Geopolitica 2008

KOSOVO: UNA PARTITA CON LE CARTE TRUCCATE

Dopo aver resistito per alcuni mesi alle pressioni provenienti da Bruxelles e Washington, infuriate per il mancato dispiegamento della missione Eulex in Kosovo a causa del veto russo presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon sembra ora aver ceduto il passo.
L’annunciata “riconfigurazione” di Unmik, che delinea il progressivo depotenziamento del ruolo delle Nazioni Unite e il suo passaggio di competenze all’Unione Europea, ha aperto così la strada all’ennesima violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU, scatenando le ire del Ministro serbo per il Kosovo e Metohija, Slobodan Samardzic.
La decisione assunta da Ban dovrebbe infatti salvaguardare sia l’indipendenza operativa di Eulex rispetto alle strutture dell’ONU sia negare la scissione amministrativa del Kosovo a maggioranza serba nel nord, secessione che è già stata attuata sul terreno.
La Russia, per bocca del Ministro degli Esteri Sergei Lavorv, ha nuovamente tuonato contro la “linea occidentale” sul Kosovo, rilanciando l’appello alla ripresa dei colloqui tra Belgrado e Pristina, anche perché la dichiarazione d’indipendenza del 17 febbraio scorso non ha portato la provincia serba alla stabilità.
L’obiettivo europeo-statunitense consiste però nel discutere la “riconfigurazione” di Unmik in Consiglio di Sicurezza la prossima settimana, studiando il modo di evitare un voto o una nuova risoluzione e aggirando così il potere di veto a disposizione di Mosca e Pechino.
La strategia messa in cantiere dai paesi occidentali sarebbe quella di intensificare le pressioni sui vari paesi delle Nazioni Unite che finora non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia (ad oggi solo 42 Stati su 192 l’hanno fatto), in virtù del processo di accelerazione che l’adozione della nuova Costituzione del 15 giugno dovrebbe mettere in moto.
Se ad ottobre almeno i 2/3 degli Stati rappresentati all’ONU dovessero riconoscere l’autoproclamazione del Kosovo, non solo Pristina potrebbe ambire ad ottenere un seggio all’interno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma i 1.900 uomini che compongono la Missione Eulex potrebbero essere dispiegati senza più tante preoccupazioni di carattere diplomatico.
Aldilà delle battaglie giuridiche e mediatiche che Belgrado e Mosca stanno conducendo nell’arena internazionale (in particolare la dichiarazione congiunta russo-cinese-indiana del 15 maggio scorso che confermava l’impossibilità di riconoscere l’indipendenza del Kosovo e chiedeva la continuazione dei negoziati per una soluzione condivisa tra le parti), il vero problema che si pone di fronte agli obiettivi occidentali è quello rappresentato dalla presenza nel nord del Kosovo e Metohija di una forte e agguerrita minoranza serba, estremamente decisa a mantenere la sua sovranità e i suoi legami organici con la madrepatria.
A questo proposito, va ricordato che i Serbi del nord del Kosovo, in pieno accordo con il governo di Belgrado, hanno eletto alle elezioni politiche ed amministrative dello scorso 11 maggio i propri rappresentanti ed annunciato che, contemporaneamente all’adozione della costituzione kosovara del 15 giugno, verrà creata un’assemblea indipendente per sancire il boicottaggio del nuovo Stato guidato da Thaci e “supervisionato” dalla NATO.
Il progetto, elaborato probabilmente dallo stesso Ministro Samardzic, stretto alleato dell’ex premier Vojislav Kostunica, vorrebbe indurre le Nazioni Unite a concedere una larga autonomia alle istituzioni serbe nel nord del Kosovo per quanto riguarda il controllo della polizia, delle dogane, della giustizia, dei trasporti, delle telecomunicazioni e del confine con la Serbia, inclusa la protezione delle chiese e dei luoghi sacri per i cristiano-ortodossi.
