, anche se tutti dovremmo esserne a conoscenza - cose da far accapponare la pelle ma che sono rimaste e restano inascoltate e che del resto non è possibile contrastare e modificare essendo molto al di là della portata di singole persone, di partiti e persino di governi. Questi scrittori ci hanno informato che il nostro Stato, come anche altri, non può emettere carta moneta perché questa facoltà è riservata unicamente alla Banca d’Italia, un Ente privato che opera al di fuori di ogni legittimazione politica il quale, nonostante ciò, può farlo a proprio piacimento senza che vi sia un corrispettivo della moneta stampata in beni reali; che la Banca d’Italia fa parte di un sistema architettato dai Rockefeller già prima della formazione della Unione Europea per consentire di concentrare le decisioni di politica monetaria dei singoli Stati in poche Istituzioni e permettere di manovrarle più facilmente; che, di conseguenza, Banca d’Italia prende gli ordini dalla BCE, la quale a sua volta li prende oggi dalla Federal Reserve che per decenni è stata governata dal diavolo ebreo Alan Geenspan e cioè dall’esponente eletto nel sistema delle Banche Centrali; che la Banca d’Italia (oggi la BCE) impiega i nostri soldi “veri” e i soldi “finti” che essa stampa in rischiose speculazioni finanziarie in paradisi fiscali a vantaggio dei suoi mandanti. Io mi sono permesso di aggiungere che i “banchieri” che vediamo sono solo i “bancari” di chi sta dietro le quinte e che, tra questi, c’è il Prof. Mario Draghi che è stato fatto nominare Governatore dalla Goldman & Sachs (di cui egli era stato Presidente esecutivo in Europa e della cui politica è tuttora fedele interprete) e che proprio in questi giorni ha anche fatto nominare il Presidente del Fondo Monetario Internazionale. E’ grazie alla sua appartenenza a questo “sistema” che Draghi può agire con la autorevolezza di chi dice l’ultima parola su tutte le questioni di politica monetaria e quindi anche economica del nostro Paese, mentre ci viene fatto credere che a farlo sia il povero Prodi-mortadella.

Molti hanno già sentito parlare di questo genere di cose, ma purtroppo la memoria tende ad accorciarsi quando le questioni sono imbarazzanti e pericolose. Pur di dormire sonni tranquilli e non mettere a rischio la famiglia, homo decipi vult, gli uomini accettano volentieri di essere ingannati.

Il prezzo pagato da chi è andato controcorrente

E che sia pericoloso occuparsi di queste cose lo dimostra il fatto che chi la memoria non la ha avuta corta ed ha cercato di contrastare il predominio della nuova finanza ha subito severe punizioni. Già a partire da un paio di secoli, dei Presidenti USA come Abraham Lincoln avevano provato ad opporsi e furono assassinati. Lo stesso JF Kennedy cercò di impedire alla Banca Centrale statunitense di emettere propria carta moneta (c.d. FED notes) per sostituirla con US notes (banconote di Stato) e non è affatto da escludere che sia stato proprio questo il motivo del suo assassinio. A questa ipotesi non si accenna mai anche se sembra piuttosto credibile se non altro per il fatto che il suo bonario vice Lindon Johnson, non appena succedutogli nella presidenza, si sia affrettato a far ritirare le banconote di Stato fatte emettere da JFK.

Un altro esempio meno gradito al palato di molti è quello di Adolf Hitler, il quale aveva cercato di risollevare il suo Paese dalla miseria a causa delle condizioni capestro del Trattato di Versailles. Hitler, osteggiò la finanza internazionale e la politica di F.D.Roosvelt e dei suoi mandanti nazionalizzando, nel giugno del 1939, la Banca Centrale tedesca e forse, diversamente da come la storiografia dei vincitori vuole far credere, questa potrebbe essere stata una ragione più plausibile che non quella pretestuosa dell’invasione della Polonia ad aver indotto gli altri Paesi dell’Europa Continentale e poi la stessa America e ad aggredire la Germania per ridurla ad uno Stato diviso e rimaneggiato a svolgere solo attività agricole.

