ECONOMIA 2008

 

FLESSIBILITA’ DEL LAVORO E IMMIGRAZIONE

 

Non passa giorno che sentiamo ossessivamente ripetere che il “mercato del lavoro”, tipica bestialità d’oggi, ha bisogno di sempre maggior flessibilità; vanno tolti lacci e lacciuoli di ogni tipo se vogliamo competere nell’era della globalizzazione, ma vengono opportunamente sottaciuti i costi umani di questa precarizzazione montante. I veri governi di centro sinistra e centro destra hanno operato in questi ultimi anni in Italia in modo trasversale per minare le basi di quelle garanzie sociali e contrattuali che ci ponevano fin dagli anni “30 all’avanguardia in Europa e nel Mondo.

Con la famigerata Legge Treu del 1997 iniziò proprio da sinistra l’attacco al “ lavoro stabile”, per concludersi poi con la Legge n.30 del 2003, meglio nota come Biagi, con il secondo governo Berlusconi. I risultati si possono vedere ogni giorno, con giovani e meno giovani che girovagano alla ricerca di un’impiego stabile che dia loro qualche prospettiva di futuro, su cui costruire il domani, una famiglia, una casa. Lo chiamarono all’inizio “lavoro interinale”, per poi tramutarlo in “ somministrazione di lavoro” ,tanto la sostanza non è cambiata. Ora sono circa 7-8 milioni  le persone che hanno un’occupazione flessibile con circa 3 milioni di doppio lavoristi, che corrispondo a 1 milione d’unità utilizzate a tempo pieno, per un totale di 10-11 milioni d’occupati in modo flessibile. Ma che significa esattamente “flessibilità”? La definizione più rispondente è quella  indicante i lavori che “obbligano le persone ad adattare ripetutamente la propria vita alle esigenze variabili dell’organizzazione produttiva”,” incidendo profondamente nella propria sfera personale e familiare”. La flessibilità va poi divisa in due categorie: flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione. La prima  va ricondotta alla possibilità che l’impresa ha di variare la forza lavoro utilizzata, e si realizza con la deregolamentazione delle norme sul licenziamento ed applicando nel minor modo possibile le norme del “diritto del lavoro”.

La seconda forma di flessibilità, quella da “prestazione”, è ancorata ai salari, che sono elargiti in parte a meriti individuali od al raggiungimento di valori produttivi, ma in essa rientrano pure le varie modulazioni dell’orario di lavoro, dello straordinario , la condivisione del posto di lavoro e le possibili variazioni di ritmo di lavoro.

Come si può ben vedere, tutto ciò lascia ampio margine alle imprese per gestire la forza lavoro a proprio uso e consumo ed in questo i continui richiami di Confindustria sono oramai noti a tutti, con una “classe politica” che ha alzato oramai bandiere bianca, non avendo alcuna intenzione di ricondurre  il lavoro entro quelli che erano i binari posti a garanzia dei lavoratori, prima dalla Carta del Lavoro fascista e successivamente dallo Statuto del Lavoro del 1970. Ed, infatti, c’è chi già da tempo parla di modificare quest’ultima legge, ultimo baluardo contro la deregolamentazione in stile anglosassone, dal nome simile al primo, “Statuto dei Lavori”, ma che conterrà sostanziali modifiche.

Le motivazioni di chi domanda sempre maggiore flessibilità, vanno ricercate innanzi tutto nella volontà degli imprenditori di abbassare il cosiddetto” costo del lavoro” (noi preferiamo chimarla giusta retribuzione ) e nel controbattere  la “concorrenza internazionale” che si avvale di manodopera a basso costo.

La prima esigenza è da anni il cavallo di battaglia della Confindustria, che sposando appieno il principio che “tutto deve essere prodotto nel momento in cui si può utilizzare”, continua a piangere al cospetto d’ogni esecutivo. Meglio noto come “toyotismo”, perché dopo gli Usa che lo introdussero a metà del novecento, è stato fatto proprio dall’industria dell’auto giapponese, questo sistema produttivo prevede che: “nessuna materia prima - nessun semilavorato- nessun componente- nessun ausilio o servizio di supporto deve arrivare nel punto fisico in cui deve venire lavorato, montato o fornito, se non nel preciso momento in cui potrà essere utilizzato”.Ad esso si accompagna l’altro principio del “si produce solo su domanda”, da qui il passo a trasferire anche alla “forza lavoro” le stesse caratteristiche è stato breve. Non più persone, ma strumenti, come le macchine ed il capitale.