Temendo l’apertura di una separazione di fatto dal resto del paese, il capo dell’Unmik, Joachim Ruecker, ha deciso di estendere il mandato dei sindaci uscenti nei comuni serbo-kosovari che avevano eletto i loro nuovi rappresentanti l’11 maggio, togliendo legittimità alla validità delle consultazioni tenutesi nel nord del Kosovo.
Questo ennesimo sopruso, volto ad ignorare come la Risoluzione 1244 ancora attualmente in vigore attribuisca la sovranità sulla provincia alla Serbia, ha scatenato le ire della Russia, che attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Andrei Nesterenko, ha chiesto le dimissioni di Ruecker, criticando “lo sfacciato arbitrio, a cui bisogna decisamente porre fine”.
Almeno su questo punto, le manovre di Mosca sembra aver avuto buon esito e hanno convinto Ban Ki Moon a “licenziare” Ruecker dal suo incarico di capo missione.
Su questa scelta del Segretario generale dell’ONU pesano comunque anche altri fattori, ovviamente non rivelabili al grande pubblico e in particolare lo scontro di poteri relativo alla gestione del cd. “Fondo di difesa a favore di Ramush Haradinaj”, l’ex comandante dell’UCK recentemente assolto dal Tribunale dell’Aja nonostante le pesantissime accuse che gravavano sul suo conto (il governo di Belgrado aveva predisposto contro di lui 108 capi d’accusa e la stessa Carla Del Ponte lo indicava quale esecutore materiale di almeno 40 omicidi contro i civili serbi, nel solo 1998).
Haradinaj è infatti considerato insieme all’attuale capo del governo di Pristina, Hashim Thaci, uno degli “intoccabili”, in quanto è a capo di uno dei più importanti clan mafiosi kosovari.
Egli è recentemente tornato alla ribalta, grazie all’impunità concessagli dal Tribunale dell’Aja, accusando lo stesso Thaci di utilizzare lo Shik, ossia il “Servizio d’informazioni del Kosovo” (una sorta di servizio segreto albanese-kosovaro, formato da ex membri dell’UCK e in passato specializzato nella caccia ai Serbi) a beneficio del suo partito politico.
Proprio pochi giorni fa, la stessa abitazione di Thaci è stata attaccata con armi da fuoco, un episodio che la polizia ha liquidato come un gesto improvvisato di due giovani ladruncoli, mentre vicino a Skopje è stato arrestato, in quanto protagonista degli incidenti scoppiati durante le elezioni macedoni, Agim Krasniqi, ex comandante dell’UCK ed ex socio del premier kosovaro.
Tra gli stretti collaboratori di Ramush Haradinaj, accusati di utilizzare il suo cospicuo fondo di difesa (almeno dieci milioni di euro) per riciclare denaro sporco, l’Unmik ha posto agli arresti Jahja Lluka, al momento uno dei consiglieri di Agim Ceku, che ricordiamo ex capo del governo di Pristina, ex comandante dell’UCK ed ex comandante dell’esercito croato durante l’epurazione dei Serbi dalle Krajine.
Insieme a Lluka è stato messo in galera il direttore della banca “Kasabanka”, Milazi Abasi, su cui sarebbero stati effettuati i versamenti di denaro, tutti inferiori ai diecimila euro, limite al di sopra del quale chi deposita è obbligato a specificare l’origine del denaro utilizzato nella transazione.
Casualmente, pochi giorni dopo l’arresto di Abasi, la maggiore banca slovena, “Nova Ljubljanska Banka” (NLB), ha acquistato il 50,14% della “Kasabanka”, entrando perciò direttamente nel mercato bancario del Kosovo.
La retata ha però risparmiato gli “uomini ombra” dell’affare “Fondo di difesa Haradinaj”, che potrebbero individuarsi negli stessi personaggi sui quali, alcuni mesi fa, si erano concentrate le attenzioni dell’ex funzionario Unmik, James Wasserstrom, poi costretto ad abbandonare il Kosovo con l’accusa di conflitto d’interessi.
Il dirigente americano, che aveva l’incarico di supervisionare il processo di privatizzazione delle pubbliche imprese, avrebbe siglato un contratto di 160.000 euro (fonti albanesi parlano di 220.000 o 460.000 euro) come “special advisor” nell’appalto riguardante l’aeroporto internazionale di Pristina (PTK).