Sempre in Germania, dopo la caduta del muro di Berlino, prima un certo Herrauser e poi un certo Rohwedder, due alti esponenti della Deutsche Bank, avevano cercato di ribaltare le regole del sistema finanziario internazionale ormai diffuso in tutta Europa per consentire alla propria Nazione ed alla consorella dell’Est di rialzare la testa e realizzare insieme con successo la loro riunificazione. Si ritiene che se i loro intenti fossero stati realizzati sarebbe sorta una nuova Grande Germania e non stupisce pertanto che entrambi siano stati assassinati e sostituiti da una gentil signora che si è mossa disciplinatamente al fianco dei banchieri cosmopoliti.

Agli inizi del secolo passato Ezra Pound, poeta americano forse tra i più grandi della sua epoca, tanto che i suoi Cantos sono stati e sono paragonati ai poemi di Omero, e che secondo Hemingway avrebbe meritato al suo posto il Premio Nobel per la letteratura, subì anch’egli una tragica punizione per essersi occupato di economia monetaria teorizzando il sistema usuraio della Nuova Finanza di cui stiamo parlando. Mentre egli si trovava in Italia in esilio volontario, diffuse via radio le sue idee sulle malversazioni della finanza e della politica di F.D. Roosvelt e venne accusato di fascismo e del reato di alto tradimento che avrebbe comportato la pena di morte. Gli “alleati” lo arrestarono e lo imprigionarono a Pisa rinchiudendolo in una gabbia esposta alle intemperie dove egli subì irreparabili danni fisici. Venne poi estradato negli USA per essere sottoposto ad un processo di cui, vista la sua improbabile colpevolezza, non è stata mai emessa la sentenza, ma che non gli risparmiò un duro ricovero per lunghi anni in ospedali psichiatrici dove le sue condizioni di salute subirono un ulteriore tracollo. Col sopravvenire del maccartismo, i tentennamenti dei giudici nel condannare Pound si acuirono e, dopo molti rinvii del processo, si arrivò alla decisione di rilasciarlo in libertà provvisoria sotto stretta sorveglianza senza però che questo gli potesse portare effettivo giovamento. Oggi, una volta scomparso, Pound è rivalutato in molte sedi autorevoli, ma come poeta e non certo come esperto di economia monetaria se non da pochissimi inascoltati.

Per ricordare un ultimo evento più casareccio e meno cruento ma forse altrettanto esemplare, Federico Caffè, illustre professore di economia all’Università La Sapienza di Roma, negli anni sessanta del secolo trascorso, proprio mentre si diffondeva nelle alte sfere un forte consenso nei confronti dei modelli di finanza americani e venivano avviate iniziative politiche e legislative per trasformare il nostro mercato finanziario inseguendo la fata morgana di questi nuovi modelli (rilancio dei mercati borsistici con la incentivazione all’investimento delle imprese con capitali di rischio, riduzione dell’indebitamento delle imprese e del ruolo di intermediazione svolto dalle banche, introduzione per le società quotate ed altre di interesse nazionale di leggi speciali “parallele” e spesso contrastanti con quelle di diritto comune), si pose in fermo contrasto con questo tipo di andazzo. Nel suo libro Un’economia in ritardo (Boringhieri), Caffè ebbe a dire: “Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica, con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati, favorisca non già il valore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi”. Per l’autorevolezza della cattedra da cui parlava e dei suoi scritti, Caffè venne subito visto come un pericoloso disturbatore della quiete delle nostre intellighentie e venne fortemente osteggiato. Le delusioni avute o forse anche altre ragioni personali gli causarono grossi problemi di salute fisica e mentale e, un bel giorno, egli sparì o venne fatto sparire improvvisamente dalla circolazione e non si è mai saputo cosa gli sia veramente accaduto. Oggi nessuno più lo ricorda se non qualche devoto studente.

