Geopolitica 2009

 
Le elezioni presidenziali in IrÓn: rassegna delle analisi critiche


di Daniele Scalea - Eurasia

I fatti

Il 12 giugno 2009 si sono tenute le decime elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell'IrÓn. Nel paese persiano il presidente ha funzioni esecutive, Ŕ controllato dal Parlamento e subordinato alla Guida Suprema; si tratta del funzionario di pi¨ alto grado eletto direttamente dal popolo. Principali candidati in lizza erano Mahmūd Ahmadine×ād (o Ahmadinejad, secondo la traslitterazione pi¨ in voga), presidente uscente (dal 2005), ex sindaco di Tehrān (2003-2005), ingegnere e professore universitario; Mir Hossein Musavý, ultimo primo ministro prima dell'abolizione della carica (1981-1989), architetto; Mosen Rezai, economista ed ex militare; Mehdi Karrubi, chierico ed ex presidente del Parlamento (1989-1992, 2000-2004).
La campagna elettorale Ŕ stata molto accesa (tra l'altro, per la prima volta nella storia dell'IrÓn si sono tenuti faccia a faccia televisivi tra i candidati, non solo i due principali come avviene solitamente nei paesi occidentali, ma coinvolgendo tutti e quattro in tre ôduelliö a testa), i sondaggi pre-elettorali ľ poco affidabili in IrÓn ľ hanno mostrato una grande varietÓ di previsione: alcuni davano Ahmadinejad riconfermato con oltre il 60% dei voti, altri Musavý vincitore con una percentuale simile, altri ancora distacchi inferiori a vantaggio dell'uno o dell'altro. I risultati ufficiali, con un'affluenza di circa l'85% degli aventi diritto (nelle precedenti elezioni presidenziali s'era aggirata intorno al 60%), sono stati i seguenti:

Mahmud Ahmadinejad 24.527.516 voti 62,63% delle preferenze
Mir-Hossein Musavý 13.216.411 voti 33,75% delle preferenze
Mohsen Rezai 678.240 voti 1,73% delle preferenze
Mehdi Karrubi 333.635 voti 0,85% delle preferenze

Mahmud Ahmadinejad Ŕ stato dunque riconfermato alla presidenza senza bisogno di ballottaggio. Rispetto al secondo turno delle elezioni precedenti, ha incrementato i propri voti di circa 7 milioni d'unitÓ; Musavý ha raccolto oltre 3 milioni di voti in pi¨ di quelli ottenuti dal suo sostenitore Akbar Hashemi Rafsanjani nel 2005. Nel 2005, al primo turno, i candidati minori avevano ottenuto circa 17 milioni di voti, quest'anno poco pi¨ di un milione pur col netto aumento dell'affluenza: la polarizzazione politica in IrÓn attorno ai due candidati principali Ŕ stata evidente.
Musavý (assieme agli altri due candidati sconfitti) ha immediatamente denunciato brogli elettorali, affermando che, malgrado il divario enorme, lui sarebbe stato il vero vincitore del voto. I suoi sostenitori sono scesi in strada a Tehrān per protestare, dapprima in maniera pacifica e poi con crescente violenza, scontrandosi anche con sostenitori di Ahmadinejad a loro volta mobilitatisi e con le autoritÓ intervenute per riportare l'ordine. Nel corso degli scontri vi sono state vittime; le autoritÓ hanno quantificato i danni materiali cagionati dai disordini in diversi milioni di euro. Il 19 giugno la guida suprema ayatollah Alý Khamenei ha riconosciuto la validitÓ dei risultati elettorali, invitando i manifestanti alla calma ed accusando l'Inghilterra d'aver segretamente favorito i disordini degli ultimi giorni.

