ECONOMIA 2007

Ue: ortofrutticolo nel mirino


Marzio Paolo Rotondò

La Commissione europea ha formulato in questi giorni l’intenzione di riformare il mercato ortofrutticolo continentale. Le idee avanzate dall’esecutivo continentale mirano a rendere, come al solito, più liberale e competitivo questo settore con una formula che sembra già il preludio all’apertura dei mercati mondiali così come concepita in sede Wto. La Commissione si augura che la proposta di riforma sia approvata dal Consiglio e dal Parlamento entro il primo semestre 2007 e possa entrare in vigore già nel 2008. Ben presto l’Italia e l’Ue rischiano di trovarsi nude di fronte alla concorrenza mondiale.
La produzione di ortofrutticoli rappresenta il 3,1% del bilancio agricolo della Comunità e il 17% della produzione agricola complessiva dell’Ue. Il nostro Paese è in questo settore uno degli attori più importanti a livello mondiale. L’Italia è infatti leader nella produzione di frutta e verdura nell’Unione europea allargata a ventisette Paesi con un raccolto di quasi 30 miliardi di chili, 25% del totale comunitario, coltivato su circa 1,3 milioni di ettari di terreno. Il nostro Paese è inoltre il primo produttore mondiale di kiwi, secondo produttore mondiale di pomodoro da industria, primo produttore comunitario di uva da tavola, kiwi, pere, pesche, nocciole, carciofi, cavolfiori, melanzane e secondo produttore comunitario di mele, agrumi, pomodori.
Questa bozza di riforma comunitaria e tutte le trattative che da tempo occupano una posizione rilevante per il compromesso sulla liberalizzazione mondiale del commercio in sede Wto, ci riguardano dunque da molto vicino.
Già nel corso dell’ultimo decennio, il settore ha dovuto far fronte, ad una forte pressione da parte della grande distribuzione che, grazie all’elevata concentrazione, tende ad imporre prezzi di mercato sempre più bassi. Ad affiancarsi a questo fenomeno, l’ortofrutticolo ha dovuto far fronte anche alla sempre più accentuata concorrenza dei prodotti importati che, con una qualità più che accettabile e prezzi relativamente bassi, stanno conquistando una fetta di mercato sempre più ampia. Questo ha spinto numerosi produttori a concentrarsi, grazie anche alla riforma del 1996; nonostante questo ne restano ancora molti restii al farlo.
Il percorso verso un mercato totalmente liberista, però, non è ancora terminato.
“Dobbiamo mettere il settore ortofrutticolo in sintonia con le altre riforme della politica agricola comune, che vanno tutte nel senso di rendere l’agricoltura europea più competitiva e orientata al mercato”, ha dichiarato la Commissaria all’agricoltura e allo sviluppo rurale Mariann Fischer Boel.
Così come commentato dal Commissario europeo il senso delle riforme volute dall’esecutivo comunitario va ovviamente verso la totale liberalizzazione del settore, nonostante l’opposizione di diversi grandi Paesi, puntando a rivoluzionando l’attuale politica agricola comune che per decenni è stata la voce portante nel bilancio comunitario del Vecchio Continente.
Per rendere il settore più adatto ad affrontare il mercato, la Commissione europea, a suo dire, incoraggerà un maggior numero di coltivatori ad aderire alle organizzazioni di produttori, fornirà a queste ultime nuovi strumenti per la gestione delle crisi, incorporerà il settore ortofrutticolo nel regime di pagamento unico, renderà obbligatoria una soglia di spesa per interventi ambientali, potenzierà i finanziamenti Ue a favore della produzione biologica e per azioni promozionali e abolirà le sovvenzioni all’esportazione per l’ortofrutta. Quest’ultima voce è proprio quella più caldeggiata dalla fazione ultaliberista europea ed uno dei nodi principali delle trattative, praticamente fallite del Doha Round. Fra tutte queste proposte sono praticamente inesistenti i cambiamenti che aiuteranno veramente il settore a far fronte ad una concorrenza mondiale sempre più agguerrita. Questa porterà i produttori europei a combattere contro i più grandi produttori mondiali senza più difese.
Se fossero approvate queste nuove proposte e aperto il mercato così come concepito nelle organizzazione commerciali mondiali, l’Italia sarebbe uno dei Paesi più colpiti dai grandi rischi che questa liberalizzazione comporta. Un primo segnale di questo possibile tracollo del settore ortofrutticolo nostrano indotto dalle politiche europee è stato riscontrato nella filiera dello zucchero che, in pochi mesi, ha perso gran parte della sua produzione oltre che migliaia di posti di lavoro. È quindi nell’interesse dell’Italia di opporsi a tale riforma e far sentire maggiormente il suo peso a livello decisionale in questo settore così importante della nostra economia. Il rischio è quello di vedere compiuto un vero e proprio furto ai nostri danni.

 

28/01/2007


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