Geopolitica 2009

 

 

Kirghizistan: tra rivoluzione ed incertezza.

 

Mosca nel cuore della Grande Scacchiera

 

di Jean Géronimo

 

 

“Il Kirzichistan è stato e resta un alleato strategico della Russia” Natalie Timakova, portaparola del Kremlino(riprendendo i discorsi ufficiali del presidente D.Medvedev)

 

Dopo l’Uzbechistan e l’Ucraina, Washington rischia di perdere un perno fondamentale della sua strategia d’influenza nell’ ex spazio sovietico. Infatti il rovesciamento  agli inizi di aprile  del regime kirghiso, fino a quel momento filo occidentale, per quanto guidato da un certo pragmatismo che lo obbligava a trattare con riguardo la Russia, toglie allo Stato americano uno dei suoi domini sullo scacchiere eurasiatico. Anche se a priori, quest’ultimo non ha avuto un atteggiamento neutro nel colpo di stato che anzi  avrebbe ”incoraggiato”  secondo alcune fonti locali.

Una volta di più messa”davanti al fatto compiuto”, Mosca è stata obbligata a sostituire le sue pedine sulla Grande Scacchiera con lo scopo di ottimizzare i  guadagni provenienti dal brutale e inatteso cambiamento politico  e tramite questo arrestare il suo arretramento nell’Eurasia post comunista.

E soprattutto la Russia vuol utilizzare la crescita Kirghisa come  simbolo forte della sua ripresa in mano dell’ ex impero.

 

Fondamentalmente,questa crisi politica rappresenta  per Mosca un’ innegabile opportunità strategica per  riposizionarsi a termine nell’Asia Centrale e per rilanciare la sua leadership regionale sebbene questa crisi resti ” un affare interno del Kirghizistan”, per usare un’affermazione ufficiale del primo ministro V.Putin. Ma per adesso, nell’intento di evitare l’incendio di una regione politicamente indebolita e di preservare i suoi interessi nazionali, la Russia ha bisogno di un potere “forte” in Kirghizistan secondo l’auspicio del presidente D.Medvedev, espresso il 20 aprile 2010.

In altre parole, nell’ottica di evitare un caos geopolitico, la Russia è obbligata a riattivare la sua politica estera nella  periferia post-sovietica, nel senso più paternalistico verso i vecchi repubblicani. Da questo punto di vista, ci sembra legittimo  tornare su questa evoluzione portatrice d’incertezze geopolitiche e infine di delinearne le vere poste in gioco.

Implicitamente, tutto questo ci porterà a centrare la nostra analisi sul problema principale:stiamo assistendo ad una svolta decisiva nel divenire politico dell’ex URSS?

Per definizione, questa svolta è strettamente correlata al futuro ruolo e alla posizione della Russia in seno a quest’ultimo, trasformato  l’8 dicembre 1991 con il Trattato di Minsk, nella Comunità degli Stati Indipendenti(CEI)

 

Riflusso dell’onda liberale.

 

La recente rivoluzione kirghisa -sanzionata dalla caduta del presidente Kourmanbek Bakiev- esprime un rovesciamento di tendenza in zona post-sovietica fondamentalmente   evidenziato dalla sparizione dell’URSS nel dicembre 1991 attraverso la progressione geopolitica dell’influenza americana.

Questa”rivoluzione” si inscrive in un contesto più ampio di arretramento delle rivoluzioni  colorate ad orientamento liberale” insidiosamente incoraggiate dall’Occidente e che hanno  successivamente toccato la Georgia(2003), l’Ucraina(2004) e il Kirghizistan(2005).

Percepito da Washington come un avvertimento contro la sua politica d’espansione imperniata sulla penetrazione in uno spazio proibito da molto tempo, questo riflusso dell’onda liberale”di colore” sembra, in definitiva la condizione permissiva di ritorno della leadership russa nell’Eurasia post-comunista.

 

Soprattutto, esprime lo scacco della Linea Brzezinski -innescata nella fase della Guerra Fredda- di destabilizzazione e di compressione dell’autorità russa nel suo spazio post-imperiale considerato come nociva per l’avvenire della regione.

 

Nella sua essenza, questa seconda rivoluzione kirghisa esprime due elementi: da un lato la radicalizzazione di una forma di instabilità, dall’altro la continuazione della partita a scacchi tra la Russia e l’America - mediatizzata dalla Cina - nel cuore dello spazio eurasiatico.