Chiesa e religione

Un contributo importante nel denunciare le influenze negative della finanza moderna è stato dato - mi si scusi se vado ad urtare qualche ottuso feticista della laicità - dalla chiesa cattolica negli anni trenta del secolo trascorso, quando ancora si usava e si osava pensare “in grande”. Papa Pio XI nell’Enciclica Quadragesimo anno si espresse con frasi illuminate e preveggenti di cui riferisco qualche stralcio: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo la concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme di una dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. “Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare”... “A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine, si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte tra le nazioni”...

A sentire queste parole, sembrerebbe che Pio XI avesse conosciuto di persona i Soros, i Greenspan e persino i nostri Draghi e Tronchetti Provera! Se poi anche lui, come Balzac, fosse ancora in vita ed avesse visto il seguito della storia forse si compiacerebbe della propria lucidità e preveggenza ma dovrebbe anche rammaricarsi dei tanti cambiamenti di orientamento avvenuti in seno alla sua Chiesa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II degli anni sessanta e, con il rispetto e le eccezioni di dovere, anche da parte dei Papi che lo hanno succeduto dopo questo evento.

Per andare al cuore dei problemi della finanza o, per chiamarla con parole adatte all’epoca, dell’attività che più esprime l’avidità dell’uomo, è d’obbligo ricordare ciò che disse Gesù quando ammonì - parafraso con parole mie - che non si possono servire allo stesso tempo due padroni, perché se fai contento l’uno scontenterai quell’altro; se servi Mammona, e cioè la ricchezza e la lussuria, non potrai vivere secondo coscienza o, per usare i termini dell’incontro di oggi sul Progetto per il Mezzogiorno, in modo cooperativo e solidale. Gesù è un esempio che resta immortale nelle coscienze degli uomini, ma per le cose che disse non solo fu crocefisso, ma anche beffeggiato dal potere temporale della Chiesa di San Paolo che si è servita del suo nome e della sua immagine per legittimare le crociate, le inquisizioni, le missioni, e tante altre azioni non certamente ispirate all’esempio di Gesù.

Per i comuni mortali e per le stesse istituzioni religiose si tratta di scelte molto difficili da fare e che non possono essere risolte in modo radicale, ma che devono essere tenute ben presenti e soppesate in tutti gli atti che vengono compiuti.

Il progetto di banche cooperative e solidali nel Mezzogiorno

Dopo questi miei voli pindarici, è di dovere che mi agganci più da vicino al tema di oggi sul Progetto di nuovo sistema creditizio del Mezzogiorno d’Italia per commentare quello che hanno detto i Relatori che mi hanno preceduto e che, nonostante tutto, sembra confermare che il mio discorso sia stato molto meno campato in aria di quanto si possa immaginare.

Claudio Noschese, promotore del Progetto, si è presentato come un eroe popolare, come un cavaliere senza macchia, che non si ferma davanti a niente pur di affermare i propri ideali e cercare di cambiare l'“intero” mondo del Sud, dico “intero” perché dalla Finanza tutto dipende, e con una accorata arringa degna di Mario Merola ha detto cose che tutti dovremmo già sapere ma che sono rimaste nel dimenticatoio, anche nel mio.

Il suo discorso è partito da una denuncia dei mali di cui ha sofferto il Mezzogiorno negli ultimi decenni. Ci ha detto che le maggiori banche del Sud sono state acquisite, rectius svendute, a banche del Nord Italia (il caso più eclatante è quello del Banco di Napoli che il Tesoro ha ceduto per pochi miliardi di lire al San Paolo e poi rivenduto per miliardi di Euro!); che le piccole banche, le più attente alle esigenze delle economie locali, vengono spinte ad accorparsi per poi, una volta raggiunta una maggiore dimensione, passare anch’esse di mano; che la Direzione delle grandi banche del Nord si cura di raccogliere il risparmio nel Mezzogiorno per investirlo in maggior misura nei propri territori sottraendo risorse alla crescita delle imprese e alla formazione di persone qualificate del Sud; che le condizioni usuraie praticate dalle banche a livello nazionale sono molto più gravose al Sud che non al Nord; che i funzionari bancari sono divenuti dei burocrati che hanno perso ogni contatto con la realtà dei loro clienti per rispondere a regole astratte e perverse dettate dall’alto (es. il Progetto Basilea 2) che dietro la facciata impeccabile di tecnologia avanzata, consentono a chi opera nella finanza ogni genere di arbitrio.

