NOTIZIE 2009

Indiscriminatamente discriminate

Alcune imposizioni dell’UE, quale l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, sono ingiuste

Marco Cottignoli

Per il bene delle donne, il Governo è intenzionato a portare anche per esse l’età pensionabile a 65 anni. Motivazione? L’Unione Europea lo impone, perché la situazione attuale sarebbe una discriminazione nei confronti degli uomini.
L’impressione, invece, è che le direttive provenienti da Bruxelles siano prese in considerazione solo perché in linea con gli interessi degli stessi Governi nazionali. In Italia esiste una trentennale legge che tratta alla pari uomini e donne che prevede per le lavoratrici la possibilità di continuare a lavorare come i colleghi maschi. Non è dunque una clamorosa presa in giro interpretare come discriminatoria una norma che è stata voluta proprio per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, cioè quella di scegliere se continuare o meno a lavorare? Probabilmente ci sarebbe la possibilità di imporre la specificità italiana, ma il Governo non sembra avere alcuna intenzione di difenderla.
Giustizia sia, allora! Le donne in Italia vivono, come ha dichiarato la stessa Avvocatura dello Stato, una profonda discriminazione lavorativa e la possibilità di optare per una età pensionabile più bassa funge da parziale compensazione. Perché non si discute mai delle minori possibilità di accesso delle donne nel mercato del lavoro? Si è mai pensato di affrontare il problema complessivamente, magari considerando la mancanza di continuità della vita lavorativa delle donne? Certo è che, se si intendesse tutelare le donne, si costruirebbero contesti istituzionali, economici e sociali più di sostanza, magari costruendo più asili o impedendo che esse rischino di essere licenziate perché in gravidanza. Se vi fosse una reale volontà politica, lo Stato darebbe un sostegno economico concreto alla maternità e, quindi, alla famiglia intera, offrirebbe congedi più lunghi e corredati da un congruo fisso mensile, imporrebbe una pressione fiscale inversamente proporzionale al numero dei componenti del nucleo familiare.
Da questo punto di vista, la laica Francia, ad esempio, è all’avanguardia e il confronto con noi, nonostante decenni di parrocchiani al Governo, sedicenti pro-familia, è sconfortante. Purtroppo, i vari Ministri vedono le discriminazioni solamente dove vogliono loro.
Sempre in nome della parità, la Commissione Europea ha recentemente chiesto di riesaminare la normativa sul lavoro notturno. In pratica, si ritiene che il divieto di lavorare durante la notte per le donne in gravidanza sia un fattore discriminante per le donne stesse, negando loro una effettiva parità con gli uomini... Siamo ormai al grottesco! Per questa motivazione, nell’estate del 2006 il Commissario Europeo per gli Affari Sociali e le Pari Opportunità ha scritto al Governo italiano, contestando una presunta discriminazione - e un ostacolo alla parità tra uomini e donne - verso le lavoratrici madri, in quanto in Italia esiste il divieto del lavoro notturno, dalle 24 alle 6, per le donne in gravidanza o con figli fino a un anno d’età.
La prima risposta da parte dell’Italia ha sostenuto che il decreto legislativo non solo risponde ai princìpi basilari dell’Unione Europea, ma ha lo scopo di proteggere la salute e la sicurezza delle lavoratrici incinte o puerpere.
Nonostante ciò, la Commissione Europea, neanche un mese fa, ha risposto dichiarandosi non soddisfatta della posizione assunta dall’Italia, dichiarando che in tale situazione si potrebbe giungere fino alla Corte di Giustizia Europea la quale giudicherebbe sulla vicenda in questione con sentenza definitiva. Si è, pertanto, alla fase finale della procedura, se l’Italia non cambierà la propria posizione normativa.
Vista la situazione attuale e considerati i precedenti, qualche serio timore che anche tale vigente legislazione a tutela delle donne possa venire cambiata in peggio ci sovviene.
Ormai sembra che questa paura di discriminazione sia utilizzata come un dogma, come una specie di manicheismo infallibile che decida ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, al di là di ogni semplice buon senso, di ogni peculiarità e di ogni naturale differenza.


31/03/2009


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