INTERVISTE 2011

 

La Tunisia fra l’incudine degli interessi italo-francesi e il martello della corruzione.

 

Intervista in esclusiva a Saber Yakoubi del partito islamico moderato “Al Nahda”

 

di Enrico Oliari

 

Indipendente dalla Francia dal 20 marzo 1956, la Repubblica tunisina conta oggi quasi dieci milioni e mezzo di abitanti, un PIL di 82.226 milioni di $ (72esimo nella scala mondiale) e un PIL pro capite di 8.002 $ (2008, 90esimo nella scala mondiale).

La crisi politica di questi giorni, che ha portato alla fuga del presidente – dittatore Zine El Abidine Ben Alì e della sua famiglia, è scoppiata in tutta la sua forza dopo che a Sidi Bouzid, nel centro del paese, il giovane Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protesta contro il governo: da quel giorno di dicembre in Tunisia vi è stato un crescendo di proteste e di scioperi che in diversi casi si sono evoluti in atti di vera e propria violenza.

Curiosamente, nonostante la Tunisia disti ad una manciata di chilometri dalle coste italiane e nel paese africano vi trovino residenza circa 3000 nostri concittadini, le notizie sul bunga bunga di Arcore hanno assorbito l’opinione pubblica italiana al punto che alla polveriera tunisina è stato destinato nei notiziari uno spazio quasi marginale.

Le radici della protesta affondano nell’alto tasso di disoccupazione, nella corruzione dilagante e nel classicissimo costo del pane, ma non è solo di questi giorni il malcontento popolare nei confronti di una dittatura nella quale l’Italia ha investito non pochi interessi.

Nonostante i gravi fatti accaduti in questi giorni, il 10 ottobre scorso il Governatore della Banca Centrale di Tunisi, Taoufik Baccar, aveva affermato sostanzialmente che la crisi finanziaria internazionale era cosa estranea alla Tunisia e, come esempio, aveva portato la crescita del 13.7% dei depositi bancari nell’agosto 2007- agosto 2008, cioè la prova di una consolidata fiducia dei tunisini nelle banche del proprio paese.

Gli aveva fatto eco qualche giorno dopo il ministro delle Finanze, Mohamed Ridha Chalghoum, il quale, concludendo a Tunisi i lavori della prima conferenza sulla finanza internazionale ed i ruoli delle banche, aveva parlato di una Tunisia che ben aveva contrastato gli "effetti perversi" della crisi finanziaria mondiale grazie a scelte strategico-economiche pertinenti e ad una politica equilibrata. Sempre Ridha Chalghoum aveva poi spiegato il programma presidenziale 2009 – 2014, che voleva il paese mediterraneo al livello dei Paesi sviluppati.

Le cose stavano tuttavia diversamente, se si è arrivati ad eccessi come gli scontri dell’11 gennaio, quando, verso le 23.00, nel quartiere popolare di Hayy Ettadhamen è stata data alle fiamme la stazione di polizia e la folla inferocita ha assediato il Centro della Guardia Civile: rimane ancora imprecisato il numero delle vittime che è seguito alla reazione della polizia.

Se le forze di sicurezza hanno fatto quadrato intorno al presidente, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito tunisino, Rashid Ammar, si è rifiutato di usare la forza contro i manifestanti e testimoni oculari raccontano che nella città di Regueb l'esercito ha puntato le armi contro i poliziotti intimandoli a fermarsi, permettendo così ai manifestanti di salvarsi.

Il 13 gennaio l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha chiesto che le forze di sicurezza cessassero le azioni di repressione dei manifestanti ed ha dichiarato che “i resoconti indicano che la maggior parte delle proteste sia stata di natura pacifica, e che le forze di sicurezza abbiano reagito con eccessiva forza in violazione degli standard internazionali”.

Nel frattempo il presidente Ben Alì preparava la sua fuga verso Gedda, in Arabia Saudita, dal momento che Parigi gli aveva rifiutato asilo; già il giorno successivo il premier Mohammed Ghannouchi ha annunciato di aver assunto ad interim la guida della Tunisia, nominando un governo di transizione. "Invito i tunisini, tenendo presente ogni sensibilità politica e regionale, a dare prova di patriottismo e di unità", aveva dichiarato alla televisione, mentre per le strade della capitale si udivano ancora spari; il premier ha comunque garantito elezioni politiche entro sei mesi, la libertà di informazione e il sistema multipartitico. Ghannouchi, nel tentativo di ottenere la riappacificazione nazionale, ha incluso nel governo di transizione anche membri dell’opposizione, fra i quali Najib Chebbi, Ahmed Ibrahimi e Mustafa Ben Jafaar, rispettivamente del Partito Democratico Progressista, del Movimento Ettajdid e dell’Unione per la Libertà e il Lavoro.

