Geopolitica 2008

“Pericolo Cina”: propaganda da ultima spiaggia

 

di Enrico Galoppini-Eurasia

 

  

I messaggi anticinesi sono una costante della propaganda atlantica diffusa quotidianamente attraverso i cosiddetti “mezzi d’informazione” occidentali. La cosa è evidente di per sé, ma vale la pena di segnalare gli ultimi attacchi mirati a screditare l’immagine del governo, del popolo e della cultura cinesi.

 

Le Olimpiadi inizieranno tra pochi giorni, propaganda o no. Per boicottarle almeno nell’immaginario, i pensatoi del rimbambimento mediatico le hanno escogitate di tutte. Non era ancora chiaro cos’era successo nel Sichuan, che già le agenzie battevano “notizie” del tipo “Olimpiadi a rischio”: una proiezione dei loro desideri frustrati. In quell’occasione, s’è ‘distinta’ la celebre attrice che ha parlato di “punizione divina” per “quello che la Cina fa al Tibet”: questa cosa si commenta da sola, rivelando il carattere rancoroso e vendicativo degli americani. Si pensi solo alla stessa situazione a parti invertite: la condanna mediatica di un intero popolo sarebbe stata implacabile. Ma agli americani è permesso tutto, anche l’esternazione di sentimenti abietti, senza che l’immagine pubblica di chi se ne rende protagonista risulti scalfita. A dire il vero, in seguito, l’attrice è tornata sui propri passi, ma solo perché la Cina aveva minacciato di escluderla da una coproduzione Cina-Usa, e si sa che alla signora i soldi piacciono e parecchio (si ricordi le centinaia di migliaia di euro per una comparsata a Sanremo).

 

A proposito del Tibet, nessuno ha rilevato che oggetto delle violenze scoppiate a Lhasa sono stati dei cinesi: in altre situazioni si sarebbero chiamate “pogrom”, ma probabilmente “picchiare un cinese non è reato”.

 

Tornando alle Olimpiadi, l’ultima scemenza è la crisi delle prenotazioni negli alberghi crisi delle prenotazioni negli alberghi. Ammesso che sia vera, basti riflettere sul fatto che solo il turismo interno alla Cina basta e avanza a far straboccare stadi e alberghi. Chissà se questo dato passa per la mente degli schiavetti di un insignificante Repubblica delle Banane che per un “lavoro a contratto” pagato una miseria si dannano l’anima nelle redazioni delle fabbriche del consenso.

 

È stata poi la volta del gesto conformista degli atleti italiani che, presi da un’improvvisa sensibilità verso il “dolore del popolo tibetano”, hanno deciso di tagliarsi una ciocca di capelli ed inviarla all’ambasciata cinese. Chissà se gli stessi sensibilissimi atleti sanno che esiste la Palestina : si consiglia loro d’indossare una kefia in segno di solidarietà, mentre se s’accorgono che esiste l’Afghanistan  possono farsi crescere la barba come gesto di compassione per gente che quotidianamente viene trucidata dall'aviazione della Nato, nell'indifferenza mediatica occidentale.

 

Tra uno spot e l’altro con Richard Gere, infarcito degli onnipresenti bonzi e controfigure del Dalai Lama e del “piccolo Buddha”, abbiamo saputo del ”monaco rieducato” suicidatosi. La fonte è senz’altro degna d’essere creduta: Radio Free Asia, della celebre rete Usa delle radio che diffondono nell’etere la “libertà” (di fare soldi). E l’ultimissima trovata è quella delle ”rivolte contro la polizia”: in pratica una Paese “fuori controllo”!

 

Il tutto condito da Daygum Protex, l’ultima réclame “divertente” che, si capisce, non è affatto una “réclame”: http://video.libero.it/app/play?id=d0a7cce18526ff1ba3eccf8a3d918e64

Questa pubblicità è ancor più insidiosa di quella con Richard Gere, notoriamente "testimonial" della "causa tibetana", quindi più "scoperto".

Il ristorante cinese non a caso si chiama "Yak" (animale tibetano). Il ristorante è, in fondo, il "Tibet occupato", tant'è vero che il tipo a passeggio (americano, bello e con una bella donna = "successo") dice all'amico che esce trafelato, senza nemmeno l'ombrello: "Quant'è che non ci si vede? sette anni?". Già, "sette anni in Tibet"! La gente conosce - o meglio crede di conoscere - il Tibet attraverso l'immagine creata dal cinema ("Sette anni in Tibet", "Il piccolo Buddha"). Il cliente del ristorante-Tibet, goffissimo, esce che parla cinese: è stato senz'altro "rieducato", sottoposto a sinizzazione forzata! Allora l'americano gli porge una "gomma", che "libera" dalle "delizie cinesi rimaste tra i denti", ovvero dalla lingua cinese (il tipo ricomincia a parlare la "nostra" lingua), quindi dalla cultura cinese, ma alla fine anche dal cibo cinese, passando perciò l'idea che il ristorante cinese sia nocivo perché servono cibo che guasta i denti. In ogni caso il messaggio è: l'America libererà il Tibet dai cinesi.

 

E la “libererà” per farne una base americana. Il punto è tutto qui, e medesime considerazioni valgano per la “libertà” della Birmania.

 

Dopo la Sars e l'Aviaria (qualcuno si ricorda la psicosi creata ad arte?), che hanno solo rallentato la marcia della Cina verso un ruolo da superpotenza mondiale, la propaganda americana, costretta a queste barzellette, è proprio all'ultima spiaggia.

 


20/07/2008


pagina della geopolitica

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003