Tribuna 2010

 

Cosa c'era dietro la "strategia della tensione"

Maurizio Barozzi

La menzogna della teoria dello "Stato parallelo" e quella dei "corpi separati o deviati". Una pianificazione della strategia stragista avvenuta in ambiti stranieri e una esecuzione in casa nostra, attuata anche grazie alla collaborazione di "apparati dello Stato" i quali ovviamente non sono stati gli esecutori materiali.


Ricorre in questi giorni il quarantennale della strage di Piazza Fontana, un orribile massacro di italiani che per quanto riguarda i suoi esecutori e mandanti è rimasto sostanzialmente impunito e soprattutto non è rimasto il solo.
Dopo così tanto tempo trascorso tra processi contraddittori, assoluzioni e condanne minori, o assoluzioni per insufficienza di prove, a meno che in futuro non escano fuori documenti gelosamente custoditi in archivi riservati, è praticamente impossibile dare un giudizio preciso e definitivo su fatti e personaggi legati a quegli avvenimenti, dovendoci basare per lo più sulle tante ricostruzioni giornalistiche o sui risultati scaturiti dai vari e insufficienti procedimenti giudiziari.
E questo sia nel caso di assoluzioni, come in quello delle scarse condanne.
Questo non toglie che in base alle proprie esperienze e intuizioni personali, agli atti processuali e alle tante inchieste e ricerche che un ampia letteratura ci mette a disposizione, si possa dare una valutazione politica complessiva su quanto accaduto e pertanto ipotizzare uno scenario abbastanza plausibile del perché è accaduto
Il fatto è che la giustizia, cosiddetta "borghese", non poteva, volente o nolente, arrivare all'accertamento della verità, perché in questo caso si sarebbe dovuto porre sul banco degli accusati, ai più alti livelli di imputazione, proprio lo Stato oltre a strutture di intelligence di paesi alleati al nostro per i quali, data la loro posizione di privilegio che detengono, anche in virtù di accordi internazionali (noti e segreti) con l'Italia, non avrebbero consentito di andare oltre un certo punto (ecco il vero significato del segreto di Stato e dei tanti depistaggi).
Per salvare capra e cavoli ci si è così rifugiati nella teoria dello "Stato parallelo", oppure in quella dei "corpi separati o deviati", della "massoneria deviata" e così via, tutte sciocchezze, tutti ripieghi, che però stavano bene anche alla apparente controparte di "sinistra", quella che ha giocato il ruolo di "denunciante", perché consentivano di salvaguardare una certa "continuità del sistema di potere" e ci si poteva così esimere dall'ammettere una ben più grave realtà, quella di una ispirazione della strategia stragista avvenuta in ambiti stranieri ed una esecuzione in casa nostra grazie anche alla collaborazione di "apparati dello Stato" i quali non possono sempre aver agito di propria iniziativa.
Ma ad ingarbugliare ancor di più le acque, nella ricerca della verità, vi è la constatazione che il periodo complessivo, quello che sommariamente individuiamo come "stragista", ha riguardato un lungo arco di tempo che possiamo arbitrariamente semplificare dal 1965 (convegno Pollio) al 1980 (strage di Bologna), durante il quale la strategia di fondo che ha provocato o comunque sfruttato atti terroristici e fatto esplodere bombe assassine, non è stata la stessa, perché le direttive, le ispirazioni e soprattutto le finalità per le quali dovevano verificarsi certi episodi criminali sono state di diverso e opposto tipo.
La nostra analisi complessiva del periodo stragista, si può riassumere in poche righe anche se, in questa sede, non possiamo addurre ampie spiegazioni su gli episodi, i fatti e le considerazioni che ci hanno portato ad elaborare queste considerazioni (due testi riteniamo importanti, ma non esaustivi, né del tutto esatti, per comprendere soprattutto la strage di Piazza Fontana: "Piazza Fontana. La verità su una strage", di Fabrizio Calvi e Frederic Laurent, Mondadori 1997, stranamente, ma sospettosamente scomparso dalla circolazione, e "Il segreto di Piazza Fontana", di Paolo Cucchiarelli, Ed. Ponte delle Grazie 2009).
Cominciamo con il dire che un ricercatore storico impegnato a decifrare il periodo stragista non può che osservare alcune evidenze alquanto inquietanti. Tra le tante ne citiamo due: chi progettò di far esplodere le bombe del 12 dicembre 1969 a Roma e Milano, precedute da tutto un gran daffare di infiltrazioni, provocazioni e criminalizzazioni degli ambenti anarchici e dal forte stato di tensione di un precedente autunno caldo nei rinnovi contrattuali, sapeva benissimo che i morti e i feriti che ne scaturivano sarebbero stati addebitati ai "rossi", agli anarchici appunto. E questo diciamo che è oramai dato per scontato un po' da tutti.
