Geopolitica 2010

 

Il ruolo del Brasile nell’attuazione dell’accordo con l’Iran

 

di Luís Moniz Bandeira

fonte Eurasia

 

Lunedì 17 Maggio, un evento, quasi senza precedenti, ha scosso le cancellerie e i governi di tutto il mondo: una delle maggiori potenze emergenti è riuscita a modificare il corso di uno dei conflitti più pericolosi dell’attuale scenario internazionale. Il Brasile, con a capo il suo presidente, Luís Inacio Lula Da Silva, ha concluso l’accordo che prevede lo scambio di uranio arricchito con del combustibile nucleare fra Iran e Turchia.

 

Il ministro francese degli Affari Esteri, Bernard Kouchner, ha reso omaggio a Brasile e Turchia per l’accordo raggiunto, tuttavia, il governo statunitense ha mostrato la sua contrarietà presentando, insieme al Gruppo dei 5+1 (gruppo di cui fanno parte Inghilterra, Cina, Russia, Francia e Stati Uniti, abilitati al diritto di veto, più la Germania; NdR) un progetto di risoluzione all’ONU, in cui sono previste nuove sanzioni contro Teheran.

L’ Onda digital* ha intervistato, per l’occasione, il politologo brasiliano Luís Moniz Bandeira, specializzato in politica statunitense e in politica estera brasiliana, soffermandosi sui distinti elementi in gioco, che sono alla base dell’accordo con l’Iran.

Che significato ha l’accordo fra Iran, Brasile e Turchia, nel panorama internazionale? E può davvero evitare lo scoppio di un nuovo conflitto bellico, come quello iracheno?
– Credo che la situazione degli Stati Uniti sia molto difficile, e anche se il presidente Barack Obama afferma di preferire la via diplomatica, continuando a parlare di negoziati con l’Iran, non vi è interesse in nessun tipo di accordo. Mi sembra, comunque, improbabile un nuovo conflitto bellico, così come qualsiasi tipo di azione militare.
La flotta statunitense presente nel Golfo Persico, anche se armata di missili nucleari, non è in condizione di utilizzarli. Bombardare le centrali nucleari, che dicono esistere in Iran , è molto difficile.
Nel caso esistessero si troverebbero all’interno di montagne o caverne, dove i satelliti non potrebbero individuarle . Inoltre, ingaggiare una guerra con l’Iran, significherebbe andare incontro ad nuovo disastro, peggiore di quello avvenuto in Iraq, e in Afghanistan.
Gli USA hanno truppe in tutte le regioni del mondo, le loro Forze Armate sono ormai sfinite, e trovano difficoltà a reclutare nuovi soldati. A ciò si aggiungono i tanti problemi – indisciplina, deserzioni, assenze ingiustificate- in aumento fra le truppe presenti in Iraq e in Afghanistan, il cui morale è sempre più basso.

Dall’altra parte, i ricorsi finanziari degli Stati Uniti, con un debito pubblico che attualmente non sono in grado di colmare, sono esauriti. La crisi nel Medio Oriente si è ormai aggravata a livelli estremi. Per di più, il prezzo del petrolio sta toccando massimi non sostenibili, sia per gli USA che per l’Europa; con la conseguenza che la già profonda crisi finanziaria del cosidetto “Occidente”, si aggraverà ulteriormente, rischiando forse di dimostrarsi peggiore della crisi statunitense del 1929.

 

Allo stesso modo credo che neanche a Israele interessi arrivare alle armi con l’ Iran. L’enorme assimetria demografica e geografica potebbe essere decisiva. L’ Iran ha più di 66 milioni di abitanti e un territorio con più di 15 milioni e mezzo di chilometri quadrati. In secondo luogo, non è disarmato come l’Iraq; possiede armamenti, missili che , anche senza dispositivi nucleari, possono devastare Israele e le basi statunitensi in Iraq e in Afghanistan, dove sono insediati quasi 250 mila soldati, esclusi gli inviati degli altri paesi della NATO. A sua volta, Israele, è militarmente molto più forte dell’ Iran, può contare su armi nucleari, ma allo stesso tempo è molto più piccolo, con circa 7,2 milioni di abitanti, raggrupati intorno ad un’area di 22.000 chilometri quadrati. Una frangia di terra che alcuni razzi con bombe, non necessariamente nucleari, potrebbero cancellare dalla carta geografica. Questi dati sono molti importanti per l’evoluzione di ciò che potrebbe accadere in Medio Oriente.