Pur avendo l’Unmik confermato le indagini e pur essendo stato bloccato per un controllo di polizia al posto di frontiera di General Jankovic, il valico che separa il Kosovo dalla Macedonia, James Wassertrom non è stato arrestato ma semplicemente invitato a togliere il disturbo.
I pochi mezzi d’informazione che hanno seguito la vicenda si sono concentrati sullo scontro che egli avrebbe avuto con tre pezzi da novanta dell’amministrazione internazionale in Kosovo, cioè l’ex generale statunitense e vice di Unmik, Steven Schook, il capo dell’Ufficio Legale dell’Unmik a Pristina, Alexander Borg Olivier e non ultimo, il Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG), Joachim Rucker.
Motivo del contendere, le diverse interpretazioni sui criteri di privatizzazione delle imprese kosovare, che Wasserstrom avrebbe denunciato sotto il controllo dei partiti politici kosovari e in particolare di quello del premier Thaci.
Su “depistaggio” di alcune ONG legate a George Soros, si era accreditata anche la pista relativa al mega appalto per la costruzione della centrale elettrica “C”, un affare che vede in pole position una multinazionale ceka-statunitense, insidiata da altri tre gruppi economico-finanziari europeo-americani, tutti interessati a ricevere i fondi assegnati per il bando ma non realmente intenzionati ad investire in un progetto che potrebbe trasformare il Kosovo in un grande esportatore di energia.
Il nodo della questione riguarderebbe, invece, le indagini che Wasserstrom stava effettuando sui “suggerimenti” elargiti da Rucker, Borg Olivier e Schook a Lluka, al fine di ottenere vantaggi fiscali nella costituzione del “Fondo di difesa Haradinaj” (per quali tornaconti è facilmente immaginabile).
Non è quindi un caso che Steven Schook sia partito in tutta fretta su un aereo privato da Pristina nel dicembre 2007, appena giunta la notizia dell’apertura di un’inchiesta per il suo comportamento non professionale nel su-indicato progetto “Kosovo C”.
Il vero motivo per cui Ban Ki Moon in persona lo avrebbe richiamato riguarda piuttosto la propensione di Schook ad “attingere” ai conti correnti del “Fondo difesa Haradinaj”, operazione alla quale aveva preso attivamente parte.
Che anche Rucker, ora, sia stato rimosso, indica evidentemente l’intenzione di nascondere il vespaio di conflitti d’interesse che legano a doppio filo i clan mafiosi albanesi e i principali responsabili dell’amministrazione internazionale del Kosovo.
I casi di Bernard Kouchner e Marti Athisaari insegnano.
Ma quello della corruzione non rappresenta, in questo delicato momento di passaggio, il principale problema nella provincia serba.
Profondamente indignati per il parziale successo che la Russia aveva ottenuto nella sua battaglia diplomatica di difesa del diritto internazionale sulla questione kosovara, gli Stati Uniti e i loro alleati britannici sono passati al contrattacco.
Non bisogna dimenticare che le cupole atlantiste stanno spingendo, in maniera sempre più vigorosa, per la realizzazione del tanto a lungo annunciato “Nuovo Ordine Mondiale”, rallentato in questi ultimi anni proprio dalla resistenza messa in campo dalle principali potenze eurasiatiche, favorevoli invece ad un sistema multipolare di relazioni internazionali.
Dalla dichiarazione di 5 ex generali della NATO per una nuova architettura internazionale guidata da Stati Uniti ed Unione Europea ma volta a “superare” le Nazioni Unite, si è passati alla recente proposta dell’ “alleanza delle democrazie”, accettata da entrambi i candidati presidenziali USA Obama e Mac Cain, significativamente indicata come l’unica soluzione per superare il veto russo-cinese nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e poter “intervenire” in teatri come il Darfur, il Myanmar e l’Iran.
