NOTIZIE 2009

Critica delle New Economics

Vittorangelo Orati

Un pericolo si è ormai diffuso in tutto il mondo ed è il peggiore che si debba temere: l’ignoranza e/o la malafede che si è imposta con le sembianze e la forma della scienza sui problemi che riguardano l’essenziale dimensione dei bisogni dell’umanità e del modo migliore per soddisfarli. A sancire questo grido d’allarme è la resistenza “culturale” sostenuta , officiata e opposta dagli economisti(ci), persino con tanto di Nobel, alla disfatta eclatante della “globalizzazione” e del suo passaporto scientifico, il libero scambio. Se i “peones della cattedra” (e conniventi pennivendoli della stampa “specializzata”) di tutte le latitudini non sanno andare oltre la “apologia diretta” del capitalismo del laissez-faire e del free trade ricavabile dai manuali partoriti dalla reazione antikeynesiana degli ultimi trentacinque anni (imbeccando gli scribacchini delle redazioni di giornali e televisioni), con cui impestano a livello di genocidio intellettuale generazioni e generazioni di studenti universitari (facendo la cultura economica da incubatrice del “pensiero unico”), nei “piani alti “della “professione” (termine ormai onomatopeico che rimanda immediatamente al “profumo dei soldi”), dove non basta l’assegno della Banca Centrale di Svezia, si corteggiano gli ingenui falsi progressisti opportunamente “deformati” da decenni di “guida politica” termidoriana con libri falso-eterodossi. Libri dove si pratica la più sottile e perciò subdola e nauseante “apologia indiretta” dell’esistente, stigmatizzato così come è, per riproporlo “purgato” in edizione gattopardesca. Dove Giuseppe Tomasi di Lampedusa è sublimato nell’eterna illusione “scolastica” (da Aristotele a Tommaso d’Aquino) che una crematistica positiva possa succedere a quella negativa: insomma dove si passa per buona l’eresia scientifica che esiste un capitalismo “buono” e quindi una globalizzazione “buona” che può sostituire le sue “deviate” manifestazioni. Insomma dove la economics fa sua la marcescente forza delle religioni tutte operando come ancilla theologiae. Campioni di una tale genia e di incassi al botteghino delle librerie sono i Nobel Stiglitz e l’ultimo premiato Krugman, a proposito dei quali ho dimostrato a più riprese che o non hanno letto, o peggio, che non hanno capito la fonte originale del loro presunto keynesismo (la General Theory), propagandando insieme la possibilità di avere “botte piena e moglie ubriaca”, ovvero free trade e sostegno pubblico all’occupazione nei singoli contesti “nazionali”. Che a questa impossibile (perché contraddittoria) coesistenza si tenti da più parti di dare fondamento temendo l’esecrato avvento del protezionismo, contestualizzando storicamente le opzioni di Keynes, passandolo per uno stratega internazionale di realpolitik- che avrebbe condizionato quindi il protezionismo a valutazioni congiunturali e di breve periodo nel quadro geopolitico più conveniente per la Gran Bretagna - è operazione che si può perdonare a un politologo delle relazioni internazionali che non conosca a fondo il paradigma della “domanda effettiva” e che vada alla ricerca di posizioni accademicamente “originali”, come è nel caso di Donald Markwell, (John Maynard Keynes and International Relations: Economic Paths to War and Peace, Oxford, Oxford University Press, 2006). Ma che un tale autentico imbroglio lo si voglia autenticare con il marchio del premio Nobel grida vendetta intellettuale. E dà fondamento e attira simpatia alla battaglia del nipote ed erede di Alfred Nobel che da anni contesta alla Banca Centrale di Svezia il diritto di aver attivato il Nobel Prize per una disciplina che il de cuius non aveva incluso tra quelle oggetto di un tale riconoscimento. Occorre ripetersi anche in tale occasione, la posta è troppo alta per temere di cadere nella pedanteria. Non sono un difensore delle tesi del magnum opus dell’economista cantabrigese. Tesi che falliscono miseramente e certo non perché avessero ragione i suoi critici che hanno innescato la reazione neoclassica. Dove sta scritto che in una diatriba accademica nell’ambito della situazione pirandelliana in cui giace la “triste scienza” a partire dall’abbandono delle irrisolte problematiche lasciate aperte dai “classici” (teoria del valore, enigma del sovrappiù e della sua crescita nel tempo in forma ciclica con annesso arcano delle crisi generali di sovrapproduzione, ruolo della moneta nel processo capitalistico, lavoro produttivo e improduttivo ecc.) debba vedere la verità appartenere necessariamente a una delle due parti in contesa? Ciò è falso in generale e nella situazione specifica se ne può avere indizio inequivocabilmente confermativo nella circostanza che nell’attuale tempesta economica mondiale vede ripescato Keynes , sempre buono lì dove si tratti di socializzare le perdite venendo meno i privatissimi profitti , e ciò perché i processi scientifici richiedono una scienza, scienza che nel caso della economics è assolutamente inesistente. Per cui si recita a soggetto con input che vanno dal placet della Banca d’emissione svedese ai “pugilatori a pagamento” della più varie specie, e dai sancta sanctorum americani alle cattedre di provincia italiote, per di più assegnate con gli imbrogli e da cui quindi non c’è