ECONOMIA 2007

 

Così parlò l’oracolo di Bankitalia

 

IL MACIGNO DEL DEBITO PUBBLICO

 

di Carmelo R. Viola

 

                Siamo davvero alla versione fondamentalista del capitalismo. La peggiore. I grandi uomini d’affari fanno la voce grossa: niente più politica nelle loro faccende. E politica sta per Stato.  E, infatti, oggi meno che mai è il Consiglio dei Ministri – il Governo! – a tracciare le linee di comportamento dell’economia (benché si tratti di predonomia), ma addirittura la corporazione degli sfruttatori del lavoro (giorni fa abbiamo sentito Montezemolo) e quella, molto più temibile dei banchieri, in Italia capeggiata da Bankitalia (ovvero da una società per azioni di padreterni), il cui ras, alias “governatore”, ha appena parlato alla stregua di un oracolo. Il quale è una specie di totem-saggezza istituzionalizzato, che legge la realtà e ne intuisce le soluzioni per migliorare la situazione d’insieme.

                Peccato – mi permetto di dire tra gente allibita – che le sentenze, sibilline od oracolari in questione, siano un’accozzaglia di idiozie maturate sulla taciuta menzogna di base che la situazione in causa non è il bene della gente – anzi, del singolo individuo (se è vero che tutti i cittadini sono, in teoria,  uguali davanti al diritto!) ma quel sistema, gestito e fruito dagli affaristi (industriali e banchieri), il cui unico scopo è – o no? – quello di arricchirsi senza misura sottraendo ricchezza alla collettività (ovvero di realizzare la ben nota, almeno da Marx in qua, “accumulazione di capitale”). Per inciso: sottrarre può essere sinonimo di rubare.

                Che ha sentenziato, in sostanza,  il boss della suddetta SpA, il più grande istituto di usura (qualcuno aggiunge “e di ladrocinio”) della “patria del diritto”? Intanto – l’edulcorante del purgante amaro – che l’economia migliora, più precisamente, è in ripresa e che è ora di passare alle riforme. Vedremo poi quali…Le lagrime più calde – e più agghiaccianti (!) - gli sono sgorgate quando ha dovuto richiamare i distratti italiani alla piaga, purulenta, cronica e inguaribile, del debito pubblico che – ripeto a memoria – pesa su ognuno di noi come un macigno!

                Una seconda barzelletta (perdonatemi l’impudenza), ricetta seria e seriosa come le battute che solo i grandi macchiettisti sanno recitare , è la raccomandazione di ridurre le tasse e le spese pubbliche per dare slancio ai consumi! Il lettore intelligente cerchi di evitare di ridere sbruffando per non sporcare della carta stampata che vale più di certe omelie laiche. Occorre poi che ci sia più competitività fra imprese sia private che pubbliche (ma di queste ce ne sono ancora?). Che si insista sulla liberalizzazione dei mercati dei servizi (e, ovviamente, del lavoro considerato una merce-servizio). Ma la vera grande riforma è quella che riguarda la previdenza, una volta impegnata a rendere dignitosa la vecchiaia con una pensione retributiva, oggi solo ridotta  alla percezione dei contributi già versati. Il rais bancario consiglia di alzare via via l’età pensionabile e d’ingrossare il compenso postlavoro con una polizza integrativa (ovvero aumentando il potere bancario!).

                Ma perché questa ricetta a lungo termine abbia efficacia è perentorio che tra banche e politica non ci siano commistioni di sorta, in parole povere e crude, che i padroni dei mezzi di produzione e della ricchezza facciano il loro mestiere di “liberi predatori” senza alcuna interferenza da parte del potere politico ridotto a puro arbitraggio burocratico.

                Premesso che la litanie delle idiozie è quasi sempre la stessa, anche l’analisi rischia di diventare monotona. Ma non è colpa nostra. Cominciamo dalla barzelletta, cretina e cretinizzante, del debito pubblico, vera palla di piombo al piede di uno Stato-oggetto, non più soggetto. Se queste considerazioni se le facessero tutti i politici e i sindacalisti – specie se sedicenti “di sinistra” – si avrebbe già una risposta equa e ragionevole, una base su cui poggiare l’analisi stessa. Per intenderci è indispensabile interpretare-tradurre parole e locuzioni di un paradiscorso manicomiale. Il “pubblico” è, nel nostro caso, l’impresa finanziaria privata verso cui lo Stato-servo si rende debitore come un qualsiasi poveraccio che deve superare un’impellenza.  Pubblico non è il bambino che ha fame o l’adulto che non ha lavoro o il padre di famiglia che non sa come sfamare i propri cari e meno che mai il paziente che si trova in grave difficoltà per sostenere le crescenti spese sanitarie. Anzi, tutti i cittadini – dai ricchi epuloni ai barboni sono parimenti debitori: è uno dei pochissimi casi in cui il popolo è lo Stato (ma solo perché soggetto passivo!).  Donde l’altrettanto ridicola macchina del fisco per recuperare via via quanto si deve alla piovra bancaria (interessi compresi). Debito pubblico vuol dire dunque “servaggio bancario”: pressione fiscale con ridicola rincorsa degli evasori!

                In queste condizioni il popolo dovrebbe consumare di più (non importa che) e questo per consentire agli sfruttatori del lavoro di produrre più merce ovvero più Pil (che sta anche per “prodotti inutili liberalizzati”)! Un giro vizioso – produzione-consumo-produzione – teso solo a far girare i conti di affaristi e banchieri. Ci troviamo davanti alla situazione – tutta da riderci sopra – di chi, per ingordigia, si abbuffa per un giorno intero non avendo poi cosa mangiare per una settimana. Eppure ci sono sfruttatori di lavoratori che corrono il rischio di  ricevere l’onorificenza di “cavalieri del lavoro (leggi “dello sfruttamento del lavoro”).

                Alzare l’età del pensionamento vuol dire aumentare la disoccupazione e proporre l’integrazione (bancaria!) della pensione vuol dire farsi beffa dei precari e di quanti, costretti ad adeguarsi alle ultime esigenze delle imprese affaristiche, non hanno un “posto fisso” – con questo intendendo solo un lavoro e un potere di acquisto stabili e sicuri. L’esortazione alla concorrenza è l‘antropozoico “richiamo della foresta”, che la tecnologia stessa rende solo apparente. Infatti, l’effetto della concorrenza è il rafforzamento dei più forti che tendono a coalizzarsi e a formare un monopolio di fatto (vedi la liberalizzazione del servizio postale!), mentre i più deboli tendono a scomparire, non potendoci essere condizioni di parità di gara (concorrenziale) fra soggetti con potere finanziario molto differenziato.

                E’ fin troppo chiaro che il miglioramento, di cui parlano i vari vati, più o meno “governatoriali” (dai Montezemolo ai Draghi) – cui fa da cassa di risonanza l’indefinibile “primo cittadino” – si riferisce esclusivamente al “quadro di parametri” del sistema, tra cui quello della maggiore governabilità demagogica di un popolo sempre più disinformato (circa la vera natura del “capitalismo da foresta”), sempre più distratto, sempre meno popolo. Un’ultima annotazione potrebbe essere questa: che mai come in rapporto al fondamentalismo predonomico la matematica non vale più di una vaga opinione!

 

Carmelo R. Viola – csbs@tiscali.it

Centro Studi Biologia Sociale

18/06/2007


economia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003