ECONOMIA 2006

Come pianificano la scarsità

Maurizio Blondet –effedieffe-

Il rapporto di Nicholas Stern sul cambiamento climatico è uscito da meno di dieci giorni, e già rullano i tamburi della grancassa mediatica: consumare meno, tagliare, ridurre le emissioni.
«Benvenuti nell’era della scarsità», trilla giulivo il Financial Times.
A Parigi l’ideologo dei verdi locali, Nicolas Hulot, appare continuamente in TV a proclamare: «L’industria deve produrre in modo diverso», «bisogna fabbricare prodotti che durano di più e siano riparabili».
E consiglia: andiamo tutti in bicicletta, razioniamo l’elettricità.
D’improvviso, nella società dei consumi scandalosi, si alzano elogi della frugalità, lodi del rammendo e delle risuolature.
Gli ecologisti vedono rafforzati tutti i loro intenti punitivi, i loro sogni di arretramento malthusiano: e finalmente, hanno la parola - con la benedizione del rapporto Stern, ordinato da Tony Blair, ossia dalla finanza della City.
E’ la nuova parola d’ordine, per ora - forse - come ballon d’essai.
In Europa, i verdi sparsi e a mazzetti esigono immediata obbedienza agli accordi di Kioto sulla riduzione concordata del CO2; subito, subito, senza esitare.
L’inanità del grido può sfuggire ai non-tecnici.
La Francia, ad esempio, contribuisce alle emissioni modiali di CO2 per l’1,5 %, l’Italia, che non ha le centrali atomiche di Parigi, forse per il 2 % (1): anche se adottassimo le misure draconiane proposte da monsieur Hulot, nulla cambierebbe.

La Cina, esclusa dagli accordi di Tokio, è di gran lunga il massimo inquinatore; emette un quarto dei 24 miliardi di tonnellate di CO2, seguita dagli USA (che non hanno firmato gli accordi di Kioto).
Nel 2030 la Cina da sola vomiterà fumi il doppio dell’Europa, gli Stati Uniti un terzo di più.
Convincere il super-produttore e il super-consumatore a ridurre sovrapproduzioni e superconsumi: come?
Con un accordo globale. O con un governo mondiale?

 

Può darsi che ci sia questo dietro all’urgentissimo allarme.
Il supercapitalismo terminale decreta la fine del super-liberismo e dell’abbondanza per tutti.
D’ora in poi, sarà solo per alcuni.
Lo dice chiaro il Financial Times.
I viaggi aerei a basso prezzo, ad esempio, i voli low-cost, saranno stroncati. (2)
Dite addio al turismo di massa.
«I viaggi aerei sono diventati una delle fonti di emissioni in più rapida crescita», scrive il giornale della City.
E propone una «tassa verde sui voli».
Ma attenzione: «Per essere utile, la tassa dovrà costare molto più che un irritante rincaro. Dovrà essere una imposta così alta da impedire efficacemente ad un vasto numero di persone di viaggiare».
Così, letteralmente.
Ma «tutte le fonti d’emissione dovranno essere drasticamente ridotte tutte insieme, se si vuole evitare la catastrofe ambientale».
Dunque sarà colpita anche la circolazione terrestre.
Come?
«Con qualche genere di razionamento basato sui prezzi sui trasporti terrestri, in modo da rovesciare la crescita del traffico». 
Attenzione all’espressione «razionamento basato sui prezzi», perché implica un principio ideologico inconfessato: le razioni non saranno uguali per tutti; saranno gestite dal «mercato», dalla sua mano invisibile.
I prezzi saranno resi così alti da «ridurre la domanda»: ovviamente quella dei meno favoriti nella giostra del capitalismo globale.

La domanda dei ricchi non sarà ridotta: sono solvibili, non si faranno mancare nulla.
Insomma la proposta è di lasciar gestire l’arretramento senza intaccare il liberismo; i supercapitalisti ci imporranno di cambiar vita, ma loro non vogliono cambiare né metodi né mentalità.
Nel regno della scarsità comanderà ancora e sempre il laissez-faire.

