ECONOMIA 2007

 

Mercato valutario: la Cina capisce ma non agisce

Molta comprensione ma scarsa collaborazione. È questo l’esito della prima visita ufficiale dei rappresentanti economici dell’Unione europea in Cina, ovvero la troika composta da Juncker (Eurogruppo), Trichet (Bce) e Almunia (Commissione Ue). “Impedire fluttuazioni di grande ampiezza dei tassi di cambio” e cooperare “per contribuire agli aggiustamenti necessari degli squilibri mondiali”. Sono questi i principali nodi affrontati dalla delegazione europea ed i rappresentanti del governo cinese: accordi che suonano simili a quelli già concordati negli anni passati con altre delegazioni ma che hanno dato pochi benefici ad una situazione che destabilizza l’economia mondiale.
La Cina “comprende le preoccupazioni europee” sugli squilibri dei tassi di cambio ma resta contraria a cambiamenti bruschi del valore dello yuan rispetto a qualsiasi divisa. “Capiamo quello che dice l’Ue, ma speriamo anche che Bruxelles comprenda le nostre preoccupazioni”, ha indicato il portavoce del ministero degli Affari esteri cinese poche ore prima dell’incontro ufficiale fra le due rappresentanze. Una premessa che ha da subito fatto capire la piega che avrebbero preso le discussioni.
È stato fin da subito dato per scontato, quindi, che la missione speciale dei tre rappresentanti economici dell’Ue, per la prima volta riuniti in una missione di questo genere, non avrebbe prodotto fatti concreti. Neanche la concomitanza con il vertice bilaterale Ue-Cina a Pechino ha contribuito come sperato a creare un fronte di azione per un intervento rapido delle autorità cinesi, specialmente sulla questione della sottovalutazione dello yuan e della caduta dei dazi che la Cina applica ancora.
L’Eurozona chiede principalmente un’accelerazione della riforma del regime di cambio dello yuan verso la libera fluttuazione. Questo, secondo l’Ue, innesterebbe un deciso movimento al rialzo della valuta cinese anche nei confronti delle principali valute di scambio internazionale, tra cui l’euro. Il processo di rivalutazione, molto lento e praticamente intangibile sulle bilance commerciali, è stato già avviato da Pechino a metà del 2005 sganciando in modo assai relativo lo yuan dalla parità con il dollaro. La valuta cinese viene però tenuta entro stretti limiti e l’apprezzamento della valuta resta lento poiché la Cina non vuole perdere i suoi vantaggi commerciali nei confronti del mondo. Le autorità politiche e monetarie cinesi, inoltre, non ritengono ufficialmente lo yuan così sottovalutato come credono Bruxelles e Washington, confermando la posizione di sempre, nonché il rifiuto di agire sull’onda di pressioni esterne.
La Cina però, dopo aver chiuso la porta in faccia all’Ue, ha aperto la finastra. Il governo di Pechino ha infatti difeso la scelta di un “apprezzamento lento” del cambio visto che con un tasso odierno di 7,4 yuan per dollaro (8,11 dopo la rivalutazione nel luglio 2005) la divisa si è apprezzata di circa il 9,6% nei confronti del biglietto verde. Nei confronti dell’euro, però, è da sottolineare una tendenza inversa: dall’inizio dell’anno, infatti, lo yuan si è addirittura deprezzato di circa il 10%.
Secondo i cinesi, questo deprezzamento dello yuan nei confronti della moneta unica europea sarebbe una diretta conseguenza della caduta del dollaro. “La flessibilità dello yuan è aumentata e recentemente il cambio contro dollaro si è apprezzato dell’11,6% e contro lo yen dell’11,4%: è a causa del deprezzamento del dollaro che il renminbi si è deprezzato sull’euro”, ha affermato il portavoce del ministro degli Affari esteri, Qin Gang.
L’economista francese di Natixis, Patrick Artus, ha però un’opinione assai brillante sui meccanismo che provocano l’apprezzamento dell’euro nei confronti dello yuan e del dollaro. Artus valuta l’apprezzamento dello yuan nei confronti del dollaro “rapido” e con l’obiettivo di calmare le pressioni protezionistiche americane e ridurre l’eccedente commerciale e l’accumulazione delle proprie riserve di cambio. Sarebbe proprio tale apprezzamento “una delle cause dell’apprezzamento dell’euro in rapporto al dollaro, poiché la Cina ha sostenuto meno il dollaro rispetto al passato: se Pechino passasse ad un tasso di cambio flessibile, lo yuan si apprezzerebbe ma il dollaro sprofonderebbe rispetto all’euro”. L’apprezzamento dell’euro secondo l’economista ha origini più strutturali: “La sua caratteristica specifica è essere una moneta internazionale oggetto di una forte domanda ma non c’è una offerta corrispondente di titoli in euro destinati ai non residenti. Ciò genera un eccesso di domanda per tali titoli e di qui un apprezzamento dell’euro”. A questo punto, indica Artus, si dovrebbe chiedere alla Cina di smettere di comprare attivi in euro e comprare attivi in dollari non trattando più l’euro come una moneta di riserva.
Chiuso il discorso dei cambi di ieri, oggi sarà il vertice Ue-Cina di Pechino che occuperà il centro del palcoscenico. I principali temi saranno ovviamente di natura economico-commerciale. Il commissario al Commercio europeo, Peter Mandelson, darà rilievo ai quattro grandi nodi che l’Ue non riesce a sciogliere con la Repubblica popolare: il business fra i due Paesi perde ogni giorno 55 milioni di euro in opportunità commerciali mancate a causa delle barriere del mercato cinese; il deficit commerciale europeo cresce al ritmo di 15 milioni di euro all’ora proseguendo nella destabilizzazione commerciale mondiale; l’Europa vende più ai 7,5 milioni di svizzeri in un anno che a 1,3 miliardi di cinesi; le imprese europee che operano in Cina hanno seri problemi sulla proprietà intellettuale.
La Cina è dunque poco disposta a cambiare le sue condizioni privilegiate. Sicuramente, nel contesto in cui si inseriscono le richieste di Bruxelles e Washington, non gli si può dare torto. Pechino, infatti, è stata fatta entrare nel 2001 nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) senza avere però molti dei requisiti base, giusti o sbagliati che siano, per entrarci. Il momento per fare pressione sulla Cina è stato quello: non si è però fatto abbastanza e si è anzi lasciato passare dettagli non da poco conto per via dell’attrazione che Pechino aveva sul settore industriale manifatturiero occidentale delle grandi multinazionali e le prospettive di accesso a quello che diventerà un giorno il mercato più grande del mondo.
Oggi la Cina si trova ad avere tutto e dovranno essere invece Unione europea e Stati Uniti a scendere al compromesso per evitare che le proprie economie siano letteralmente annientate da un concorrente che non gioca alle stesse regole.

Marzio Paolo Rotondò

30/11/2007


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