Perché nell’Asia centrale - luogo in cui il potenziale energetico ne  condiziona il carattere strategico - si ritrova il centro di una lotta d’influenza tra i due ex leaders della Guerra Fredda, avidi di instaurarvi una forma stabile e legittima di dominio, in vista di obiettivi geopolitici fondamentalmente opposti.

Ora, in un primo tempo, una conseguenza maggiore dell’ espulsione di K.Bakilev è quella di aver reso fragili gli altri regimi autoritari nell’Asia centrale che sono ancora impregnati di una forte cultura sovietica e per questo si teme  ormai un “contagio rivoluzionario” particolarmente minaccioso per il loro potere.

In un secondo tempo, la crisi kirghisa rischia di rimettere in causa certe alleanze politiche regionali che coinvolgono l’America e vengono integrate da questa nella sua offensiva eurasiatica.

Da questo punto di vista, la crisi avrà un impatto certo su un rapporto di forza russo-americano strutturato nell’Eurasia post comunista e che a termine dovrà integrare la minaccia cinese. E tutto ciò rappresenta  una fonte potenziale d’instabilità

 

In questo asse, il presidente uzbeco Islam Karimov ha confermato  il 20 aprile 2010 che l’attuale situazione in Kirghizistan era”contraria agli interessi dei paesi vicini”.

Per evitare questo contagio, questi paesi saranno sicuramente tentati d’intensificare la repressione contro le derive estremiste e alternativamente, di rinforzare la verticale del potere nell’ottica finale di bloccare ogni forma d’espressione spontanea del popolo e dell’opposizione.

Nella versione russa, una prima priorità sarà quella di stabilizzare il nuovo regime kirghiso, nella misura in cui quest’ultimo - in quanto membro di organizzazioni  politico-militari dell’OTSC(organizzazione  politico-militare che raggruppa la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazachistan il Kirghizistan, l'Uzbekistan et il Tagichistan,ndt ) e dell’OCS1, è un chiavistello essenziale della struttura relativa l’ordine politico nell’Asia centrale di cui Mosca appare, in ultima istanza, come ultima garante.

Nelle sue grandi linee, questa preoccupazione strategica è stata ribadita il 26 aprile 2010 dal viceministro russo per gli Affari esteri, Grigori Karassine:” La Russia contribuirà alla creazione(in Kirghizistan) di un potere legittimo e duraturo.

Un Kirghizistan sovrano e stabile è una componente indissolubile della sicurezza  della regione centro-asiatica”. A questo scopo, Mosca continuerà a fornire un aiuto multidimensionale a Bichkek.

 

Rivoluzione e instabilità eurasiatiche.

 

Questo vero colpo di Stato apre dunque un periodo di grandi incertezze in una regione centro asiatica particolarmente  desiderata e per un regime kirghiso che , fino a quel momento ha praticato una politica di destreggiamento tra la  potenza russa e quella americana, chiamata “politica pluri-vettoriale”.

Globalmente, questa politica prammatica di natura consensuale e cooperativa mirava ad avvicinare le maggiori potenze privilegiando, in teoria, gli interessi nazionali del Kirghizistan ma in realtà operava nell’interesse  di una élite politica  beneficiaria di rendite e ripiegata sul suo potere. Si tratta dunque di una linea esterna realista, che integra i nuovi rapporti di forza in Eurasia- tra le quali vi è  l’emergenza di nuove potenze – e che di fatto deve appoggiarsi su forme di alleanza plurime. Aldilà di questa strategia del presidente Bakiev – piena  di diffidenza nei riguardi di Putin- cercava di evitare una dipendenza troppo forte nei riguardi del  potente vicino russo e tramite questo di ridurre le sue capacità di “pressione” sul regime kirghiso. Ora, una parte del popolo kirghiso che è rimasta fedele a Mosca , non ha accettato questa progressiva separazione dal” grande fratello russo” il cui apporto, durante il periodo sovietico, era stato particolarmente proficuo . E questo, come del resto la linea riformista di K.Bakiev applicata nella sfera economica  e portatrice di una destrutturazione del tessuto sociale, ha parzialmente fallito.