Ma analogamente chi ideò di porre una bomba a Brescia il 24 maggio 1974 ad un comizio sindacale antifascista, era ben conscio che morti e feriti sarebbero stati addebitati alla destra neofascista, visto che oramai da tempo erano in corso tutta una serie di inchieste, procedimenti giudiziari, arresti e così via nell'ambito dell'estremismo di destra da più parti ritenuto responsabile per Piazza Fontana, e soprattutto dopo che pochi giorni prima un ragazzo della destra neofascista Silvio Ferrari era saltato per aria a causa dell'esplosivo che trasportava.
È quindi evidente, al di là dei singoli episodi criminali, delle situazioni di violenza più o meno spontanee o provocate, delle bombe che esplodevano in continuazione a cominciare da quelle del 1967 a Roma che per fortuna non fecero morti, a seguire con quelle della primavera estate del 1969, dette "sui treni", per arrivare a Piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, ecc., che dietro tutto questo c'era una strategia sottile, una "mano" che tirava certi fili, che cercava di conseguire determinati risultati o nel migliore dei casi, di sfruttare e incanalare per i suoi scopi certi avvenimenti.
E che questa "mano" fosse straniera non ci sono dubbi, vista la collocazione coloniale del nostro paese che a seguito del diktat impostoci con la fine della guerra e per tutta una serie di accordi, protocolli e intese successive, vede i suoi più alti vertici militari e quelli delle strutture di intelligence, di fatto subordinati nel sistema NATO.
Se un alto esponente del SID, quale il generale Gianadelio Maletti, che durante il suo operato nei Servizi era ritenuto tra l'altro "amico" del Mossad israeliano, nel corso di una intervista rilasciata il 4 agosto del 2000 da Johannesburg, affermò esplicitamente che la CIA, attraverso la strumentalizzazione di ambienti di destra, aveva giocato un certo ruolo nello stragismo, tanto che il giornale "la Repubblica", sottotitolò quell'intervista "La CIA dietro quelle bombe", e se questo viene messo in relazione a tanti altri elementi emersi nel corso delle inchieste giudiziarie, tra cui soprattutto quelli del giudice Guido Salvini, nelle quali emersero certi collegamenti e certi traffici che risalivano alle basi americane in Veneto, il mosaico della strategia della tensione comincia a ricomporsi.
A nostro avviso tutto è scaturito in conseguenza degli accordi di Jalta, dove il nostro paese, colonizzato dagli USA, è stato inserito nel sistema di difesa occidentale, in un area geografica particolarmente delicata: quella del Mediterraneo, decisiva anche per il teatro medio orientale.
La collocazione dell'Italia nella NATO, infatti, a differenza di altri paesi del sud Europa, presentava l'anomalia di avere, potenzialmente, una certa insicurezza politica a causa della presenza del più forte partito comunista d'Europa (fino ai primi anni '70 legato a Mosca), di una sensibile partecipazione, nel tessuto sociale, di forti realtà sindacali ed un quadro politico governativo (dopo il passaggio dai governi di centro a quelli di centro sinistra) alquanto instabile e quindi foriero di possibili spiacevoli novità rispetto ad una ferma collocazione dell'Italia nell'organismo atlantico.
Non a caso gli americani alla fine della guerra, per gestire l'amministrazione ed il controllo del nostro paese, una volta che avessero ritirato le loro truppe d'occupazione, avevano spinto per un recupero dei quadri direttivi, in particolare nei settori amministrativi, militari e di polizia, di uomini del passato regime monarchico - fascista, tutti elementi permeati da una mentalità autoritaria e conservatrice, ed avevano anche utilizzato uomini e gruppi neofascisti che vennero recuperati, finanziati e all'occorrenza inseriti nei sistemi para militari segreti (Gladio, servizi segreti, super servizi come "l'Anello", ecc.) e quindi strumentalizzati per supportare con ogni mezzo tutte le forze anticomuniste del paese, mentre la Democrazia Cristiana (e il Vaticano) doveva garantire la stabilità di tutto il sistema politico italiano nel quadro occidentale (si leggano, a questo proposito, testi fondamentali, quali: "Fascisti senza Mussolini" di Giuseppe Parlato, Ed. Il Mulino 1996, "Made in USA. Le origini americane della Repubblica Italiana" di Ennio Caretto e Bruno Marolo, Rizzoli, 1996; "Lupara Nera" di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, Ed. Bombiani 2009; "L'Anello della Repubblica" di Stefania Limiti, Ed. Chiarelettere 2009).