Le reazioni internazionali

Il mondo si Ŕ diviso di fronte alla contestata rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Hanno espresso preoccupazione per le accuse di brogli elettorali e condannato l'eccessivo uso della forza da parte delle autoritÓ l'Unione Europea, i paesi anglosassoni, il Giappone e Israele. Si sono invece congratulati con Ahmadinejad la Lega Araba (ma direttamente solo alcuni capi degli Stati membri), la Russia e numerosi Stati ex sovietici, e poi Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Corea del Nord, Turchia, Brasile e Venezuela.

Alcune analisi critiche

Riassumiamo alcune delle analisi critiche pubblicate nei giorni scorsi. Abbiamo selezionato solo articoli comparsi in Italia o che hanno avuto particolare rilievo nei paesi occidentali, esprimendo un'opinione argomentata sulle elezioni iraniane e le loro conseguenze.

Alý Ansari, direttore del Institute of Iranian Studies dell'UniversitÓ di St. Andrews ed associato alla londinese Chatham House, esaminando i dati delle elezioni 2009 e 2005 aderisce alla tesi dei brogli. In particolare, Ansari sottolinea che: in due province i voti sono stati superiori ai residenti aventi diritto (in IrÓn molti cittadini hanno la facoltÓ di votare al di fuori della propria provincia, se ad esempio si trovano spesso in un'altra per ragioni di lavoro, ma Ansari ritiene che questa non sia una spiegazione valida perchÚ le province iraniane sarebbero troppo ampie per un massiccio pendolarismo); non ha riscontrato una correlazione tra aumento dell'affluenza e voto favorevole a Ahmadinejad; in un terzo delle province Ahmadinejad avrebbe conquistato voti che quattro anni prima erano ricaduti in area ôriformistaö; le tre precedenti elezioni presidenziali non hanno mostrato la predilezione delle aree rurali per i candidati ôconservatoriö, mentre in queste ultime Ahmadinejad vi ha ottenuto numerosi consensi.
Le manifestazioni ed i disordini dei giorni seguenti alle elezioni, secondo Ansari, rappresentano l'esplodere dopo lunga gestazione d'una crisi maturata nel dibattito intellettuale sulla natura della Repubblica Islamica, il rapporto tra repubblicanesimo ed islamismo, la legittimitÓ del nuovo regime. Durante la presidenza di Khatamý questo dibattito Ŕ divenuto di pubblico dominio, suscitando una reazione islamista e conservatrice al riformismo repubblicano. Con Ahmadinejad i conservatori oltranzisti sono andati al potere, ma la sua vittoria su Rafsanjani era stata di misura. Perci˛ nelle ultime elezioni hanno cercato una grande affermazione, con tutti i mezzi leciti ed illeciti. La sensazione d'essere stati ingannati, a giudizio di Ansari, avrebbe spinto un numero senza precedenti di persone a scendere in piazza.
http://www.chathamhouse.org.uk/files/14234_iranelection0609.pdf
http://www.chathamhouse.org.uk/files/14242_wt070904.pdf

Robert Baer, ex funzionario decorato della CIA ed oggi editorialista di ôTime.comö, nota che le immagini delle manifestazioni di protesta trasmesse dai media occidentali sono tutte ambientate nella parte settentrionale di Tehrān, dove si trovano i quartieri dell'alta borghesia in maggioranza favorevole a Musavý: mancano invece testimonianze dai quartieri popolari e dalla periferia. Da troppi anni gli occidentali guardano all'IrÓn solo attraverso il prisma della locale classe media, liberale ed occidentalizzante, ma non rappresentativa dell'intera societÓ iraniana. L'unico sondaggio condotto prima delle elezioni in IrÓn da statunitensi tenendo conto d'un campione realmente rappresentativo, ha dato risultati in linea con quelli poi usciti dall'urna elettorale. La cosa peggiore sarebbe disconoscere ufficialmente i risultati delle elezioni iraniane, poichÚ ci˛ rafforzerebbe ulteriormente gli oltranzisti: Ŕ probabile che Ahmadinejad abbia realmente vinto le elezioni, e comunque Musavý non Ŕ un liberal-democratico come lo descrivono i media occidentali. In qualitÓ di primo ministro negli anni '80, Musavý presiedette alla nascita di Hezbollah in Libano ed ai suoi attentati contro le forze statunitensi nel paese.
http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1904953,00.html?loomia_si=t0:a16:g2:r1:c0.0630728:b25855756&xid=Loomia
http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1905477,00.html?loomia_si=t0:a16:g2:r1:c0.0642661:b25468964&xid=Loomia

