NOTIZIE 2009


SOCIETA’ E STATO NELL’”UMANESIMO DEL LAVORO”

UNA NUOVA TEORIA SOCIALE NATA DA UNA GRANDE SCUOLA FILOSOFICA

Dalla radicale critica al marxismo condotta fino in fondo da Giovanni Gentile nasce una nuova concezione della socialità e dei complessi rapporti tra l’individuo e la collettività.

Di LUIGI GAGLIARDI

Il giovanissimo Giovanni Gentile sentì precocemente le esigenze che si ponevano agli uomini del suo tempo in rapporto a due fenomeni epocali quali erano “l’esasperato individualismo instaurato nel Rinascimento” (1) ed il nuovo tipo di produzione e di lavoro realizzato dalla rivoluzione industriale. Con il primo si era determinata la deconnessione degli uomini tra loro essendosi dissolta la società sacrale precedentemente realizzata dalla religione; con il secondo si era deconnessa l’attività dell’uomo dal prodotto del suo lavoro, essendosi sostituito al manufatto il prodotto di serie ed all’officina la fabbrica e la catena di montaggio. Queste nuove condizioni venivano svolte all’insegna di quel liberismo che, nato con le idee illuministiche dell’89, aveva generato la società borghese con tutte le insufficienze delle quali questa tuttora soffre.
In rapporto alla necessità di risolvere la situazione sorse la questione sociale dei tempi moderni cui Marx pose mano ed alla stessa esigenza si sentì chiamato successivamente anche Giovanni Gentile che più di ogni altro, tra i filosofi non marxisti, come riconobbero molti e tra questi Lenin, si dedicò allo studio del marxismo con vari saggi, riuniti nel 1899 sotto il titolo “La filosofia di Marx”; con essi egli dimostrò che il marxismo non era una teoria economica, era bensì una filosofia ma che questa, basandosi sui presupposti del materialismo storico e del materialismo assoluto, assumeva aspetti e soluzioni di tipo economico. Bisogna perciò ammettere che tanto Marx quanto Gentile coincidevano nella convinzione che l’uomo è un uomo sociale, ma dissentivano profondamente nel considerare il tipo di società che da questa convinzione derivava; infatti la società che vede l’uno non è la società che vede l’altro. In Marx il determinismo enfatizzato dagli aspetti materiali dei rapporti tra gli uomini portava alla loro identificazione nell’appartenenza a classi, donde l’auspicio della realizzazione della nuova società basata sulla lotta di classe, cioè sulla lotta tra appartenenti a categorie economiche.
Gentile riconosce esplicitamente ed in più occasioni (2) nel marxismo un’azione ed un’opera critica che, riferita a particolari condizioni di tempo e di luogo, può essere considerata proficua; ma confuta il fatto di aver preteso di operare una critica di costume spingendo a valore filosofico il problema economico che riduce ad economia ed a rapporti economici i motivi di unione degli uomini pretendendo di desumere dalla storia stessa leggi deterministiche per il destino di tale rapporto (3).
Per Marx parlare di società equivale a parlare di “economicità” e viceversa. Il marxismo, almeno nelle sue forme descrittive, esaurendo la socialità nella problematica economica della produzione e della distribuzione non fa che ripetere gli errori e le colpe del liberalismo, al quale è consequenziale, nonostante alcune parvenze, e l’errore e le colpe che conseguono al concetto di economia pura. Marxisti e studiosi di marxismo, come per esempio Charles Bettelheim, sentono la necessità di “liberare il marxismo dalle sue ossificazioni e deformazioni a cominciare da una concezione che ha largamente dominato e continua a pesare sulla pratica del movimento operaio: l’economicismo” (4).
Il pensiero di Gentile al riguardo non è stato mai su questo piano; per lui l’economia è una cosa, la socialità è un’altra o, per meglio dire, l’economia assume aspetti sociali,ma non li esaurisce.