Il caso del Kosovo assurge quindi a simbolo di queste intenzioni e proprio per tale motivo gli apparati strategici di Washington si sono messi all’opera al fine di aggirare tutti gli ostacoli al dispiegamento della Missione europea Eulex, i cui uomini incaricati – è bene ribadirlo – sono di assoluto gradimento statunitense (quando non nominati direttamente dal Dipartimento di Stato USA).
Ciò chiarisce perché il 10 giugno 2008, europei e nordamericani abbiano annunciato di voler cooperare insieme per garantire “una transizione morbida” dei poteri tra la missione di Unmik e quella di Eulex, che saranno probabilmente destinate a convivere per alcuni mesi.
Quanto “morbida” si preveda, al contrario, debba essere questa transizione, lo ha ben sottolineato il portavoce della Missione ONU in Kosovo, Alexander Ivanko, che ha parlato di “cambiamenti drammatici dopo il 15 giugno … Capiamo che il nord rappresenta un problema e ci è chiaro che questo problema non sarà risolto né domani né dopodomani. Sarà necessario del tempo e speriamo che le istituzioni kosovare e gli altri attori internazionali siano molto cauti nel risolvere questo problema”.
Secondo Ivanko, la priorità dell’Unmik è quella di riprendere il controllo doganale dei posti di frontiera settentrionali di Brnjak e Jarinje, perché l’alternativa sarebbe quella di chiuderli.
Sulla “prudenza” che gli “altri attori internazionali” dovrebbero mantenere in questa fase considerata a rischio, è evidente il riferimento di Ivanko alle forze dell’Alleanza Atlantica.
Questa settimana la NATO ha alzato il livello di guardia nella provincia, parlando di “allarme rosso” e ha messo a punto il piano operativo (Oplan) delle truppe Kfor, che include il compito di addestrare il nuovo esercito kosovaro previsto dal piano Athisaari.
In base all’intesa raggiunta, i portavoce dell’Alleanza hanno dovuto ammettere che Spagna, Slovacchia e Romania, nazioni che non riconoscono l’indipendenza di Pristina da Belgrado, non parteciperanno all’assunzione dei nuovi compiti (Madrid avrebbe minacciato, in caso contrario, il ritiro dei suoi 640 soldati dal Kosovo).
Un’altra grana è costituita dall’atteggiamento della Turchia, che non vuole approvare alcun passo in avanti rispetto ai meccanismi di cooperazione limitata previsti dall’accordo “Berlino Plus” del 2002, perché non intende fornire il via libera a Cipro all’interno dell’Unione Europea (a sua volta Cipro blocca l’ingresso di Ankara nell’Agenzia di Difesa europea).
Per questo motivo era rimasta in sospeso la revisione del piano operativo, necessaria anche per regolare il coordinamento tra Kfor e la nuova missione di polizia e giustizia europea, Eulex.
Quello che più inquieta è che gli apparati di sicurezza dei vari paesi sono in queste ore estremamente tesi, in quanto per risolvere “definitivamente” il problema della secessione nel nord del Kosovo, sarebbe stato approntato un ulteriore piano operativo e ufficialmente segreto, in base al quale le SAS, le squadre speciali dell’esercito inglese con licenza di uccidere (la guerra contro l’IRA insegna), sarebbero a breve inviate nella zona di Kosovska Mitrovica, allo scopo di eliminare i capi serbi ribelli.
L’Italia, ovviamente, darebbe il suo contributo “passivo” all’operazione, stante l’annuncio del neo Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per cui è stato messo a disposizione un battaglione di riserva “pronto a dispiegarsi in Kosovo entro 4 giorni in caso di tensioni legate al passaggio di poteri”.
Il 15 giugno, adozione della nuova Costituzione del Kosovo e il 28 giugno, anniversario della battaglia nel Campo dei Merli, quando migliaia di Serbi proveranno a calare su Gazimestan, sono i due giorni in cui l’adrenalina dovrebbe salire alle stelle.
Si tratta di una partita giocata con carte truccate, è importante, allora, che siano almeno carte scoperte.


Stefano Vernole


20/07/2008


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