Dopo aver proferito queste denunce, Noschese è passato a descrivere i rimedi che il Progetto da lui studiato e caldeggiato intenderebbe attuare, che consisterebbero cioè, nella loro sostanza, nel promuovere e realizzare nel Mezzogiorno un nuovo sistema creditizio di banche cooperative e solidali che percorrano una strada propria ed originale, senza sudditanze dalla politica e dalle banche del Nord e tale da poter porre un argine alle malversazioni di cui sopra interpretando le vere esigenze delle economie locali ed operando per il benessere dei cittadini in generale.

Quanto alle denunce formulate, mi associo nella sostanza, ma meno nel “pianto greco” (nel caso “napoletano”) di chi se la prende sempre con gli altri, con i magnati-pirati del Nord o con le mafie, le camorre o le 'ndranghete di turno, perché se queste realtà esistono è perché esiste un’altra mafia dai colletti bianchi – Noschese lo ha detto ma non lo ha voluto sottolineare – la quale, con le proprie malversazioni legalizzate, ha reso possibili e fatte fiorire quelle di cui si parla sempre. E’ anche vero che il Sud paga un prezzo più alto del Nord, ma anche il Nord, a sua volta, versa la sua pesante tangente all’economia e finanza internazionale.

Se allora analizziamo con attenzione i malaugurati fatti che Noschese denuncia non è difficile vedere che la loro radice risiede proprio in quello che gli illustri pensatori cui mi sono richiamato hanno a loro volta denunciato su scala più ampia.

Come cantava Giorgio Gaber “la nostra generazione ha perso”. Dopo aver vissuto 60 anni di esperienza democratica, questa generazione ha finito col riempirsi la pancia dei i bon bon della fata morgana americana, restando a guardare il decadimento della nostra società e i disastri del mondo intero seduta in panciolle alla TV e trascinando l’esistenza in mezzo a viltà, opportunismi, trasformismi, meschinerie, una società di uomini che hanno perso ogni dignità, ogni codice di lealtà e di onore, ogni capacità di vivere emozioni collettive, di conservare valori forti, di compiere atti di vero coraggio, con gli occhi sempre pronti a riempirsi di lacrime sul latte versato, di fare discorsi retorici, ma incapace di ravvedersi per le proprie colpevolezze.

Per dirla col grande Julius Evola, anch’egli caduto nell’oblio, non deve sorprendere che nella nostra società si sia verificata una sorta di “selezione a rovescio”, per cui gli uomini migliori e più legati alla tradizione siano stati messi da parte per far prendere il loro posto a quelli peggiori o semplicemente a chi era più adatto alla lotta per la sopravvivenza al punto di chinare la testa di fronte al corso degli eventi.

Se poi guardo ai rimedi proposti dal Progetto, pur non avendo la pretesa di esprimere giudizi definitivi perché non so se i proponenti nascondano nelle loro maniche qualche carta vincente (anche se credo nessuna stando a quanto essi stessi hanno dichiarato), direi che le iniziative proposte meriterebbero un momento di ulteriore riflessione.

E’ vero che il Progetto non prevede l’ambizioso programma di esercitare in proprio l’attività bancaria bensì soltanto di promuovere un cambiamento di orientamenti presso gli stessi operatori bancari del Sud, ma anche così esso è egualmente molto pretenzioso e non potrà che suscitare, ove ne venisse percepito il possibile successo, gravi preoccupazioni da parte del sistema bancario e politico che cercheranno con ogni mezzo di ripristinare uno stato di normalità.