Ma nonostante questo, le peculiarità politiche del nostro paese mostravano, sia pure a sprazzi, di avere quelle caratteristiche di imprevedibilità che potevano farlo divergere da una subordinazione assoluta agli Stati Uniti e soprattutto alla NATO, tanto che, nei primi anni '60, era stato necessario assassinare Enrico Mattei perché questi, con le sue iniziative economiche in campo energetico, non solo aveva leso gli interessi del cartello petrolifero delle "7 sorelle", ma minacciava di creare anche sviluppi politici sgradevoli per l'Occidente.
Anni dopo, questa stessa necessità delittuosa, si replicò con Aldo Moro a conferma di un ferreo controllo imposto al nostro paese dove si dovevano assolutamente rispettare alcune imposizioni d'oltreoceano: la negazione di una patria al popolo palestinese, l'esclusione del vecchio PCI dal governo e la ferma subordinazione e accettazione dell'Alleanza Atlantica senza alcun desiderio di equidistanza nei confronti dei contenziosi internazionali tra l'occidente e il mondo arabo o l'URSS.
Certamente il partito comunista italiano ed i sindacati di sinistra, fin dalla svolta di Salerno del '44, imposta da Stalin e gradevolmente accettata dai quadri dirigenti di questo partito, che oltretutto con gli anni avevano dato chiari segni di inevitabile imborghesimento e occidentalizzazione, non avevano alcuna intenzione di sovvertire l'ordine democratico, nè di sottrarre l'Italia allo schieramento occidentale. Non era quindi il "pericolo comunista" che preoccupava gli USA.
La costituzione politica ed ideologica del PCI e i suoi legami che intercorrevano con l'URSS, erano di per sé garanzia della stabilità sancita a Jalta.
In vece erano gli eventuali "uomini politici nuovi", quelli più intraprendenti e spregiudicati, che tenevano gli americani sulla corda e non gli consentivano di lasciar allargare le intese governative.
In poche parole si era ben consci che dietro un cambiamento dei governi centristi o timidamente spostati sul centro sinistra, si potevano innestare, passo dopo passo, spinte ed innovazioni incontrollabili anche di carattere economico e sociale che, come la dinamica degli eventi storici insegna, avrebbero potuto portare l'Italia a sottrarsi gradualmente dalla sua stretta subordinazione militare nell'atlantismo.
Una eventualità questa che sarebbe stata tanto più grave dopo il disimpegno francese di De Gaulle dagli organismi militari della NATO (1966) e la delicata situazione di crisi che già si prevedeva sarebbe incorsa nel medio oriente e nel mediterraneo in conseguenza della abnorme e cruenta espansione di Israele (giugno 1967).
Tutto questo clima di tensione e di incertezze, in ogni caso, rientrava in un quadro geograficamente localizzato e di ordine tattico perché, in definitiva, gli accordi di Jalta erano di portata strategica e si basavano su la cooperazione USA-URSS nella spartizione dell'Europa (coesistenza pacifica) ed i sovietici non avevano alcun interesse a strappare l'Italia dalla sudditanza occidentale.
Le divergenze, anche gravi (guerra fredda) erano solo dei risvolti di ordine tattico o transitorio, inerenti la necessità occidentale di non consentire ai sovietici di straripare dalle aree geografiche che gli erano state assegnate e comunque di non approfittare di determinate contingenze (instabilità nel medio oriente) per cercare di allargare la loro influenza infilandosi nel mediterraneo.
Anzi, questa esigenza "atlantica" di contrastare il comunismo ed i sovietici, paradossalmente, contraddiceva una tendenza opposta, che possiamo definire di carattere "mondialista" e di portata planetaria, la quale già al tempo mirava molto più in là di Jalta.
Non a caso, infatti, circoli intellettuali, culturali, del cosiddetto "capitalismo illuminato", iniziative di vario tipo, anche in ambito cinematografico e lo stesso nascosto supporto dato ai venti contestativi che, nati negli States, spiravano con violenza in Europa (specialmente in Francia e poi in Italia), in qualche modo veicolavano ideologie neoradicali, oltre quella new left che col tempo finì per stravolgere tutte le impalcature marxiste, e tutti operavano in modo tale da spostare, lentamente, ma significativamente, l'Italia e la sua cultura di base borghese e cattolica su posizioni moderniste e progressiste.