Con la calma rassicurante a cui ci ha abituati, il 18 gennaio scorso Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, comunicava dalle pagine di Libero che la situazione in Tunisia andava normalizzandosi, ma già il giorno successivo cinque esponenti di opposizione del nuovo governo si sono dimessi per protesta contro la decisione di lasciare al partito dell’ex presidente Ben Alì, il “Raggruppamento Costituzionale Democratico” (RCD), i ministeri chiave. La folla, scesa in piazza nuovamente, ha chiesto la messa al bando del partito RCD e, mentre Moody’s ha declassato a Baa3 le valutazioni della Banca Centrale tunisina, sulle coste della Sicilia sono ripresi gli sbarchi di persone in fuga da una situazione sempre più incerta.

L’agenzia Tap ha informato che è stata aperta un’inchiesta nei confronti di Ben Alì e della sua famiglia per appropriazione di beni pubblici (in un primo momento la moglie dell’ex-presidente era stata accusata di aver lasciato il paese con una tonnellata e mezza d’oro) e nella confederazione elvetica sono stati bloccati i conti dell’ex presidente.

Per capire meglio la delicata situazione tunisina, abbiamo intervistato il dottor Saber Yakoubi, membro del partito islamico moderato “Al Nahda”, quarantenne, appena rientrato in Italia dai disordini di Tunisi: Il generale Ben Alì è stato presidente della Tunisia, eletto e rieletto per ben 5 volte con risultati che rasentavano il cento per cento dei consensi – racconta in esclusiva per Italia Sociale e per Rinascita.

Aveva deposto con un colpo di stato il primo presidente,  Habib Bourguiba, nel 1987: un vero e proprio golpe definito “bianco” per via del fatto che ben sette medici lo avevano dichiarato affetto da demenza senile. Fu un’operazione nella quale si intrecciava la politica con il malaffare, promossa e sponsorizzata dai servizi segreti italiani.

In che senso?

Come dichiarò alla Commissione Stragi nel 1999 il generale Fulvio Martini, che aveva guidato il Sismi sotto i governi Craxi, Fanfani, Goria, e Andreotti, furono proprio i servizi segreti italiani a organizzare il colpo di stato nel mio paese per deporre Bourguiba e mettere al suo posto Ben Alì. Non a caso lo stesso Craxi possedeva la famosa villa di Hammame.

Che interessi poteva avere l’Italia verso la Tunisia?

Bourguiba, che era avvocato, era stato a capo della lotta per l'indipendenza, intendeva modernizzare la società tunisina attraverso la diffusione di un codice etico che ridimensionava il potere dei capi religiosi pur restando l'Islam la religione di Stato. Fu abolita la poligamia, introdotto il divorzio al posto del ripudio e persino legalizzato l’aborto. L’ascesa di Bourguiba nel ’56 era stata sponsorizzata dalla Francia, che lo aveva preferito ad Hached Farhat, sindacalista di sinistra, ucciso poi dalla “Mano Rossa”, un organo dei servizi segreti favorevole alla presenza francese in Tunisia. Bourguiba era comunque filo francese, o meglio, solo filo francese, mentre gli italiani volevano un presidente che fosse anche filo – italiano.

Anche se all’inizio l’ascesa di Ben Alì venne salutata molto positivamente dalla popolazione, da subito si intuì che dietro a lui stavano interessi italiani, basti pensare che ancora oggi, nonostante i 140 km di mare che separano Capo Bon dalle coste siciliane (73 km da Pantelleria), gli sbarchi degli immigrati partono dalla Libia, che ha una distanza costiera assai superiore.

Che significato hanno i disordini di questi giorni e la cacciata di Ben Alì?

Non si tratta di disordini, bensì di una vera e propria rivoluzione. In questi giorni in Tunisia si è cominciato a respirare aria di democrazia, sono tornati i dibattiti pubblici, cosa alla quale non si era più abituati. C’è stata un’amnistia che ha riguardato i prigionieri politici, molti esuli sono potuti rientrare. Con Ben Alì, in teoria, coesistevano 7 partiti, ma in realtà si trattava solo di una messinscena per compiacere alle potenze occidentali. Il partito al potere, RCD, ha dettato legge e promosso uno stato di grave corruzione nel paese. Gli oppositori al regime di Ben Alì sono stati arrestati e persino torturati, altri sono stati allontanati dal paese, fra i quali il leader del mio partito, Rachid Al Ghannouchi (solo omonimo del premier, ndr.), che si trova dal 1991 in esilio, diciamo ‘volontario’, a Londra.