Inizialmente, dopo una rivolta popolare- insidiosamente manipolata da forze esterne- l’azione politica contro il regime  clientelare di Bakiev sembra doppiamente giustificata dalla corruzione delle elite dirigenti e dalla marginalizzazione sociale di una parte del popolo kirghiso privato dei frutti della crescita. L’assistenza finanziaria generosamente accordata dalla Russia è stata vergognosamente stornata e confiscata dalla nomenklatura al potere,interessata per sua natura allo statu quo politico e dunque al mantenimento di Bakiev alla Presidenza. Oggi, quest’ultimo è stato anche accusato di illecito arricchimento personale  e quindi   a volte a profitto della sua stretta  cerchia (almeno 200 milioni di dollari sono stati trasferiti all’estero poco prima della sua caduta).

Questo contesto socio-politico sfavorevole, aggravato da  azioni illegali e dalla povertà, (il 40% della popolazione vive sotto la soglia della povertà)  ha finito per tagliare il Potere centrale dal popolo e soprattutto, ha portato a delegittimare la sua autorità. Questa fragilità degli equilibri socio-economici è accentuata dal fatto che il 45% del Pil  kirghiso è costituito dalle rimesse dei lavoratori espatriati  e questo riflette l’estrema debolezza e la dipendenza dell’economia kirghisa.

In questo clima  sociale degradato, il rialzo eccessivo dei prezzi delle materie prime è stato  un catalizzatore e in definitiva, ha spinto il popolo a ribellarsi. Giusta conseguenza delle cose.

Dalla rivoluzione dei”tulipani” nel 2005, il Kirghizistan si è sensibilmente riavvicinato a Washington e ha praticato, sul piano economico, una(apparente) politica liberale  che mira ad assicurare la transazione verso il mercato per  ottenere le giuste entrate finanziarie dal suo nuovo “protettore”. Ma nel complesso, questo cambiamento si inscrive in una strategia liberale a lungo termine di inserimento nell’economia mondiale.

Così il Kirghizistan è stato il primo Stato  CEI  ad essere ammesso   all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, ndt) nel 1998 in seguito alla privatizzazione totale (in parte indiretta) della sua economia negli anni 1992-1993 e al tempo stesso è diventato il “paese pilota” per gli  aiuti delle istituzioni finanziarie internazionali.  In questo contesto il debito Iniziative1 (HIPC)- sotto la doppia spinta del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, leva della lobby liberale- ha contribuito , con il pretesto di ridurre il debito e la povertà, ad accelerare questo orientamento pro occidente imponendo un modello liberale centrato  sul risanamento, la competitività e l’apertura dell’economia kirghisa. E soprattutto, questo orientamento rappresenta una totale rottura con la vecchia specializzazione produttiva imposta dalla divisione del lavoro socialista. Per definizione, scollegato dalla struttura del patrimonio russo sotto il regime sovietico, questo modello economico mira dunque, in maniera implicita, ad emancipare il Kirghizistan dalla dominazione della Russia stessa. Si tratta di creare a breve una nuova forma di dipendenza nei riguardi della cultura liberale.

Manas e il tradimento di Bakiev.

 

In modo meccanico, il riavvicinamento a Washington  ha portato il paese ad allontanarsi dalla Russia che era molto indebolita dalla transizione post-comunista e la cui autorità  nel vecchio spazio dell’ex Unione Sovietica aveva perso la sua legittimità e dunque la sua forza.

Progressivamente- e con la “benevolenza” di alcune ONG occidentali politicamente ostili e inclini a manipolare l’opinione pubblica attraverso i media- l’autorità russa è stata sempre più contestata e con il tempo è stata percepita come un’ingerenza straniera e nefasta.

Infatti , dal 2001, con l’installazione della base militare di Manas giustificata dalla politica anti-terrorista scaturita dall’ ”11settembre” la potenza americana ha cercato di consolidare la sua presenza in Asia Centrale, a detrimento di Mosca. Da questo punto di vista la “crociata” contro Al-Qaida e l’estremismo religioso sono state strumentalizzati a fini politici - con lo scopo ultimo di accelerare l’espansione militare americana. E questa presenza militare in Asia Centrale,in seguito rinforzata  dall’introduzione  di un’altra base in Uzbechistan- chiusa nel 2005, in seguito ad un “acceso confronto politico”  tra il presidente uzbeco Karimov  e il potere americano, in seguito ai sanguinosi eventi di Andijan. Mosca ha interpretato molto male la presenza americana nel suo spazio tradizionale d’influenza , considerato come simbolo esclusivo del suo passato(sovietico) di” grande potenza”. Essa ha sentito la presenza(americana) come una messa in discussione delle sue prerogative storiche e d’influenza su un territorio considerato come suo monopolio geopolitico.