Ken Ballen e Patrick Doherty, l'uno presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion e l'altro ricercatore della New American Foundation, nelle settimane precedenti le elezioni hanno condotto in IrÓn un sondaggio d'opinione seguendo le metodologie consuete in Occidente, di modo da creare un campione rappresentativo e fornire risultati con margine d'errore di poco superiore al 3%. Tale sondaggio mostrava Ahmadinejad con un consenso doppio rispetto a quello di Musavý, ossia un margine di vantaggio anche maggiore a quello rivelato poi dal voto. Esso prevedeva anche la vittoria di Ahmadinejad tra gli azeri, e smentiva la teoria secondo cui i giovani appoggerebbero Musavý: la fascia d'etÓ tra i 18 ed i 24 anni Ŕ quella in cui pi¨ forte Ŕ il sostegno per il Presidente uscente rieletto. Le uniche classi in cui, nel sondaggio, Musavý risultava popolare quanto o pi¨ di Ahmadinejad erano gli studenti universitari, i laureati ed i cittadini ad alto reddito.
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/06/14/AR2009061401757.html

Abbas Barzegar, corrispondente de ôThe Guardianö, non riscontra prove che suffraghino l'accusa di brogli diffusi: Ahmadinejad era giÓ ampiamente favorito alla vigilia. I media occidentali hanno dato ampio spazio alle dimostrazioni pro-Musavý tenutesi nei quartieri-bene di Tehrān, che hanno radunato fino a 100.000 persone, ma passato sotto silenzio la manifestazione d'appoggio al Presidente rieletto cui hanno preso parte almeno 600.000 cittadini. Barzegar Ŕ stato testimone oculare di questi eventi. Gli esperti fin dal 1979 denunciano come imminente la caduta del regime islamico, ma costoro non comprendono la realtÓ iraniana. La vittoria elettorale di Khatamý su Nuri nel 1997 non rappresent˛, come la si descrive solitamente, la mobilitazione dei giovani di sentimenti liberali contro la vecchia classe dirigente, ma il sostegno ad un candidato percepito come pi¨ religioso ed onesto del suo sfidante. Non a caso, molti degli allora elettori di Khatamý oggi hanno votato per Ahmadinejad, che si Ŕ fatto paladino della lotta anticorruzione e della devozione religiosa. Musavý era sconfitto in partenza, avendo puntato sull'alleanza tra alta borghesia liberale e mercanti dei bazar, e sui nuovi media ľ da Facebook a Twitter ľ che sono assolutamente ininfluenti nelle campagne e tra i lavoratori. In futuro, gli osservatori dovranno sforzarsi maggiormente di capire il vero spirito iraniano, quello che ieri ha portato un vecchio asceta esule a rovesciare lo SciÓ, ed oggi il figlio d'un maniscalco alla presidenza della Repubblica.
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/jun/13/iranian-election