 

Di fatto, è l’espulsione dal circolo del mercato dei ceti medi.
Erano già i grandi perdenti della globalizzazione trionfante: i ceti medi dei Paesi avanzati hanno visto i loro salari scendere o ristagnare negli anni in cui i super-capitalisti e gli speculatori hanno fatto profitti favolosi, spostando il lavoro nel Terzo Mondo a salari bassissimi.
Questi stanno un po’ meglio, grazie alle delocalizzazioni e al «vantaggio competitivo» dei bassi salari.
Ora, ciò che i signori del capitale si propongono, col pretesto o l’occasione del riscaldamento climatico, è stabilizzare questa situazione.
Loro vivranno, pochi privilegiati favolosamente ricchi, sopra i milioni di schiavi a cui hanno dato lavoro in India e in Cina.
I ceti medi europei, così fastidiosi politicamente con le loro esigenze di eguaglianza e di giustizia, e la loro relativa buona informazione di come va il mondo, devono essere disciplinati - allo stesso modo, in fondo, in Italia Prodi «disciplina» i tassisti ma non i notai, chiede di tirare la cinghia ai privati ma non ai parassiti pubblici miliardari.

E’ la nuova era, che somiglia sempre più alla vecchia della prima rivoluzione industriale: pochissimi redditieri con enormi patrimoni, che dominano masse di miserabili soggetti al «razionamento tramite i prezzi» - ossia a rincari proibitivi.
Rassegnatevi, ci dice il Financial Times: «Basta rifletterci per capire che l’epoca del ‘più’ non era sostenibile», non per voi almeno.
«L’espansione economica continuerà, ma senza automaticamente tradursi in più di tutto per tutti».
Allegri, ci dice il giornale dei finanzieri: che cosa vi chiediamo, in fondo?
«Siete già abituati all’idea di fare qualche sacrificio personale per la vostra salute, avete smesso di fumare, avete ridotto gli alcolici, mangiate meno zucchero, sale e grassi».
Ebbene, ora ne farete altri «per il bene di tutta l’umanità».
Per esempio?
«Siamo di fronte a un futuro in cui quasi tutti i viaggi non necessari saranno fortemente scoraggiati da un insieme di tasse e di deplorazione pubblica».
«Gli alti costi di trasporto riporteranno la gente all’interno delle città; il boom delle seconde case finirà, e il turismo sarà bollato come il nemico principale dell’ambiente».
«La gente dovrà tagliare - grazie alle sovrattasse - l’uso dell’energia nelle sue case, abbassare il riscaldamento e fare meno bagni. L’importazione di cibi e bevande -  anzi, le importazioni ed esportazioni in generale - saranno scoraggiate perché i trasporti su lunghe distanze creano troppe emissioni di carbonio».

 

Ma non sarà tutto male, continua il Financial Times.
«Gli Stati traboccheranno di soldi grazie ai tributi ecologici addizionali. Restituirli ai cittadini attraverso alleviamenti fiscali non avrebbe senso perché annullerebbe gli effetti disincentivi delle sovrattasse ecologiche».
(Da noi, sarà dunque il paradiso di Visco esattoriale e dei costosissimi grand commis, consulenti, amici e parenti dei parassiti pubblici).
«Dunque», prosegue ottimista il giornale dei finanzieri, «gli Stati saranno obbligati [sic] a spendere nel miglioramento di servizi pubblici, e tutti noi godremo di scuole magnifiche, di servizi sanitari da morire (eh sì), e la sicurezza di generose pensioni di vecchiaia».
Generose promesse dei miliardari: il regno della scarsità trasformato in Eden.
Persino qualche lettore cattolico amante di sorella povertà, e giustamente ostile alla corruzione che porta il consumismo, sarà tentato di rallegrarsene.
Solo che questo paradiso immaginario del razionamento ha qualche falla, nemmeno troppo segreta.  Tutto ciò che di superfluo il Financial Times elenca, e di cui ci annuncia la sparizione, è lavoro e guadagno per milioni di uomini.
Il turismo, le compagnie low-cost, i viaggi danno lavoro a milioni di persone.
Provate a pensare quanti milioni di uomini e donne lavorano per fabbricare quello che trovate nei supermercati della dozzinale abbondanza; aprite il cassetto dei medicinali inutili: tutti quei flaconcini, sono lavoro per altri, in Italia e nel mondo.
In bagno, aprite il pensile dei cosmetici: superflui, ma altri milioni possono vivere fabbricandoli. Guardate le scatole e le confezioni di tutto, gli abiti che avete in sovrappiù, le scarpe che non vale la pena di risuolare e che è meglio buttar via quando sono appena passate di moda: è tutto lavoro, lavoro e lavoro; e salari, salari, salari.
Ed è la produzione di massa a tenere bassi i prezzi: ridurre la produzione significa rincaro generale.
L’era della scarsità controllata sarà, insomma, l’era della disoccupazione di massa, dell’arretramento tragico dei livelli di vita, della miseria.