altro da aspettarsi che riconoscenza al mondo così come è. Allora che senso ha la mia difesa del protezionismo di Keynes? Un puro caso di “serendipità”, ovvero aver ragione per caso, caso che nello specifico dà ragione a Keynes ammettendo senza concedere che le misure a sostegno dell’occupazione ispirate al suo paradigma siano scientificamente fondate, nel mentre in realtà esse sono solo sintomatiche e valgono nel breve termine sfociando la loro sistematica adozione nella peste della stagflation (vedi V.Orati, L’anomalia della stag-flation e la crisi dei paradigmi economici). Una soluzione neomarxiana ( e non neomarxista, tengo a sottolineare), Liguori, Napoli, 1984). Dal contesto in cui Keynes afferma l’esigenza di abbandonare il libero scambio generalizzato se si vogliono applicare misure a sostegno della domanda globale , solo chi non ha capito il clou della General Theory può pensare che si tratti di una mera opzione piuttosto che di un necessario vincolo analitico. Keynes non si dà a esercitazioni per imbecilli, evidenzia solo in positivo la coerenza di tale vincolo con il cuore della sua teoria (riflessi monetari e quindi sul saggio d’interesse che possono aversi , addirittura con misure mercantilistiche e non semplicemente protezionistiche) non perde tempo a esemplificare le assurdità che si possono compiere da chi non lo ha capito nell’essenziale della sua teoria. Solo in questo senso, dunque, andiamo ripetendo in ogni occasione che quello che si sta compiendo con l’avallo dei vari Krugman con relativo codazzo di idiot savant a livello mondiale, tenendo in vita la globalizzazione e mobilitando risorse indicibili in chiave antirecessiva, è folle. Metà di Keynes non vuol dire metà di una sua verità ma molto peggio di una intera bugia.
Un altro caso di “serendipità” di cui pure val la pena accennare riguarda Ricardo, non fosse perché è contro Ricardo che Keynes ritiene di dover far ammenda della sua passata ortodossia liberale liberoscambista. Ebbene è l’economista classico anglo-portoghese che con il suo teorema dei costi o vantaggi comparati ha dato fondamento al principio del free trade. Non possiamo qui neanche tentare di sintetizzare la nostra critica (che richiede una trattazione matematica) a tale teorema divenuto un articolo di fede. Quel che però dobbiamo dire è che nel contesto della sua opera dove egli fornisce gli estremi del suddetto teorema Ricardo non manca di evidenziare come i lavoratori salariati non abbiano proprio nulla da guadagnare nel passaggio del sistema economico ove essi sono immersi dal protezionismo al libero scambio: dato il livello di equilibrio del salario consistente di puro grano fissato intorno alla mera sussistenza, l’eventuale apertura delle frontiere al grano estero prodotto in modo più efficiente non porterà certamente all’aumento del salario reale (quantità di grano). La tendenza ad un salario unico a livello mondiale verso livelli di mera sussistenza grazie alla globalizzazione è in atto come ben sanno operai e ceto medio delle ex cittadelle del benessere occidentale in via di pauperizzazione imponente e dettata dal “mercato”. Naturalmente i corifei crociati e difensori del sacro libero scambio, quelli che dai tempi delle “leggi sul grano” - abolite da Peel grazie alla propaganda e le pressioni di Ricchard Cobden e degli industriali della “Lega di Manchester” con l’appoggio del proletariato inglese – continuano a prendere per i fondelli i salariati promettendo migliori condizioni economiche rispetto a mercati protetti. Condizioni che in realtà sono quelle che convengono ai percettori di profitto in tutte le sue multiformi trasfigurazioni assicurate dal dominio della proprietà privata dei mezzi di produzione (rendita e tasso d’interesse). Pertanto anche Ricardo come Keynes è osannato a metà.
Ma Ricardo è nel vero per caso! Il presidio della sua tesi circa il livello di sussistenza del salario si fonda su una teoria, quella del fondo salari insostenibile perché a sua volta appoggiata ad una ipotesi demografica ad hoc. Solo con Marx e la sua teoria dell’ “esercito industriale di riserva” la Political Economy si è liberata oggettivamente dal vassallaggio tutt’ora in auge dal “collega fittizio”, molto spesso nei panni del demografo, cui si affibbia sempre l’ingrato compito di togliere ipoteticamente le castagne dal fuoco degli economisti(ci) quando nei loro esercizietti da club degli scacchi si impantanano in snodi teorici da loro irrisolvibili. Se così non fosse e essi si dedicassero meno alla “teoria dei giochi” studiando seriamente i libri seri forse si divertirebbero (nel senso di Blaise Pascal) di meno, capendo però di più della realtà attraverso i giochi che solo la vera Theoria può riuscire a dare. Giochi della theoria che, per esempio, ci hanno permesso come abbiamo avuto modo di scoprire un del tutto inatteso comune imbattersi nella “verità”, e malgrado le rispettive teorie, Ricardo e Keynes: su una medesima materia, che pur li vede schierati su fronti opposti circa il preferibile regime da adottare in chiave di commercio internazionale. Eroi del pensiero per caso quindi, nel mentre le crisi che continuano a segnare la vita del capitalismo reclamano ancora il caso di un autentico eroe.

31/03/2009


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