Franco Cardini, storico italiano, ritiene troppo semplicistico e non rispondente alla realtÓ lo schema proposto dai media occidentali. L'IrÓn non Ŕ una dittatura, ma una societÓ complessa animata da una societÓ civile fluida e variegata, con molti giovani istruiti, ed un ôsenatoö religioso. Lo scontro in corso Ŕ tra il partito dei religiosi, incline ad una distensione con l'Occidente ed appoggiato dai ceti benestanti, ed un partito di radicali laici fautori d'una politica estera e sociale pi¨ decisa. L'obiettivo di quest'ultima fazione, che si riconosce nel presidente Ahmadinejad ed Ŕ appoggiata anche dalla guida suprema Khamenei, Ŕ di trasformare la Repubblica Islamica in un regime autocratico. Il punto debole degli avversari, capeggiati da Akbar Hashemi Rafsanjani, Ŕ la loro corruzione. Cardini ritiene possibili dei brogli, anche perchÚ l'attivismo dei sostenitori di Musavý li fa sembrare pi¨ numerosi dei voti ottenuti, ma la crisi Ŕ interna al sistema, non Ŕ una crisi del sistema: tutte le parti in causa sono nazionaliste ed ostili agli USA. I media occidentali non sono stati impeccabili, schierandosi in maniera faziosa: sono state trasmesse le immagini e le interviste dei manifestanti d'una sola parte, ed Ŕ stata subito presa per buona la tesi dei brogli, per quanto non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. La repressione delle manifestazioni di protesta Ŕ stata dura, ma assomiglia pi¨ agli eventi del G8 di Genova nel 2001 che a piazza Tienanmen. Gli appelli ideologici e partigiani, come quello scritto da Bernard Henry Levy e rilanciato dal ôCorriere della Seraö, sono controproducenti oltre che scorretti (dove denunciano un'improponibile minaccia nucleare di Ahmadinejad a Israele); le possibilitÓ che il partito ômoderatoö prevalga a Tehrān dipendono dalle azioni dell'Occidente, in particolare del presidente statunitense Obama che dovrÓ tenere a bada le richieste estremiste d'Israele.
http://www.francocardini.net/

Juan Cole, storico statunitense, elenca gl'indizi che secondo lui avvalorano la tesi dei brogli: Musavý ha perduto a Tabriz, capitale della provincia di cui Ŕ originario; Ahmadinejad ha vinto a Tehrān pur essendo meno popolare nelle cittÓ; Karrubi ha visto i propri voti nettamente diminuiti rispetto al 2005, ed ha perso anche nel nativo Luristan; Rezai Ŕ andato sorprendentemente meglio di Karrubi; il sostegno a Ahmadinejad Ŕ troppo omogeneo tra le varie province; la Commissione Elettorale e Khamenei hanno annunciato con notevole anticipo i risultati finali. Secondo Cole, Musavý avrebbe vinto le elezioni; informatone, la Guida Suprema avrebbe dato mandato alla Commissione Elettorale di falsificare i dati.
http://www.juancole.com/2009/06/stealing-iranian-election.html

