ECONOMIA 2008

"Bye bye" Stati Uniti

Marzio Paolo Rotondo'

È una vera e propria migrazione di capitali quella che sta avvenendo sui mercati finanziari mondiali.
I principali fondi sovrani, come ad esempio quelli dei Paesi emergenti quali Cina, India, Russia, Paesi Opec, Brasile ed altri ancora, stanno accelerando il passaggio dei loro investimenti finanziari da prodotti in dollari a quelli in euro.
Il processo sta avvenendo già da tempo ma il peggioramento delle prospettive dell’economia e della finanza statunitense, oltre che per il comportamento delle banche centrali del Vecchio e del Nuovo Continente, rendono sempre più conveniente scommettere sul mercato azionario in euro.
Dopo anni di investimenti sui mercati azionari statunitensi, luogo prediletto per i capitali internazionali per lunghi decenni, ora il panorama sta cambiando. I grandi fondi d’investimento dei Paesi emergenti, forti del flusso finanziario proveniente delle bilance commerciali in forte positività per via di esportazioni dirompenti verso l’occidente, sono oggi impauriti dalla crisi finanziaria.
Uno dei principali fondi dell’area del Golfo Persico abbia drasticamente ridotto in un anno l’esposizione in asset Usa dall’80% al 60%. Anche il fondo sovrano cinese State Administration of Foreign Exchange sta cercando di stringere accordi con alcuni fondi di private equity, ovvero di investimento, europei come parte del piano di allontanamento dagli investimenti Usa. La tendenza è però simile anche per altri Paesi e fondi d’investimento sovrani.
Il riposizionamento degli investimenti, non passa inosservato. La variazione è sensibile nel mondo finanziario, considerando che solo il fondo cinese sopraccitato possiede riserve valutarie e investimenti per circa 1,8 mila miliardi di dollari. Non a caso è da tempo che si vede un aumento esponenziale del valore dell’euro rispetto al dollaro, tanto che i titoli azionari europei, anche se poco, reggono meglio rispetto a quelli statunitensi. Ciò non vuol dire però che l’Europa sia un’isola felice.
Non siamo ancora al passaggio di testimone dal dollaro all’euro come valuta di riferimento mondiale, ma poco ci manca. I timori di una prolungata debolezza del dollaro circolano da tempo sul mercato: i problemi sono troppi negli Stati Uniti e uno degli effetti collaterali di questa situazione è proprio un biglietto verde in costante svalutazione. Malgrado gli stimoli fiscali per rilanciare l’economia, il taglio dei tassi per iniettare liquidità in un sistema finanziario asfissiato, un dollaro debole che facilita le esportazioni ed uno Stato che ormai deve garantire su tutto, il rischio recessione negli Usa è ancora concreto. L’inflazione sostenuta dall’impennata del petrolio e l’iperinflazione causata dalla speculazione sulle materie prime, e ovviamente una crisi finanziaria ancora esplosiva, rendono la situazione molto complicata. Un crash vero e proprio dell’economia statunitense non è infatti da escludere.
Bene che vada, si prepara una fase comunque difficile. Lo stesso Fondo monetario internazionale afferma che la crisi finanziaria si sta evolvendo, in bilico fra la ripresa e il collasso, ma ad ogni modo sta per iniziare una crisi economica, riflesso di quella finanziaria dell’ultimo anno. Nella migliore delle ipotesi, l’Europa rischia la crescita zero prolungata per almeno altri dodici mesi, mentre l’America di avere un terzo trimestre di transizione e un quarto con il rischio di una recessione sempre più probabile.
La Cina e gli altri Paesi emergenti con molte liquidità, si stanno facendo qualche domanda in più sulla stabilità del sistema finanziario Usa. Da tempo sostengono il debito pubblico americano e più recentemente anche alcune delle società più esposte alla crisi finanziaria, ma oggi sembrano avere qualche dubbio. Senza questi capitali, però, gli Stati Uniti sono spacciati. Lo Stato americano, già alle prese con un debito pubblico colossale di circa 8500 miliardi rispetto a un pil di circa 13mila miliardi di dollari, devono ora fare i conti con fallimenti illustri che rischiano di far aggiungere un nuovo fardello all’amministrazione pubblica Usa di 5300 miliardi di dollari relativo ai mutui subprime spazzatura statunitensi. Freddi Mac e Fannie Mae, le due società garantite dallo stato che detengono oltre il 50% dei mutui subprimes Usa, sono infatti sull’orlo della bancarotta.
Più che mai, dunque, gli Stati Uniti hanno bisogno di liquidità: proprio quella che oggi sta fuggendo dai loro mercati. Il rischio di un credit crunch, ovvero una situazione di mancanza di liquidità generalizzata che provoca fallimenti a catena, è dunque molto concreto. L’unico modo che gli Stati Uniti hanno per salvarsi da questa situazione, paradossalmente, è fare altri debiti per sostenere il sistema e, come sta già avvenendo, iniettare capitali dalla banca centrale che, però, creano l’iperinflazione attuale. I debiti, però, non farebbero altro che rinviare un collasso che appare ormai inevitabile.
I capitali dei Paesi emergenti, però, sono pronti a tornare. Paesi come Cina e India sono ben consapevoli che se dovesse crollare l’economia statunitense gli effetti devastanti colpirebbero anche loro. Sarà dunque inevitabile, nel caso di una degenerazione della crisi, che i fondi sovrani comprino letteralmente l’economia statunitense. Non a caso, questa prospettiva è stata presa in considerazione recentemente anche dalle autorità europee, che hanno iniziato a mettere dei paletti protezionistici alle aziende strategiche del Vecchio Continente quando questo tipo di tendenza va contro i precetti chiave dell’ultraliberismo dell’Unione europea.
Gli Stati Uniti, però, non si possono permettere di fare protezionismo. Gli sbagli commessi a livello finanziario gli hanno messi con le spalle al muro. Washington è in balia degli avvenimenti finanziari ed economici e, anche se rassicura l’opinione pubblica, si sta già preparando al peggio.
Gli eccessi di un mondo capitalista ad oltranza, che fa sì che gli interessi economici siano posti al di sopra del bene collettivo, ha plasmato un sistema basato sulla speculazione e lo sfruttamento che è chiaramente insostenibile. Questo meccanismo sembra ormai ad un punto di rottura.
Non si sa come, non si sa quando, ma il sistema imploderà: la storia ci ha insegnato che questi collassi non sono impossibili. Vista la situazione economica mondiale, non ne siamo molto lontani.


20/07/2008


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