Quindi il lavoro come merce, utilizzato possibilmente solo quando serve. La principale preoccupazione di un’impresa  diviene la competitività, ad ogni costo, ed per questo che chiedono la massima “flessibilità” dei lavoratori. Interinale o somministrazione di lavoro che sia, abbiamo di fronte un vero e proprio “caporalato legalizzato”,i cui costi sociali alla fine ricadono sempre sullo Stato, ovvero su tutti noi. E’ molto più facile per le nostre piccole e medie industrie, ma non sfuggono neppure quelle più grandi, avere mano d’opera a basso prezzo, flessibilizzata il più possibile e pronta per essere lasciata a casa, che investire in ricerca tecnologica, strategie di mercato e prodotti innovativi, ed infatti l’Italia è oramai un Paese in decadenza, senza progettualità, dove si preferisce l’utile immediato, piuttosto che gli investimenti nel lungo periodo che darebbero un futuro sicuro alle nuove generazioni. L’alta tecnologia la dobbiamo importare ed i settori strategici sono stati svenduti al capitale straniero. Lo stesso utilizzo massiccio degli immigrati extracomunitari è la prova della cecità di una classe imprenditoriale arretrata e spocchiosa, che a fronte di un guadagno immediato, pone le basi per conflitti sociali di portata inimmaginabile nei prossimi anni: l’immigrato è da preferire al lavoratore italiano, perché più disponibile alla flessibilità, sia salariale, sia d’orario, in ambienti di lavoro spesso fuori legge.

Non va poi dimenticato, che la precarizzazione del lavoro, favorisce la frammentazione tra i lavoratori, che stentano a riconoscersi con l’azienda che li utilizza, hanno difficoltà ad organizzarsi sindacalmente  e pertanto ben difficilmente potranno avanzare richieste,pena il mancato rinnovo del contratto a tempo. Tradotto in ambito familiare “Il basta dedicarsi al lungo termine”, significa continuare a muoversi, non dedicarsi in profondata qualcosa e non fare sacrifici. Non si pongono le basi per il domani e del resto come sarebbe pensabile senza certezze contrattuali?”Quindi un danno che si aggiunge ad altri danni come vedremo di seguito.

Ma chi ci guadagna in tutto questo sono anche le grandi “agenzie del lavoro”, che hanno progressivamente sostituito i tradizionali “uffici di collocamento al lavoro”. La più grande  a livello mondiale, e che ha messo profonde radici anche in Italia è la statunitense Manpower, con una crescita del 240%  tra il 1985 ed il 1995 ed  un numero d’impiegati nei soli Usa superiore alla GM ed IBM.

C’è poi chi si fa portavoce della flessibilità invocandola come panacea contro la disoccupazione, costoro, politici, giuslavoristi, dirigenti, sostengono senza vergogna( sarebbe molto bello poterla applicare a lor signori..) che l’aumento della flessibilità e di conseguenza la possibilità di licenziare più facilmente, favorisce l’aumento dell’occupazione.

Per dire una simile idiozia, si basano su dati discutibili ,perché se è vero, semplificando al massimo, che l’aumento dell’occupazione è dato quando la differenza tra il numero dei nuovi occupati a tempo indeterminato,rilevato in un trimestre o anno ed il numero di quelli che sono diventati disoccupati o inattivi nello stesso periodo è maggiore di zero, basta  che si mettano in conto i lavori precari nello stesso periodo ,che il saldo risulterà sempre positivo. Il governo Berlusconi sbandierò risultati eccezionali, senza dire che molti  contratti erano precari.

Ma a dar man forte ai teorici del “ mercato della forza lavoro” ci si mettono pure organismi internazionali, come l’Ocse( Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che già nel 1996 invitava l’Italia a rendere “più flessibile il mercato del lavoro”, perché ne sarebbe scaturito un’aumento degli occupati, mentre contemporaneamente pubblicava dati in netto contrasto con quanto affermato e così nel 2004, sempre l’Ocse nella sua principale pubblicazione Employment Outlook affermava “ che non vi era nessuna relazione positiva tra aumento della flessibilità e aumento degli occupati”. Pertanto con buona pace dei nostri Montezemolo , è una bufala bella e buona quella che vorrebbe l’aumento dei posti di lavoro a fronte della possibilità per le aziende di licenziare più facilmente , eppure l’offensiva contro i lavoratori ed i contratti a tempo indeterminato continua imperterrita.

Basta dare un’occhiata ai programmi fotocopia del duo Veltroni - Berlusconi per capire che qualunque sarà l’esito di queste elezioni, (ricordate per il quasi totale disinteresse della gente), sul fronte del lavoro, le cose non potranno altro che peggiorare. La legge Biagi resterà al suo posto e vi sarà di certo l’attacco all’Art’18 della Legge n.300/70, sbandierando dati falsi sull’occupazione e paventando il pericolo della globalizzazione, pur  presente, ma che certamente non è impossibile arginare, a cominciare dai cosiddetti “flussi migratori”che oltre le  belle parole e buonismo di facciata, rappresentano solo braccia da sfruttare in tempi brevi, ricavandone il massimo profitto e lasciando poi i danni sociali alle prossime generazioni. Un’offerta di lavoro, questa, frammentata e verso quelle attività nelle quali proprio per le nefaste ricadute della flessibilità, gli italiani stentano a restare. La solita frase che “ gli italiano non vogliono più fare certi lavori” è priva di fondamento perché orari e salari sono spesso inaccettabili.