Ma Al Ghannouchi non è un fondamentalista islamico?

Assolutamente no! Al Ghannouchi aveva preso parte alle elezioni politiche del 1989 con la sua formazione chiamata ‘La Rinascita’ (Hizb al-Nahda) ed aveva raccolto un consenso ben superiore a quel 14,5 % dichiarato ufficialmente. Nel 1991 Hizb al-Nahda fu messo fuori legge da Ben Alì, che costrinse alla fuga Al Ghannouchi.

Le tesi di Al Ghannouchi parlano di fratellanza musulmana, ma respingono la violenza e chiedono l’abbandono della lotta armata.

Quindi Al-Nahda non è, come alcuni accusano, vicino ad Al Qaeda?

Il nostro è un partito islamico moderato, che non esclude dalla scena politica gli altri partiti e che crede nella democrazia. Nonostante, tuttavia, le promesse dell’attuale premier, non vi è stata ancora amnistia per Al Ghannouchi. Probabilmente alla base di tale indecisione vi sono pressioni che arrivano dall’estero, oserei dire dalla Francia.

Torniamo ai fatti di questi giorni: cosa c’è alla base della rivolta popolare contro Ben Alì?

Per quanto Chirac abbia definito la Tunisia “un miracolo economico”, la ricchezza del paese si trova nelle mani di pochissimi. La gente qualunque ha di che sopravvivere e in un sistema dove ogni anno si laureano 60.000 giovani su una popolazione di dieci milioni di abitanti, questo la dice lunga.

Il governo non è riuscito a garantire l’occupazione ai molti laureati e sono loro oggi a protestare. Ciò non accade, ad esempio, in Egitto o in Algeria, dove la disoccupazione giovanile è direttamente proporzionale alla bassa scolarizzazione.

Sono i laureati senza lavoro ad aver iniziato le proteste: lo stesso Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco per protesta dopo che la polizia gli aveva portato via la carriola con cui faceva l’ambulante, era dottore in informatica.

Perché polizia ed esercito hanno avuto due approcci diversi nei confronti dei manifestanti?

In Tunisia le forze di scurezza contano 200.000 agenti, mentre l’esercito ha soltanto 40.000 effettivi. Si tratta, o meglio, si trattava, di un vero e proprio regime di polizia, voluto dal presidente per proteggere innanzitutto sé stesso, i propri interessi e la propria famiglia. Molto efficiente, in grado di blindare intere città.

Che significato assume la rivolta popolare tunisina nello scacchiere del mondo arabo?

Innanzitutto bisogna dire che se le vittime tra la popolazione sono state diverse, siamo oltre il centinaio, fra le forze di sicurezza non ci sono stati morti. Questo perché si è trattato di una forma di protesta, salvo qualche raro eccesso, fatta a mani nude.

Il fattore saliente, tuttavia, è la profonda inquietudine che si sta estendendo a macchia d’olio fra i vari capi dei paesi arabi: sempre per protesta, in questi giorni 5 persone si sono date fuoco in Algeria, 3 in Egitto, 3 nello Yemen, una in Mauritania.

Si tratta di forme di lotta popolare verso governi che si appoggiano sulla corruzione, dove gli interessi economici di pochi prevalgono su quelli di molti. Al Jazeera e i vari media mandano di continuo informazioni su disordini che scoppiano un po’ ovunque, poiché la maggior parte della popolazione ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Proprio oggi a Sharm el Sheik si sono incontrati i vari capi di stato del mondo arabo, ma, invece che discutere di economia com’era nel programma, hanno incentrato la riunione sui disordini in Tunisia e la possibile escalation che si può manifestare nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente. Non a caso hanno deciso di stanziare 2 miliardi di euro per i giovani del Kuwait: temono insurrezioni anche in quel paese.

Un’ultima battuta sull’Iraq: come ha visto la ‘missione di pace’ che ha portato alla cattura di Saddam Hussein?

L’Iraq è la macchia nera del mondo occidentale: l’idea di esportare ‘democrazia e libertà’ nella culla della civiltà ha causato milioni di morti. Si è trattato di un’operazione che ha portato solo distruzione e desolazione.

Petrolio?

Petrolio.

 

Nelle foto:

-          Saber Yakoubi, del partito islamico Al Nahda

-          Mohamed Bouazizi (1984 – 2010)

-          L’ex presidente Ben Alì

-          Rachid Al Ghannouchi

-          Mohammed Ghannouchi legge la formazione del governo ad interim


20/01/2011


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