Non riusciamo nemmeno ad immaginare «quel» mondo, e come noi potremo viverci.
Certo non ci vivranno sei miliardi di uomini, ma forse la metà o meno.

 

Solo i più vecchi di noi ricordano il tempo della penuria.
Di quando, per comprare il latte, bisognava portarsi da casa una bottiglia di vetro.
O per comprare il sale - lo vendeva il tabaccaio, era un monopolio di Stato - bisognava portarsi dietro la carta (niente superfluo, si risparmiava su cartone, scatole e confezioni; il packaging era sconosciuto).
Quando gli abiti si rivoltavano, e passavano, via via adattati, dal papà ai figli.
Quando le giovani donne non andavano in discoteca, ma imparavano a cucire a macchina e a rammendare.
Quando non si buttava via nulla e si facevano risuolare le scarpe.
Quando il burro e l’olio erano un lusso.
Le auto erano rare, e non entravano nemmeno nei sogni dei desideri più folli per la maggior parte della gente.
E si andava a comprare il carbone, una palata dentro un secchio.
E la vita era carissima, e non c’era lavoro.
Gli introiti fiscali, in una simile recessione permanente, non erano altissimi: mancava la massa dei contribuenti.
Dunque non ci saranno le scuole splendide e gli stupendi servizi pubblici favoleggiati dal Financial Times, né le ricche pensioni - non per noi, almeno.

Certo, si poteva vivere anche così, anzi in qualche modo forse si viveva persino meglio, più lieti. Ma allora c’era un ingrediente: le risorse spirituali per sopportare le rinunce, l’educazione al sacrificio, la società che lo onorava, come onorava il lavoro anche più umile e faticoso, purchè onesto.
I parassiti non ci tartassavano come oggi per i loro lussi: c’era la patria da far andare avanti, da ricostruire.

C’era la fede, soprattutto, che è la forza suprema di un popolo deciso a vivere.
A Milano, nel dopoguerra, vidi bambino una processione: mezza città dietro la statua della Vergine, uomini commossi.
La statua era stata mandata da Roma dal Papa, Pio XII, come segno di speranza.
Mio padre inventò sui due piedi una rima: «Madonna Pellegrina/ fammi trova’ ‘na stanza e una cucina».
Scherzava, ma con le lacrime agli occhi: una sola stanza, era già un sogno.
Altri sogni ce li dava il cinema, una volta al mese; e la schedina del Totocalcio: dopo averla giocata, si passava la sera del sabato a immaginare cosa avremmo fatto con la vincita.
Nei nostri sogni non c’era l’auto, e nemmeno c’erano gli elettrodomestici più comuni.
Un frigorifero non si riusciva nemmeno a desiderarlo.

 

Tutto questo - queste risorse interiori così essenziali, quando manca il superfluo - sono state consumate, dissipate e inquinate.
Le ha distrutte il consumismo, che - per vendere le sue merci e i suoi servizi superflui - ci ha «educato» a desiderare senza fine, ci ha riempiti di voglie e di avidità, ci ha fatto onorare il denaro più che la fatica, ci ha insegnato l’impazienza e l’odio per la rinuncia.
Lo stesso capitalismo che ora ci vuole togliere tutto ciò che aveva promesso.
E che vuole, però, continuare a comandare.
Di quelle risorse, il  Financial Times non parla.
Il capitalismo e il mercato non sanno come fabbricarle; ai bisogni dell’anima, sono estranei ed ostili.
Perciò attenzione: se deve venire il regno della penuria, non va lasciato guidare dal «mercato» di Adam Smith, né tantomeno lasciato gestire dagli speculatori di Londra.
Il razionamento richiede anzitutto giustizia ed equità, onestà nei governanti; l’autarchia, esige il senso forte del bene comune, e della società come nazione, comunità di destino.
Miseria nel libero mercato comporta criminalità, insicurezza dilagante, odio e disordine civile senza fine, i ricchi asserragliati dietro ville con alte mura protette da guardie armate, i poveri disonorati dai desideri, che arraffano e prendono dove e a chi possono: Napoli e Caracas moltiplicati per mille. La penuria chiede uno Stato forte, un dirigismo autoritativo: il contrario della «democrazia dell’abbondanza» che ci ha corrotto tutti.

Maurizio Blondet

Note
1) Eric Le Boucher, «Arretez la salade verte», Le Monde, 12 novembre 2006.
2)
 Richard Tomkins, «Welcome to the age of less», Financial Times, 11 novembre 2006.

   
19/11/2006


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