George Friedman, politologo statunitense d'origini ebraico-ungheresi con alle spalle vent'anni d'insegnamento nelle universitÓ ed oggi direttore della Strategic Forecasting Inc., ritiene che dal 1979 i paesi occidentali continuino a travisare la realtÓ iraniana. Alla base di questi errori d'interpretazione ci sarebbe la scarsa dimestichezza col farsi di molti studiosi, anche iranisti, che porterebbe a comunicare soprattutto se non esclusivamente con gl'iraniani che parlano inglese (o altre lingue occidentali), i quali per˛ non rispecchiano la societÓ persiana ma rappresentano in genere solo il ceto borghese e benestante. Friedman ritiene poco affidabili i sondaggi realizzati in un paese come l'IrÓn, in cui la telefonia non Ŕ universalmente diffusa. Secondo Friedman, benchÚ Musavý fosse il candidato prediletto dalla borghesia urbana benestante, pi¨ attenta alla liberalizzazione ed alle questioni economiche, Ahmadinejad gode di grande popolaritÓ tra i ceti pi¨ bassi e nelle campagne. Tale popolaritÓ deriva dai suoi tre cavalli di battaglia: la devozione religiosa, la lotta alla corruzione ed il nazionalismo. La religione Ŕ, per molti iraniani, pi¨ importante del miglioramento della condizione economica. La corruzione dilagante nel clero Ŕ un tema assai sentito tra la popolazione rurale. Infine, il conflitto con l'IrÓq ha ingenerato in ampi strati della societÓ la speranza che i sacrifici patiti possano un giorno essere ripagati dal rafforzamento internazionale del proprio paese.
Le rivoluzioni, per avere successo, necessitano che diversi segmenti della societÓ s'uniscano a quello che avvia il processo rivoluzionario. Nel caso iraniano, i sostenitori di Musavý sono rimasti isolati: i manifestanti sono stati gli stessi fin dai primi giorni, e le proteste non si sono allargate ad altre cittÓ. I media occidentali che hanno creduto nella possibilitÓ d'un successo della rivolta non hanno saputo analizzare correttamente la situazione e le fratture sociali in IrÓn. Alcuni hanno negato la dicotomia cittÓ-campagna ritenendola superata ed appellandosi al dato delle Nazioni Unite, secondo cui il 68% della popolazione iraniana Ŕ urbanizzata. Friedman nota per˛ che la maggior parte abita in piccoli centri, in cui la mentalitÓ Ŕ molto distante da quella degli abitanti delle metropoli, esattamente come avviene nei paesi occidentali. Anche all'interno delle cittÓ, poi, non vanno trascurate le differenze tra i vari ceti sociali. Alcuni segnali suggeriscono la possibilitÓ di brogli elettorali (la rapiditÓ del conteggio, anche se pari all'incirca a quella del 2005, oppure gli eccezionali livelli d'affluenza in talune province), benchÚ non tutti i sospetti sollevati in questi giorni sembrino fondati (ad esempio, nota Friedman, il fatto che Musavý non abbia vinto nelle regioni azere di cui Ŕ originario non Ŕ cosý sorprendente: anche Khamenei Ŕ azero, e Ahmadinejad parla la lingua locale; inoltre, anche negli USA Ŕ successo che candidati presidenziali non vincessero negli Stati d'origine). In ogni caso, essi sarebbero stati complessivamente ininfluenti sul risultato finale, che rispecchia quello di quattro anni fa, a seguito d'una campagna elettorale condotta, secondo gli osservatori, con maggiore incisivitÓ dal Presidente uscente. Ma la principale dimostrazione della genuinitÓ di fondo della vittoria elettorale di Ahmadinejad Ŕ che, a dispetto d'ogni intimidazione, se Musavý avesse davvero goduto di milioni di sostenitori in pi¨ di quelli suggeriti dal voto, le proteste di piazza si sarebbero rapidamente allargate dopo i primi giorni. Durante i disordini, molti chierici capeggiati da Rafsanjani hanno fatto pressione su Khamenei perchÚ favorisse il ribaltamento dei risultati elettorali: secondo Friedman la Guida Suprema avrebbe rifiutato per salvaguardare la stabilitÓ della Repubblica Islamica, che in quel caso sarebbe stata minacciata dalla violenta reazione dei sostenitori di Ahmadinejad, sia civili sia militari. I media occidentali sbagliano a considerare i chierici e Ahmadinejad come un unico partito: in realtÓ, il Presidente gode di vasto sostegno popolare anche perchÚ sfida l'Úlite dominante dei chierici. Il futuro prossimo probabilmente riserverÓ una resa dei conti tra le due frazioni della classe dirigente iraniana, ma ci˛ non si tradurrÓ in una liberalizzazione della Repubblica Islamica. I rapporti con gli USA non muteranno, perchÚ nessuna delle due parti ha finora mostrato la disponibilitÓ a scendere a patti, ma d'altro canto Washington non pare pronta a ricorrere all'opzione militare.
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkuVFEEFAZOdMFGjTt.shtml
http://www.stratfor.com/weekly/20090622_iranian_election_and_revolution_test