Di conseguenza, essa percepisce questa provocatoria avanzata americana , associata a quella della NATO, come l’espressione concreta della sua marginalizzazione politica sulla scena eurasiatica. Tanto più che sotto l’ impulso di G.W.Bush, l’imperialismo politico-militare della potenza americana ha ripreso un certo vigore considerandolo come il braccio armato della giustizia internazionale. Così, a dispetto di un comportamento inizialmente”comprensivo” in nome della lotta anti-terrorismo, Mosca si è in seguito sforzata di persuadere Bakiev di chiudere la base americana di Manas, in cambio di “facilitazioni” finanziarie. Perché, aldilà di un simbolo politico forte, la base  di Manas- in concorrenza con la base russa di Kant- tendeva a cristallizzare il conflitto russo-americano  per il dominio in Asia centrale.. E soprattutto, la chiusura di Manas avrebbe permesso a Mosca da un lato di eliminare un avamposto strategico dell’avanzamento americano in una zona nevralgica e dall’altro lato di controllare le vie di transito settentrionali  della NATO verso l’Afghanistan, che la Russia avrebbe voluto   in esclusiva- dietro remunerazione- sul suo territorio.

In maniera obiettiva, la chiusura di Manas avrebbe fatto di Mosca un interlocutore indispensabile e il suo tramite avrebbe dato un innegabile mezzo di pressione  e d’influenza- sulla politica americana in zona post-sovietica. Nel marzo 2009 con suo grande sollievo, il presidente Bakiev ha preso la decisione di espellere gli americani dalla base.

All’epoca, Mosca sperava di avviare un reflusso della potenza  americana in Asia centrale. Speranza vana.

 

Strutturalmente, il presidente Bakiev ha giocato su un equilibrio di potere in un momento a lui  favorevole e soprattutto sul fatto che vi erano varie offerte tra lo stato russo e quello americano in competizione per espandere  il loro spazio politico. In realtà, Bakiev ha giocato in entrambe le direzioni:in primo luogo ha cercato di “monetizzare” la presenza americana attraverso la  revisione del canone annuale della base- ormai a 60 milioni di dollari, moltiplicato per tre nel 2009, e la concessione di diversi aiuti economico-finanziari; poi, si è sforzato di tirare i massimi vantaggi da una Russia che temeva di perdere il suo ex alleato kirghiso in tal modo consentendo una base militare per restare attivi, e quindi credibili, nell’Asia centrale e di esercitare una sorta di  intelligence di sicurezza.

In totale, il potere kirghiso avrebbe ricevuto  nel marzo 2009, in cambio della promessa di chiudere la base, quasi 2 miliardi di dollari dal suo “protettore” russo.

Questa fruttuosa ”collaborazione” multidimensionale con lo stato russo e con quello americano ha permesso, in definitiva di accelerare lo sviluppo delle infrastrutture strategiche nella regione, ma nello stesso tempo di arricchire il “clan Bakiev”.

Ora, dopo aver ottimizzato i suoi proventi finanziari e geopolitici sulla base della sua politica plurivettoriale, di fatto basati sulla predazione, Bakiev ha fatto bruscamente dietro front.

Dopo, difficili negoziati con il suo alleato americano,egli è in effetti tornato sulla sua decisione di sopprimere la base di Manas per trasformarla il 23 giugno 2009 in “centro di transito” verso l’Afghanistan, (ufficialmente)  per sostenere le operazioni della Forza internazionale di assistenza per la sicurezza(ISAF).

Nuova denominazione “politicamente corretta” ma fondamentalmente ipocrita, per mitigare la giusta collera di Mosca. Ultima ed inutile provocazione.

 

La fuga del presidente.

 

L’orgogliosa Russia, di ritorno sulla Grande Scacchiera  eurasiatica, ha percepito questa decisione come un vero tradimento e non ha fatto nulla per impedire il colpo di stato, certamente fomentato in modo più o meno diretto dall’estero.

Questo spiega e giustifica l’ “abbandono” politico di Bakiev, obbligato a fuggire dal Kirghizistan il 16 aprile 2010 sotto la pressione popolare. Perchè non si può giocare impunemente con la fiducia e con i rubli dello stato russo, ormai  incline a farsi rispettare nel suo vicino estero, terra storicamente di suo dominioTraduzione per itali asociale.net da mondialisation.ca

 

Traduzione per italiasociale di Stella Bianchi da mondialisation.ca


18/06/2010


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