 

Poco dopo l’accordo, gli Stati Uniti hanno festeggiato il passo positivo raggiunto, affermando però di voler mantenere i loro piani per sanzionare l’Iran.

Perchè gli USA insistono per la strada del confronto totale come soluzone al conflitto con l’Iran?

 

– Il problema è molto più complesso di quanto si immagini. E’ economico, politico e geopolitico. La questione dell’arrichimento dell’uranio è un semplice pretesto. L’obiettivo degli Stati Uniti, e delle potenze che sostengono il Paese è strangolare economicamente l’Iran e abbattere il presidente Mahmoud Ahmadinejad, tamite dure sanzioni, per poi sottomettere il paese al propio dominio.

 

Lo sviluppo iraniano, come potenza economica e politica in Medio Oriente, non conviene agli Stati Uniti, così come non conviene ad Israele e neanche all’ Arabia Saudita. In tutto ciò, anche lo stesso fattore religioso ha valenza politica, incluso per gli Stati Uniti, che sconfissero il sunnita Saddam Hussein e diedero il via libera per l’assunzione al potere degli sciiti, paradossalmente, proprio quegli sciiti che oggi fanno parte della stessa corrente islamica che governa l’Iran e che rappresenta la maggioranza della popolazione in Iraq.

 

La paura degli Stati Uniti, condivisa con l’ Arabia Saudita, è che l’Iraq, economicamente indebolito dalla guerra e sotto il dominio degli sciiti, possa cadere sotto l’orbita dell’Iran, in seguito alla ritirata delle sue truppe.
Questo sembra inevitabile.
Ed Iran e Iraq, oltre a controllare le due grandi riserve di petrolio del Golfo Persico, andrebbero a formare un’enorme forza sciita, in grado di influire sulle altre minoranze sciite presenti in Libano e in altri paesi arabi.

Ricordo che sciiti e sunniti appartengono a due rami distinti dell’islamismo, rivali e inconciliabili.

 

Queste sono alcune delle ragioni per le quali gli USA insistono tanto sulle sanzioni, tuttavia, come già detto, una guerra non è fattibilie.
La minaccia che l’Iran potrebbe rappresentare, nel momento in cui arricchisca il suo uranio, è retorica; è in atto una guerra psicologica che Washington sta promuovendo per mantenere un clima di paura, e poter così giustificare la produzione di armamenti da parte della sua industria bellica.

Industria che fattura milioni e milioni di dollari, vendendo al Pentagono i propri prodotti a prezzi raddoppiati, e pagando commissioni voluminose agli intermediari dei negoziati, ai politici, ai militari e agli stessi membri del governo, che in seguito realizzano e approvano annualmente, i preventivi del Pentagono per gli incarichi e la compravendita del materiale bellico.

In questo modo, gli Stati Uniti sostengono l’industria bellica, dalla quale dipende, da ormai molti anni, l’economia stessa del Paese. E così, gli interessi delle grandi corporazioni si confondono con gli interessi dei militari e dei politici, che puntualmente ottengono commissioni, mance e contributi per la loro campagna elettorale, determinando le politiche del governo, siano esse condotte da un presidente democratico, siano esse condotte da un presidente repubblicano. La corruzione è intrinseca al complesso industriale-militare, contro il quale, già nel gennaio del 1961, il presidente uscente Dwight Eisenhower, avvertì della sua pericolosità.

In accordo con la politica nordamericana, ora Obama ha due problemi: l’Iran e il crescente ruolo del Brasile in ambito internazionale.
Questo ruolo del Brasile può portare ad un confronto totale con gli Stati Uniti?