Tutte le grandi iniziative per essere realizzate richiedono grandi sacrifici e patimenti del genere che ho ricordato, di mezzi adeguati allo scopo e di una maturazione dei tempi. Anche io negli anni ottanta tentai di cambiare il sistema della revisione e certificazione dei bilanci per contrastare il monopolio delle grandi società internazionali sponsorizzato da importanti Istituzioni finanziarie e universitarie, ma il progetto abortì miseramente. La segretaria di Enrico Cuccia mi disse con estremo realismo: “Dott. Marasco, di questi tempi andare contro gli americani è come pisciare controvento”. E così puntualmente è avvenuto perché, dopo una vistosa accoglienza favorevole alle mie idee anche da parte della stampa nazionale e internazionale, il successo fu breve ed effimero perché venni diffamato con perfidi metodi già ben sperimentati in questo genere di cose (dall’eresia e ribellione alla professione di commercialista sino ai balletti rosa) e venni messo fuori gioco.

Mi domando allora se i Promotori sapranno sostenere i rischi insiti in questa iniziativa; se riusciranno a convincere un sufficiente numero di persone e di Istituzioni senza correre il rischio che queste cambino bandiera al primo cambiamento del vento; non bisogna mai dimenticare che un tempo tutti (o quasi) gli italiani erano fascisti e da un giorno all’altro sono diventati antifascisti; mi domando anche se i promotori dispongano di mezzi finanziari adeguati per divulgare e sostenere la loro iniziativa e per difendersi dagli attacchi nemici. Sta a loro dare una risposta, anche se la mia impressione è che il Progetto, con tutti i meriti che non gli si possono negare, sembra peccare di scarso realismo.

Voglio però chiudere con qualche nota ottimistica. Sono convinto che questa nostra Italia e questo nostro Mezzogiorno, così spesso denigrati, hanno invece le risorse umane e professionali sufficienti per operare e progredire in piena autonomia. Giorgio Fuà, grande economista ormai dimenticato, scrisse che se guardiamo alle nostre cose senza il complesso di essere sempre indietro rispetto agli altri e con la convinzione che possiamo invece percorrere una strada diversa e originale, non solo scopriremo di avere tutte le qualità che servono per progredire, ma eviteremo anche di fare una doppia fatica: una prima volta per adeguarci alle volontà altrui e poi, scoperto che queste non si adattano a noi, per cercare di ritrovare la nostra vecchia via.

Federico Caffè condivideva questo modo di pensare, ma riflettendo sul carattere degli italiani della nuova generazione si espresse con maggior cautela con questo straordinario pensiero: “Né si dà minor prova di provincialismo...allorché si prospettano gli assetti istituzionali “altrui” dei mercati finanziari e borsistici come modelli ideali verso i quali si dovrebbe tendere. Qui veramente si è in presenza...di una congenita tendenza a vedere il paradiso nell’inferno degli altri”.

I nemici del sistema cooperativo e delle piccole banche locali sono agguerriti e compatti mentre noi siamo deboli e divisi. Il loro motto è divide et impera, il nostro, anche se non quello di Noschese, è seguiamo l’aria che tira.

E allora non c’è da stupirsi se noi italiani abbiamo acquisito la cattiva fama di essere dei “mariuoli” che si adattano ad ogni circostanza, spesso come unico mezzo di difesa; ebbene questa volta mi sembra proprio il caso di far buon uso di questa qualità di mariuoli e di chiedere ai nostri amici del Sud, che sono tanto bravi in questo, di imbrogliare le carte in tavola a chi ci vuole tenere in stato di sudditanza per spadroneggiare su di noi.

 

Vincenzo Marasco

                                                                                                                                         Da L’Uomo Libero n64

 

(1) I testi di miei precedenti interventi in materia sono pubblicati sulla rivista l’Uomo Libero, n. 60 e 62.

(2) Famiglie come i Warburg, i Rockefeller, i Rothschild, i Bill Gates, i Soros, gli Agnelli e ora anche famiglie cinesi, indiane, russe e di islamici fuori ordinanza controllano ogni settore della produzione, dei servizi, della finanza (es. Goldman Sachs, Morgan Stanley, Solomon Brothers, Merryl Lynch, ecc.), della istruzione e comunicazione (Murdoch ecc.), e dei loro fedeli presidi logistici nel campo della consulenza e della revisione (es. Mc Kinsey, PriceWaterhouseCoopers, Ernst&Young, Peat Marwick, Deloitte, ecc.).

 

18/11/2007


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