NOTIZIE 2009


Una partecipazione che serve solo alle aziende


Filippo Ghira

Il sindacato italiano di fronte alla crisi reagisce invocando l’adozione di un modello partecipativo in azienda sulla falsariga del modello tedesco della cogestione, la cosiddetta “Mitbestimmung”. E’ la Cisl di Raffaele Bonanni a prendere l’iniziativa per proporre una svolta che, se portata a compimento, potrebbe rivoluzionare il modello di relazioni sindacali in Italia. Bonanni ha preso spunto dall’annunciato accordo tra Fiat e Chrysler per ricordare che tra gli azionisti della casa di Detroit vi è il sindacato Uaw (United Auto Workers) che nel nuovo assetto dovrebbe arrivare a coprire una quota del 20%. A giudizio di Bonanni infatti, “l’azienda americana evoca quel sistema di economia democratica che è proprio quello che vuole la Cisl. Questa è la sfida che lanciamo al sistema politico, imprenditoriale e finanziario italiano. Bisogna andare oltre le macerie del ‘900 verso il 21° secolo. Noi – ha insistito - non vogliamo essere solo dei salariati, ma guadagnarci lo stipendio anche attraverso maggior potere. Altrimenti - ha ammonito - la società che stiamo costruendo sarà fatta di tanti salariati e di pochi che giocano in finanza svuotando le tasche dei cittadini e della democrazia”.
Un’iniziativa sorprendente quella del sindacato che tradizionalmente riunisce lavoratori di area “cattolica” e che vanta una storia all’insegna di quel “solidarismo” proprio della dottrina sociale della Chiesa. Una svolta sorprendente perché il sindacato non si era mai spinto così in là nell’invocare una maggiore partecipazione dei lavoratori al destino dell’azienda in cui lavorano. Quello che semmai lascia perplessi è se nell’ottica di Bonanni tale partecipazione debba realizzarsi attraverso la partecipazione di un sindacato come la Cisl, mettiamo al capitale di una Fiat o di un’altra azienda, o se invece i lavoratori debbano diventare azionisti della stessa impresa dalla quale dipende il proprio futuro e quello della propria famiglia. Sono due ipotesi del tutto alternative. La prima implicherebbe un’ulteriore burocratizzazione dei rapporti sindacali e tali da passare sulla testa dei lavoratori che verrebbero di fatto scavalcati dai legami diretti stabiliti tra impresa e vertici sindacali. Nel secondo caso, ci sarebbero due aspetti da definire. Il primo riguarda il dove verrebbero prelevati i fondi per permettere ai dipendenti di diventare azionisti. E il secondo investirebbe le modalità di partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti alle decisioni sulle politiche e sulle strategie dell’azienda. La partecipazione agli utili dell’impresa è uno dei vecchi cavalli di battaglia del sindacalismo di marca cattolica, pensato per legare gli uni agli imprenditori e lavoratori e per aumentare di fatto il livello delle retribuzioni. E’ un modello che però funziona in tempi di crescita generale dell’economia e in una situazione nella quale la sopravvivenza di un’impresa non è messa minimamente a rischio. In una fase di crisi e di recessione come l’attuale, che rischia di trasformarsi in una depressione dai tempi lunghi, l’ipotesi rischia di trasformarsi in una semplice esercitazione accademica. C’è da domandarsi infatti che cosa succederebbe nel caso l’azienda in questione avesse necessità di ricapitalizzarsi. In tale ipotesi si vedrebbero i dipendenti o il sindacato costretti a mettere mano al portafoglio per mantenere un posto o più posti nel comitato di gestione o in quello di sorveglianza.

Un’ipotesi poco lusinghiera
Ma vi è un’altra lettura, meno esaltante, della proposta di Bonanni. E cioè quella di un sindacato, in questo caso la Cisl, che, dopo avere ceduto unitamente alla Uil alle pretese della Confindustria e del governo ed avere sottoscritto il nuovo modello contrattuale, ora apre un nuovo fronte nell’appiattimento sulle posizioni del padronato.
Infatti, il nuovo modello contrattuale sposta la propria centralità dal livello nazionale a quello aziendale e obbliga il singolo lavoratore ad una ricerca esasperata della produttività aziendale in quella che si annuncia essere una lotta tra poveri, attaccati con le unghie e con i denti al proprio posto di lavoro e dovendo quindi sopravvivere in una situazione che porrà ogni singolo lavoratore al limite del precariato. Insomma, se il dipendente accetterà ritmi di lavoro infernali tali da permettere all’azienda di reggere la concorrenza estera delle aziende cinesi, bene. Altrimenti si potrà pure accomodare alla cassa. Questo è il futuro che si annuncia per milioni di lavoratori all’insegna del mercato unico globalizzato. La proposta partecipativa di Bonanni, in tale ottica, appare quindi come il classico zuccherino in grado di convincere il lavoratore di vivere nel migliore dei mondi possibili e che quanto sta succedendo, è stato pensato solo in funzione del suo bene. Della serie, lavora duramente, fai guadagnare l’azienda e così, oltre allo stipendio, ci sarà qualcosa per te. Valutata in tale ottica, la proposta di Bonanni appare come pensata per bloccare le future rivendicazioni dei lavoratori e di quanti verranno espulsi dai processi produttivi. Ma soprattutto appare come la rivendicazione di un maggiore potere da parte del sindacato, inteso come struttura burocratica. Un potere che, se concesso, risulterà essere il prezzo pagato dalle aziende per avere le mani libere nei posti di lavoro per ristrutturare e per imporre condizioni di lavoro capestro. Salta subito agli occhi la mancanza in Italia di un sindacato capace di cavalcare la protesta sociale e di tutelare i lavoratori e i pensionati massacrati economicamente dalla crisi in corso. Una mancanza che fa il paio con la mancanza in campo politico di una Sinistra, nazionale o di classe che sia, capace di interpretare i malumori del Paese profondo e trasformarli in una opzione tale da trasformare i rapporti di forza nel nostro Paese. Questa è la tragedia dell’Italia.
Un Paese nel quale la gara a mostrarsi come i più liberisti del reame sta assumendo toni francamente ridicoli. Soprattutto adesso che la crisi ha abbondantemente dimostrato che il Libero Mercato rappresenta semplicemente una licenza di caccia concessa ai banditi dell’Alta Finanza per impadronirsi dei beni dell’economia reale dei singoli Paesi. E’ quindi sconfortante che i sindacati (inclusa pure la Cgil di Epifani) non riescano a comprendere come sta cambiando la realtà che li circonda e che ci sia una bomba sociale pronta ad esplodere. E che chi lavora non è disposto ad accontentarsi di zuccherini come la partecipazione ma vuole avere quanto meno un’esistenza dignitosa.


30/04/2009


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