– Non è la prima volta che la politica estera del Brasile entra in conflitto con gli interessi di Washington. Nella prima metà del 1960, si oppose alle sanzioni contro Cuba, accordate all’interno dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani, NdR), impedendo, inoltre, l’approvazione dell’intervento armato per sconfiggere il regime rivoluzionario di Fidel Castro.
Dopo il colpo di stato del 1964, durante il regime, i governi militari ebbero numerose divergenze, commerciali e politiche, con gli USA: il confronto fu molto duro quando il presidente Ernesto Geisel (1974-1989) riconobbe i governi rivoluzionari di Angola e Mozambico; firmò l’accordo nucleare con la Germania (1976); e denunciò l’Accordo Militare preso con gli Sati Uniti per compiere il golpe del ’64 (1977).
Inoltre, non va dimenticato come gli sforzi di Washington per imporre il progetto di implementazione dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe, NdR), naufragarono proprio a causa della forte opposizione esercitata dal Brasile, sostenuto a sua volta dall’ Argentina.

 

Queste contraddizioni sono normali, sono una conseguenza di un Brasile emergente, sia come potenza industriale, sia come potenza politica, in grado di esercitare la propria influenza a livello globale. Tuttavia, i due paesi – Stati Uniti e Brasile – devono mantenere buone relazioni, relazioni mature, che vadano al di là delle contraddizioni e delle divergenze, per poter cooperare al meglio nei punti in cui coincidono i propri interessi.

Negli Stati Uniti sembrano convivere due fuochi distinti, riguardo questo tema: quello del presidente Obama, che afferma come questo appena compiuto sia un “passo positivo”, e quello della segrataria Hillary Clinton, che invece si è mostrata scettica riguardo la gestione di Lula. Cosa sta succedendo negli Stati Uniti in relazione a questo tema?

– Il presidente Barack Obama non possiede il controllo dello Stato americano, nè tantomeno del suo governo, in cui sono presenti numerose discrepanze e contraddizioni. Fino ad oggi Obama non ha mutato profondamente la politica estera condotta dal ex-presidente George W. Bush, anzi, ha intensificato l’invio di truppe verso l’Afghanistan e, ad un anno della sua amministrazione, già si contano più soldati americani morti – circa 1.000 – che degli otto anni di guerra trascorsi.

All’interno del suo governo ci sono correnti più moderate, ed altre, che in qualche modo predominano, decisamente guerrafondaie. Non a caso il presidente Obama ha dovuto accettare il golpe avvenuto in Honduras.
La sua tendenza personale è distinta da quella di Hillary Clinton, anche se entrambi appartengono allo stesso partito democratico.
La Clinton ha tutt’altri interessi elettorali, desidera trovare consensi delle lobbies ebraiche, il cui potere è immenso, e ha annunciato che ha pronto un progetto di sanzioni per ottenere un effetto di propaganda e ridurre l’impatto del successo diplomatico di Brasile e Turchia, che hanno lasciato gli Stati Uniti in una situazione molto difficile e imbarazzante.
Ciò che Brasile e Turchia hanno ottenuto è stato far accettare all’ Iran, con una piccola modifica, la proposta fatta dagli stessi USA circa otto mesi fa.
Quello raggiunto, è stato il risultato di un notevole lavoro diplomatico, ma ora la Clinton adduce che l’Iran non le ispira confidenza. E gli Stati Uniti? Hanno alcuna credibilità? Ispirano confidenza? Nessuna.
E’ giusto ricordare in momenti come questi, le false informazioni usate per giustificare l’invasione dell’Iraq.

Il presidente George W. Bush e il suo segretario di Stato, Collin Powell, sostennero che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa. E queste non esistevano.
Ipotesi che furono un semplice pretesto per giustificare l’invasione ed abbattere Saddam Hussein. Gli USA intrapresero la loro guerra solamente perchè a conoscenza che l’Iraq era disarmato.
E ora, chi mai potrebbe credere a ciò che sostengono sull’Iran?
La realtà è questa, e la storia lo conferma. Sono gli Stati Uniti ha non avere credibilità e a non ispirare confidenza.
Ad oggi non hanno ancora rispettato il Trattato di Non Prolifferazione Nucleare (TNP), mantenendo tutti i propri arsenali atomici.