Eva Golinger, avvocatessa e scrittrice statunitense d'origini venezuelane, inserisce la ôrivoluzione verdeö tentata da Musavý nel novero delle ôrivoluzioni colorateö orchestrate in giro per il mondo dagli USA. GiÓ nel 2003 Peter Ackerman (presidente di Freedom House, ex direttore dell'Istituto Albert Einstein e fondatore dell'ICNR), Jack DuVall (direttore dell'ICNR) e James Woolsey (ex direttore della CIA) scrissero Una guida non violenta per l'Iran, in cui preconizzavano manifestazioni a Tehrān guidate dagli studenti che, per mezzo di scioperi e boicottaggi, minassero dall'interno la soliditÓ del regime. Da pochi mesi l'organizzazione CANVAS (ex Otpor serbo) ha cominciato a pubblicare i suoi materiali anche in farsi e arabo, spiegando come condurre azioni destabilizzanti dall'interno. Dopo le elezioni del 2005, l'allora segretaria di Stato degli USA Condoleezza Rice cre˛ un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con bilancio iniziale di 85 milioni di dollari finiti in gran parte a National Endowment for Democracy e Freedom House, che da parecchi anni finanziano ONG in IrÓn.
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=18334

Flynt e Hillary Mann Leverett, l'uno docente di Affari internazionali (UniversitÓ della Pennsylvania) e l'altra direttrice di STRATEGA, ex funzionari del governo statunitense addetti alle questioni mediorientali, ritengono che la tesi dei brogli non sia sorretta da nessuna prova. Ahmadinejad ha ricevuto pi¨ o meno la stessa percentuale di preferenze del 2005: gli ôespertiö hanno nuovamente sottovalutato la sua capacitÓ d'attrarre voti, soprattutto dopo aver ben figurato nei duelli televisivi coi suoi avversari. I sondaggi in IrÓn sono poco accurati, ma l'unico condotto con valida metodologia e da occidentali dava Ahmadinejad con 20 punti percentuali di vantaggio su Musavý, scarto che si sarÓ prevedibilmente allargato dopo il dibattito televisivo in cui il Presidente uscente ha rinfacciato al rivale l'appoggio di Rafsanjani e Khatamý, percepiti dalla popolazione l'uno come corrotto e l'altro come troppo cedevole nei confronti degli USA. Secondo gli ôespertiö, Ahmadinejad avrebbe dovuto pagare la cattiva situazione economica, ma i dati ufficiali indicano un IrÓn il cui prodotto interno lordo quest'anno cresce, mentre quello dei vicini cala, ed i ceti bassi hanno percepito la politica economica del Presidente come a loro favorevole. ╚ vero che l'inflazione Ŕ percepita come un problema da molti iraniani, ma il medesimo sondaggio rivela che solo una minoranza la imputa a Ahmadinejad. Infine, l'assunto che l'alta affluenza avrebbe favorito Musavý non poggia su alcuna base concreta. Lo stesso si pu˛ dire dell'attesa che Musavý vincesse nelle province azere: Ahmadinejad vi ha servito per otto anni, parla un azero fluente e l'ha ampiamente utilizzato in campagna elettorale; Ŕ stato inoltre sostenuto dall'azero pi¨ illustre della Repubblica Islamica, ossia la guida suprema Khamenei. I difetti procedurali denunciati da Musavý (come la chiusura dei seggi giudicata troppo frettolosa, per quanto siano rimasti aperti tre ore oltre lo stabilito) non possono aver influito sensibilmente sui risultati, e comunque non si configurano come brogli. Gli ôespertiö, scottati dal fallimento delle loro previsioni, hanno allora denunciato un ôcolpo di Stato conservatoreö in IrÓn: ma l'unico tentativo di colpo di Stato Ŕ semmai quello di Musavý. Obama deve resistere alla pressioni che vorrebbero indurlo ad abbandonare il tavolo delle trattative con l'IrÓn; anzi deve liberarsi dell'illusione che il problema iraniano sia solo Ahmadinejad, in quanto nel paese Ŕ amplissimo il consenso sul programma nucleare ed altre questioni di politica estera. ╚ interesse degli USA venire incontro alle legittime richieste dell'IrÓn.
http://www.politico.com/news/stories/0609/23745.html

