ECONOMIA 2009


Un’Europa senza lavoro né dignità

Quanto reggerà questo sistema interamente basato sul Pil e sul consumo in un contesto socio-economico in cui la povertà e la disoccupazione stanno raggiungendo livelli storici?

Marco Cottignoli

C’è un dibattito che ferve negli USA che ben delinea la tendenza che, prima o tardi, giungerà anche da noi, fra qualche anno, come nuova moda intellettuale e argomento di dibattito politico: quello della ripresa economica e industriale senza occupazione. Secondo questa tesi, la disoccupazione di massa favorirebbe prima la riorganizzazione delle imprese e poi una rapida ripartenza al momento della domanda. In pratica, la difesa dei lavoratori in crisi è una inutile zavorra non solo perché crea tensione sociale, ma pure perché appesantisce l’azienda.
Dati alla mano dicono che negli USA, la patria dello stato sociale e della sanità pubblica per eccellenza (scherziamo), all’aumento verticale dei disoccupati sia corrisposta, nel secondo trimestre 2009, una super ripresa della produttività.
Sinceramente non capiamo perché il trasversale e incontrastato partito liberal in Italia non abbia ancora proposto questa linea di azione ai sindacati o alla Confindustria che non sdegnerebbe una tale proposta. Da noi, al momento, per contrastare la disoccupazione, vige ancora un’azione più “soft ”, meno appariscente, ma non per questo meno pericolosa, per non turbare all’improvviso il sonno di tanti. Il modello è il medesimo, ma distillato con maggiore attenzione. Il grosso è stato fatto qualche anno fa, liberalizzando il mondo del lavoro, e ora si aggiunge solamente qualche pezza salvifica.
Recente è la proposta di corsi di autostima per disoccupati sopra i 40 anni in grado di combattere la carenza di autostima e il pessimismo latente e per ritrovare un approccio attivo nei confronti della vita.
Altri propongono la settimana corta come soluzione estrema. Speriamo sia una soluzione temporanea e che non diventi una prassi anche passata la crisi per pagare meno i lavoratori e per farli lavorare a ogni ora del giorno.
Le risorse per la cassa integrazione in deroga in molte zone italiane sono ormai finite e sono già molti quelli senza paga. Idem per il reddito minimo garantito agli inoccupati che, in alcune Regioni, sta per esaurire i fondi.
Intanto in Italia il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 7,4%, quasi un punto in più rispetto a un anno fa, e le ultime previsioni della Cgia stimano che a fine anno si raggiungeranno oltre 2 milioni e 200mila persone senza un lavoro, percentuale che potrebbe giungere il 10,5% nel 2010. Nello stesso periodo, nell’area Ocse, il numero dei disoccupati potrebbe giungere a 57 milioni!
Insomma, fatti i conti, sembra che le ricette propinate dai fautori del libero mercato abbiano creato proprio un bel risultato. La deregolamentazione del mercato del lavoro, la moltiplicazione delle possibili forme contrattuali, soprattutto flessibili e a tempo determinato, le delocalizzazioni, i bassi salari hanno scardinato la forza lavoro europea.
Anzi, secondo l’Ocse c’è il rischio che grande parte di questo forte aumento della disoccupazione assuma «un carattere strutturale, con uno scivolamento di un numero consistente di persone verso una disoccupazione di lunga durata o, addirittura, l’uscita dalla vita attiva».
Se ciò si avverasse, le conseguenze sociali di questo disastro economico sarebbero devastanti. è paradossale che, fra i costi dell’economia, quello della disoccupazione non sia mai valutato per la sua drammaticità, neppure ora che è diventato un fenomeno di massa. Eppure ogni disoccupato costa perché è a carico della collettività e perché la sua produzione potenziale è persa.
La ripresa economica deve partire da qui. Da leggi che difendano il lavoro, la crescita del salario e il potere di acquisto e che vadano verso forme di partecipazione alla gestione e agli utili di impresa.
Dai vari organismi commerciali ed economici internazionali, invece, vengono continuamente impartite direttive che sono sempre le stesse, come tagliare la spesa sociale e liberalizzare i servizi pubblici. Niente di strano. Ai gestori del mercato globale senza regole non interessano né gli indici di occupazione né la tutela sociale, ma gli interessi dei propri azionisti e il profitto di impresa.
Così, nonostante la crisi in atto e visti gli interessi che manovrano il sistema, poco cambierà.
Eppure l’equazione è semplice. Per quanto potrà reggersi questo sistema interamente basato sul Pil e sul consumo in un contesto socio-economico in cui la povertà e la disoccupazione saranno a livelli storici?

22/10/2009


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