ECONOMIA 2007

Flessibilità: la Spagna fa marcia indietro

Paolo Emiliani

Gli interessi dell’economia di una nazione non coincidono e non devono coincidere, come vorrebbe Montezemolo, con quelli degli imprenditori.
Il maggior profitto spesso genera nuovi investimenti e quindi concretizza nuovi posti di lavoro e questo può indurre a credere che sia stato messo in moto un circolo virtuoso, ma non è così, soprattutto se i maggiori profitti sono stati realizzati comprimendo i salari o comunque minacciando il mondo del lavoro nel suo insieme.
Il lavoro “flessibile”, in parole povere il precariato prolungato o perenne, è stato presentato in questi ultimi anni come la ricetta ideale per far incontrare il mercato della domanda e dell’offerta: un rimedio contro la disoccupazione, un toccasana per i piani industriali delle aziende che vedevano ridotti i loro costi da lavoro.
Non c’è dubbio che le aziende abbiano immediatamente approfittato di questa nuova opportunità, spesso licenziando (le formule sono diverse ma la sostanza è questa) i lavoratori più anziani e costosi sostituendoli con giovani “flessibili”, non sindacalizzati e più facili da gestire.
Nel tempo, però questa politica sta mostrando tutti i suoi guasti.
Intanto è aumentato in modo innaturale il numero dei pensionati e questo, insieme all’aumento dell’età media, ha messo in crisi i sistemi previdenziali un po’ in tutto il mondo.
Il danno più grosso è stato però prodotto nella qualità del lavoro e nell’incertezza e quindi nel freno ai consumi di tutti coloro che non hanno un contratto a tempo indeterminato.
Un tempo molte aziende, grandi o piccole che fossero, avevano una sorta di stile aziendale che rimaneva immutabile nel tempo. Gli stessi dirigenti erano cresciuti in azienda e i dipendenti lasciavano il loro posto ai figli. Due esempi per tutti, uno grande ed uno piccolo.
L’Eni è forse l’esempio più significativo di società con un suo stile, una sua politica aziendale rimasta inalterata dai tempi di Mattei fino alle recenti selvagge e distruttrici privatizzazioni. Tra i piccoli possiamo citare la distilleria Branca, che ha mantenuto negli anni una struttura dopolavoristica dedicata anche ai lavoratori in pensione affinchjé non si sentissero mai esclusi dalla vita aziendale.
Una filosofia ben diversa dal lavoro a tempo determinato e impersonale dei giorni nostri.
Qualcuno in Europa ha cominciato ad accorgersi di tutto questo.
La Spagna, che negli ultimi anni ha fatto un uso smodato del lavoro precario e flessibile, ha fatto registrare un’inversione di tendenza significativa. Nel primo trimestre l’impiego a tempo indeterminato è cresciuto più del lavoro precario, registrando 812.900 nuovi posti, con una crescita del 9,8% rispetto all’anno precedente. Mentre il lavoro temporaneo ha subito una flessione dell’1,6%, con 69.100 posti in meno, secondo quanto comunicato dal ministero del Lavoro e degli Affari sociali.
Al primo posto il settore dei servizi, con un incremento del 7% (597.20 nuovi posti), seguito dal comparto delle costruzioni, con 95.300 nuovi impieghi (+5,1%) e dall’industria, con 51.200 posti (+2,2%).
L’Italia guarda sempre, spesso troppo, all’estero. Una guardatina verso la Spagna questa volta non farebbe male.

 

31/05/2007


economia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003