L’”umanesimo del lavoro”

Dal concetto di economia il filosofo Gentile distingue la vita dell’uomo che è vita dello spirito e perciò cultura e quindi lavoro “…il lavoro è appunto la natura stessa di questa vita spirituale in cui si spiega la cultura (…) – esso – “è l’atto in cui la libertà consiste” (5), esso è espressione dello spirito “perché l’uomo lavora da uomo” e “l’uomo è uomo da che lavora” cioè perché lavora.
Da questa impostazione scaturisce l’ “Umanesimo del lavoro” che viene illustrato in una nota pagina del suo ultimo libro: l’uomo lavora “dispiegando cioè quella stessa attività del pensiero onde anche nell’arte, nella letteratura, nell’erudizione, nella filosofia, l’uomo via via pone a risolvere i problemi in cui si viene annodando e snodando la sua esistenza in atto. Lavora il contadino, lavora l’artigiano e il maestro d’arte, lavora l’artista, il letterato, il filosofo (…)Bisognava che pensatori, scienziati ed artisti si abbracciassero coi lavoratori in questa coscienza della umana universale dignità” (6). L’attività dell’uomo quindi non è incosciente, automatica, come può essere quella di una fabbrica di api e il cui rendimento è costante ed obbligatorio; l’attività dell’uomo e cosciente, volontaria e a rendimento molteplice e variabile, crescente in una varia proporzione, da lui dipendente anche se in molti modi influenzati da fattori esterni. Con i quali fattori esterni, oltre che con il proprio carattere, l’uomo è chiamato a confrontarsi secondo singole e singolari capacità dalle quali deriva la personalità di ognuno; perché gli uomini non sono collettivamente uguali materialmente parlando, anzi, dice Ugo Spirito, sono caratterizzati da una radicale disuguaglianza ed il passaggio dalla disuguaglianza all’uguaglianza è possibile soltanto riconoscendo all’uomo una spiritualità primaria ed abbandonando il concetto di uomo come corpo ed accettando quello dell’uomo come anima (7). Il marxismo, negando una spiritualità primaria e professando l’egualitarismo nella pratica, commette un irreparabile errore di fondo; non così Gentile che partendo dalla caratteristica spirituale dell’uomo, “riassunta nei termini dell’Io assoluto, principio della realtà, vera espressione di uguaglianza perché espressione di universalità”, come dice il teologo P. Antonio Coccia (8), vede un tipo di società radicalmente diversa da quella marxista e induce ad una realtà politica a questa diametralmente opposta.
In considerazione di quanto è stato detto, la società di Marx e presupposta all’uomo e si realizzerà nella classe operaia come si realizzò nella classe borghese, l’una e l’altra frutto di un mutato, ma sostanzialmente uguale rapporto o interesse economico; sia esso interesse di produzione, sia esso interesse di remunerazione.