Thierry Meyssan, giornalista e scrittore francese presidente di RÚseau Voltaire, individua un ruolo della CIA dietro ai disordini di Tehrān. I servizi statunitensi, com'Ŕ stato ammesso anche da Madeleine Albright nel 2000, organizzarono il colpo di Stato che abbattÚ il primo ministro iraniano Mossadeq, avvalendosi anche di 8.000 comparse prezzolate per inscenare manifestazioni di piazza. Oggi, dopo aver rinunciato ad attaccare militarmente l'IrÓn, gli USA hanno tentato di provocare un cambio di regime giocando sull'opposizione tra proletariato nazionalista e borghesia. Strumento privilegiato della CIA Ŕ oggi il controllo delle reti di telefonia mobile, pi¨ facilmente intercettabili rispetto a quelle fisse che richiedono cavi di derivazione. In IrÓn migliaia di s.m.s. sono stati inviati automaticamente ai cittadini annunciando nella notte la vittoria elettorale di Musavý, poi smentita dalla proclamazione ufficiale del vincitore l'indomani. Inoltre, sono stati scelti alcuni blogger, cui sono state inviate periodiche false notizie di uccisioni di manifestanti perchÚ le diffondessero nel paese. Militanti sono stati reclutati negli USA ed in Inghilterra tra le locali comunitÓ iraniane ed istruiti all'utilizzo di Twitter per creare confusione nel paese persiano diffondendo false notizie da fonti solo apparentemente interne all'IrÓn.
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkuVyykpuZMbhNYWok.shtml

Michelguglielo Torri, professore di Storia moderna e contemporanea dell'Asia (UniversitÓ di Torino), nota l'unanimitÓ con cui in Occidente si considerano truccate le elezioni iraniane. Tale interpretazione non Ŕ solo egemone sui grandi media, ma Ŕ preponderante anche nella cosiddetta blogosfera, solo in minima parte contrastata dalla tesi opposta dell'artificiositÓ delle proteste pro-Musavý, che sarebbero manovrate dagli USA per destabilizzare l'IrÓn. In effetti, le dimostrazioni dell'opposizione a Tehrān coinvolgono soprattutto i ceti benestanti e mirano ad una maggiore apertura dell'IrÓn ai capitali esteri, alla privatizzazione dell'industria statale ed alla fine dei programmi sociali avviati da Ahmadinejad. La tesi dei brogli Ŕ nata dall'annuncio di Musavý della propria vittoria, fatta per˛ ad urne ancora aperte: ci˛ ha spinto la Commissione Elettorale, poco dopo la chiusura delle urne ma appena avuti a disposizione dati sufficienti, a proclamare anzitempo vincitore Ahmadinejad. Ci˛ ha offerto il destro alla campagna d'accuse dei media internazionali. Essi dimenticano per˛ che, negli oltre trenta sondaggi condotti in IrÓn dal marzo 2009, Ahmadinejad risultava complessivamente in vantaggio, anche d'oltre 20 punti percentuali se si escludono i sondaggi palesemente filo-Musavý. Il sondaggio occidentale del CPO, commissionato da BBC e ABC, aveva previsto quasi esattamente sia l'affluenza sia i risultati finali. Nel 2007, ôTelegraphö e ôABC Newsö avevano informato dell'avvio d'un nuovo programma della CIA volto a destabilizzare l'IrÓn dall'interno; di tale programma ha parlato l'anno seguente anche il noto giornalista Seymour Hersh. La repressione delle autoritÓ Ŕ stata senz'altro troppo brutale, ma i dimostranti probabilmente non rappresentano la maggioranza dei cittadini iraniani: in tal caso la loro insurrezione sarebbe illegittima e giustificato l'intervento delle autoritÓ per ristabilire l'ordine.
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26843

* Daniele Scalea, laureato in storia moderna-contemporanea, Ŕ redattore di "Eurasia"

30/06/2009


pagina della geopolitica

home page