Alcuni analisti affermano che il Brasile, con queste operazioni pro Iran, voglia sottrarre l’attenzione al Venezuela di Hugo Chavez, che tutt’ora mantiene ottimi rapporti con il presidente iraniano. In che maniera la gestione del presidente Lula è relazionata al rapporto Venezuela-Iran?

– E’ una stupidaggine questa che dicono tali analisti. Sono ignoranti. Il protagonismo del presidente Chavez, non disturba il Brasile, che sta sviluppando una politica estera secondo quelli che sono i suoi interessi nazionali.
Almeno dal 1986, il Brasile domina il ciclo tecnologico completo dell’arricchimento di uranio, per mezzo della ultra-centrifugazione, una tecnologia che pochi Paesi padroneggiano. Tutto ciò gli permetterà di produrre la bomba atomica in qualsiasi momento lo voglia.

L’impianto delle Industrie Nucleari del Brasile (INB) produce a Resende, nel sud dello Stato di Rio de Janeiro; e con la consolidazione della produzione di uranio arricchito, risparmierà annaulmente circa 100 milioni di dollari con le importazioni per il rifornimento delle centrali nucleari “Angra 1” e “Angra 2”.
Questa spesa terminerà prima del 2014, ovvero, quando la INB raggiungerà la capacità di soddisfare la domanda di tutto il parco nucleare del Brasile, includendo “Angra 3” e le altre centrali che saranno realizzate entro il 2030.

Pochi anni fa. Già sotto il governo del presidente Lula da Silva, il Brasile aveva resistito agli intenti statunitensi di sottomettere lo Stato alle sue installazioni e alle sue ispezioni con intrusioni senza preavviso da parte dell AIEA (Agenzia Internazionale del Energia Atomica, NdR), etc.
Il fatto è che il Brasile ha sviluppato queste ultra-centrifughe per l’arrichimento di uranio in grado di compiere circa 20.000 rotazioni al secondo, che sono considerate le più moderne attualmente in circolazione.
Tutto ciò, agli USA e alle altre potenze nucleari a cui non sono permesse ispezioni nelle centrali nucleari brasiliane, ha suscitato un forte interesse che in qualche modo stanno tentando di appagare.
L’obiettivo è lo spionaggio.
Lula non ha, comunque, permesso questo tipo di ispezioni, raggiungendo un accordo con l’AIEA.
Washington e le altre potenze hanno ben pensato, allora, di far pressione affinché il Brasile firmi un Protocollo Addizionale al TNP, in modo tale da aprire le porte delle sue centrali nucleari, permettendo ampie ispezioni alla solita AIEA.

Il proposito è sempre lo stesso: spionaggio.
Lula non firmerà nessun Protocollo Addizionale al TNP, è contrario ai suoi interessi nazionali. Ulteriore confronto, dunque, con gli Stati Uniti di Obama.
A differenza degli altri Paesi (che tentano un confronto diretto con gli USA, NdT), però, il Brasile sviluppa la sua politica estera con carattere e azioni concrete, e non con retorica aggressiva e radicale. Non la sviluppa guardando ad altri Stati, né tantomeno disputando una corsa alla leadership regionale col Venezuela, la cui integrazione al Mercosur è uno dei principali obiettivi strategici della poitica estera di Lula.
D’altra parte, il Venezuela, non è in questo momento uno dei membri temporanei del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E anche se lo fosse stato, non ha attualmente sufficiente peso economico e politico internazionale per fare da intermediario ad un conflitto come quello sviluppato fra USA e Iran.
Inoltre, le numerose iniziative sbagliate, sfruttate dai mezzi di comunicazione, hanno fatto dello Stato di Hugo Chavez, oggetto costante di numerose critiche.
Critiche severe, arrivate anche dagli stessi paesi alleati.
Il protagonismo di Chavez si limita, quindi, ai settori più radicali della sinistra in America Latina.

 

(Traduzione di Stefano Pistore)

 

24/07/2010


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