Società e stato

Per Gentile invece la società non si impone all’uomo dall’esterno per un’esigenza di ordine materiale ed organizzativo, ma promana dall’uomo che la contiene in se stesso come una socialità che si esteriorizza perché egli possa realizzarsi e possa così conquistare, attuandosi nella sua completezza, la libertà. Quindi la società esiste in interiore nomine, come dice Gentile riferendosi spesso a S. Agostino. Perciò parlare teoricamente di antitesi tra singolo e società non ha senso. L’uomo è naturalmente socievole, come dimostra l’esistenza stessa del linguaggio: “(…) non esiste l’individuo egoisticamente considerato, poiché, anche a limitarlo alla sola parola, questo individuo ha bisogno degli altri che lo stiano a sentire, se non voglia chiudersi in se stesso e non parlare nemmeno a se stesso e ridursi alla morte...; l’uomo vive in relazione con gli altri, vive se accoglie in sé tutti gli altri…” (9). Ed è significativo che anche Leone XIII, riprendendo il pensiero di S. Tommaso d’Aquino, nel sostenere lo stesso concetto si riferisca, come gentile, al fatto che gli uomini sono dotati della parola: “E invece la natura, o meglio l’autore della natura, Iddio, impone agli uomini di vivere in società, il che è luminosamente dimostrato dalla facoltà di favellare che è la più grande conciliatrice della società e da moltissime innate tendenze dell’anima e della necessità di molte e grandi cose che gli uomini da soli non possono conseguire che uniti ed associati agli altri conseguono” (10). Sicché se talvolta si sente ripetere che la società naturale è la società liberale, bisogna opporre che la libertà naturale è libertà sociale; ed è partendo da questi concetti che si profila propriamente tale società che non è semplice, ma è complessa; non ha soltanto interessi materiali, ma soprattutto spirituali; non si estende soltanto in senso orizzontale, ma anche in senso verticale e, in definitiva, assume piuttosto l’aspetto di una sfera che non quello di una superficie piana. Infatti, una volta ammesso il concetto di socialità indispensabile, anzi naturale, tale concetto riguarderà non solo i presenti, ma anche i futuri e non solo questi, ma anche i passati; chi infatti disattenderà i pareri e le esperienze dei padri e si disinteresserà degli interessi dei figli?”E’ una comunità dei vivi e dei morti” dice Mazzetti (11). E, in considerazione di quanto sopra, Gentile afferma che “l’individuo attua il proprio destino innestandolo alla vita della famiglia, della patria, dell’umanità e in generale al processo della storia” (12).
Perciò delle due l’una: o la classe è una unione per la difesa di interessi primariamente economici e contemporanei, ed in tal caso la sua finalità la riduce a una dimensione privata di interessi particolari e contingenti; oppure non è così, assume significati diversi e più ampi, si estende ai presenti ed ai futuri derivando dai passati ed allora non si chiama più classe, ma si chiama Nazione e Stato. In questo senso cade anche una concezione che, derivando direttamente dall’esasperato individualismo, vede una contrapposizione tra società civile e Stato; una contrapposizione che sembra configurare piuttosto una contraddizione in termini perché non si capisce da chi dovrebbe essere costituito lo Stato se non dagli uomini che ad esso appartengono. Questo non esclude l’esistenza di quelli che, giustamente, vengono chiamati corpi intermedi i quali sono appunto, come dice il termine stesso, organizzazioni appartenenti ad un ente che li riunisce e che si definisce Stato; ma è fondamentale che essi rappresentino una frazione e non una frattura dello Stato.
Che se anche il socialismo, intendiamo il socialismo come marxismo-leninismo, parla di Stato ne parla come di una forma transitoria, che sarà inutile dopo la perfetta realizzazione del socialismo come afferma Lenin, soprattutto in Stato e rivoluzione nel quale espone “Le basi economiche dell’estinzione dello Stato” (13); oppure in forma limitativa nei confronti degli individui, così come per il liberalismo gli individui sono limitativi nei confronti dello Stato; in nessuna delle due forme politiche si professa lo Stato come forma invertiva dell’individuo. In entrambe le forme politiche si rinviene una matrice comune rappresentata dal materialismo e dal materialismo economicistico, come ben vide Leone XIII accumunando nell’uguale condanna tanto il liberalismo che il socialismo (14).
Certamente, la vera natura degli uomini ha portato a modifiche di attuazione di fumose ed errate teorie, ma esse hanno prodotto tanti e tali guasti e seguitano a confondere talmente le idee che mette conto di confutarle tuttora.
“Stato nazionale o patria – professa Gentile – superiore a tutte le classi, ai gruppi e agli individui, che lo Stato presuppongono e vivono nella sua sfera, e ne sono perciò condizionati, non è un concetto utilitario come di mezzo da accettare se si vogliono i fini a cui esso è utile, ma è appunto il concetto di un che di assoluto (…)”. Lo Stato perciò in gentile, filosofo e politico, non è contingente, economico ed amministrativo; la Stato è perenne e, soprattutto, morale ed educativo.

NOTE

1) Dizionario Enc. Ital., aggiorn. 1970, voce Giovanni Gentile.
2) P. Siena: Gentile, ed. Volpe, Roma 1966, p. 21.
3) A. J. Gregor: l’ideologia del fascismo, ed. del Borghese, Roma, p. 281.
4) C. Bettelheim: Le lotte di classe in U.R.S.S. 1917-1923, ed Etas libri 1975.
5) G. Gentile: Opere complete, ed. Sansoni, Firenze, vol. VII p. 99.
6) G. Gentile: ibidem p. 111.
7) U. Spirito: L’eguaglianza, in “Il Giornale d’Italia” 28.11.1974.
8) A. Coccia: il problema critico in Giovanni Gentile, tesi di laurea presso il Pontificio Ateneo Urbaniano, Roma 1942.
9) G. Gentile citato da Vittorio Vittori in Giovanni Gentile ed il suo tempo, Editrice Italiana, Roma 1966, vol. II, p. 556.
10) Leone XIII, enciclopedia Diuturnum, in E. Somigliano, Encicliche dei Sommi Pontefici. Ed. Dall’Oglio, Milano 1964.
11) R. Mazzetti: Quale umanesimo, ed. Armando, Roma 1975 p. 54.
12) Dizionario Enc. Ital.: ibidem.
13) Lenin: Stato e rivoluzione, ed. Newton Compton, Roma 1975.
14) Leone XIII, enciclica Quod Apostolici Muneris, op. cit. p. 337.


31/03/2009


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