Tutti vediamo come molte ditte di trasporti utilizzano padroncini stranieri, è presto detto: essi macinano ore ed ore senza pause, per loro, che così facendo mettono a repentaglio anche la vita degli altri per le strade, passare dal nulla ad un lavoro anche da sfruttato è pur sempre una belle conquista.

“Michael Piore, studioso Usa del problema della segmentazione   e del dualismo nel mercato  del lavoro, nel suo studio Birds of Passage( 1979) ha mostrato come il flusso d’immigrazione tenda a collocarsi nella fascia secondaria del lavoro, nell’area di occupazione non garantita, come ad esempio le imprese di pulizia e nella altre attività precarie del terziario povero”.

Ma questa domanda di manodopera straniera è anche in parte giustificata? Innanzi tutto va sfatata la favola che vuole la nuova immigrazione uguale a quelle che  nel secolo scorso portò decine di migliaia d’italiani e europei nel nuovo mondo ed Australia, “si tratta di fenomeni opposti perché da un’Europa dove vi erano carenze di risorse ed eccesso di popolazione si arrivava  in terre largamente spopolate, come gli Usa, Argentina, Brasile, Canada ecc., permettendo ai nuovi arrivati di valorizzare risorse naturali non sfruttate ed aumentando il livello generale dell’economia”.

Oggi invece  il flusso migratorio verso l’Italia e l’Europa proviene da paesi poco popolati, verso paesi con forte disoccupazione strutturale e sovrappopolati, con un tenore di vita elevato. Quindi non si tratta di nuova popolazione che valorizza le risorse non utilizzate e neppure popola vaste aeree vergini, spazi sconfinati che necessitano d’insediamenti fissi. Altro argomento dei paladini della società multietnica  è  il “presunto declino demografico dell’Italia”, questi immigrati, spesso giovani dovrebbero permetterci di sopravvivere come nazione nei prossimi anni…. Secondo i dati più recenti, nel 2004 la popolazione italiana era stazionaria intorno ai 58,4 milioni e le proiezioni c’indicano che nel 2050 saremo al massimo 42 milioni. Senza apporti esterni tra mezzo secolo l’Italia avrà la stessa popolazione del 1938, circa 43 milioni e per l’epoca eravamo considerati sovrappopolati….

Attualmente abbiamo un tasso di mortalità di 1/100, con circa 550 mila decessi all’anno, di cui oltre l’80%  d’ultrasessantenni. La densità odierna per Km2 è di 194 persone, nel 1938 era di 140, sempre molto alta, e quindi un decremento della popolazione non può che essere visto positivamente sotto vari punti di vista:distribuzione del territorio più equilibrata, autosufficienza alimentare, conservazione dell’ambiente e delle risorse, maggiori opportunità di lavoro e meno spesa sociale.

Se poi qualcuno obbietterà dicendo che gli” immigrati servono per alimentare le nostre pensioni future”, si vedrà che essendo essi spesso poco pagati, con carichi familiari considerevoli, rappresentano solo oneri per la stessa previdenza che si dice di voler sostenere, mentre  quelli clandestini gravano ancor di più, con oneri per il servizio sanitario nazionale ed il loro sostentamento quando sono nei centri di raccolta temporanei.

Flessibilità-Precariato un binomio che si allea con l’immigrazione in atto verso l’Italia e l’Europa, che se non fermate, scardineranno definitivamente un sistema di protezione sociale che ha garantito per anni i nostri lavoratori, il profitto di pochi, con la connivenza di una “classe politica imbelle” e con il rischio di riportarci indietro di oltre un secolo,  con l’aggravante dell’invasione di genti che nulla hanno a che spartire con la nostra storia, cultura e tradizioni e che sicuramente non hanno contributi allo sviluppo della nazione.

 

Federico Dal Cortivo

 

Fonti:- Il lavoro non è una merce.Contro la flessibilità.

Di Luciano Gallino Ed Laterza

-Il Lavoro- di Enzo Lingione ed Enrico Pugliese-Ed Carocci

-L’uomo flessibile- di Richard Sennett ed Feltrinelli

-Considerazioni sul tema dell’immigrazione in Italia

Di Antonio Venier- Eurasia

 

01/04/2008


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