Comunque sia, in questa situazione internazionale, ad un certo momento, venne a determinarsi un prolungato stato di crisi in conseguenza della prospettiva di una guerra arabo israeliana, che avrebbe messo sotto pressione tutto il mediterraneo.
L'Italia (come la Grecia) non doveva assolutamente mostrare alcun cedimento rispetto agli impegni atlantici, mentre il Portogallo di Salazar, la Spagna di Franco, la Turchia ed altre aree minori, non costituivano preoccupazione alcuna per gli occidentali.
Si rendeva quindi necessario, in ambito atlantico, fare in modo che la situazione politica del nostro paese restasse, sia pure in via transitoria, durante tutto il periodo di crisi, fossilizzata, senza alcuna possibilità che si determinassero cambiamenti, iniziative o innovazioni politiche divergenti.
Non a caso in Grecia, un paese altrettanto instabile, ma socialmente più arretrato dell'Italia, gli occidentali conseguirono lo stesso risultato, quello di non rischiare alterazioni delle alleanze in atto, grazie ad un classico colpo di stato ispirato dalla CIA (aprile 1967).
Fu evidentemente dietro queste necessità strategiche, sia pure transitorie, che si mise in moto il vero e proprio meccanismo stragista che indirizzò e amplificò i contrasti, le tensioni e gli atti violenti da sempre presenti nel nostro paese, in una crescente "strategia della tensione" ben precisa.
Altre motivazioni importanti non crediamo ci possano essere.
La versione delle sinistre che individua nella "strategia della tensione" un mezzo per fermare la ventata contestativa e le lotte dei lavoratori (autunno caldo) è inconsistente, se non risibile.
Venute meno queste necessità internazionali (all'incirca tra il 1973 e il 1974), anche in considerazione dei grandi cambiamenti epocali determinati dal Watergate in America, certe strategie hanno assunto una diversa prospettiva e una diversa finalità, che ha prodotto effetti e conseguenze del tutto opposte alle precedenti.
Nella disamina del periodo stragista, infatti, nelle sue cause e conseguenze, troveremo la sorpresa, che per noi non è affatto tale, che nel suo complesso tutto questo infame e criminale periodo, eccezion fatta per episodi imprevedibili, ha avuto almeno due eterogenee necessità strategiche, attraversato come è stato da sottili e divergenti interessi. Due opposte finalità, che hanno prodotto, nel nostro paese, conseguenze storiche e politiche di diversa natura:
- un periodo stragista di montante violenza (1967-1973) finalizzato a "destabilizzare per stabilizzare", cioè per mantenere immobili e inoperosi di iniziative imprevedibili i governi, per altro in crisi, di centro sinistra e fedele l'Italia nell'Alleanza Atlantica in quel momento delicato di crisi militare nel mediterraneo. In quest'ottica vennero sostenute, da Istituzioni alle dirette dipendenze del governo (es. Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, o Ufficio D del SID) finanziate e strumentalizzate le componenti della destra reazionaria del paese, esasperati i contrasti sociali e generazionali in atto, mimate organizzazioni di colpi di Stato o proclamazioni di uno "stato di emergenza" e quant'altro.
È questa la cosiddetta "fase autoritaria" che ispiratasi alle strategie atlantiche della "guerra non ortodossa", come certe risultanze processuali hanno mostrato, ha trovato nel nostro paese disponibili a coprirla, se non a collaborarvi anche semplicemente depistando le indagini, strutture di intelligence (che nonostante ogni possibile divergenza tra di loro erano gerarchicamente subordinate agli alti vertici di comando della NATO: non può quindi parlarsi di "servizi deviati"!), consorterie massoniche (ed anche qui, nonostante divergenze e rivalità che queste consorterie hanno sempre manifestato, è ben noto che, nei momenti essenziali e decisivi, esse sono rispettose delle direttive dell'Alta Massoneria: quindi non può parlarsi di "massoneria deviata"!), nonché ambienti del neofascismo, che meglio sarebbe definire del "destrismo", da sempre attestati su posizioni visceralmente anticomuniste e ultra atlantiche e spesso risultati collusi con i "servizi", sia interni, che internazionali.
- Un secondo periodo stragista (1974-1980), che è seguito poi al primo, scaturito anche dal venir meno di precedenti strategie e quindi coperture, con il conseguente determinarsi di "variabili impazzite" rimaste allo sbando (non si cambiano repentinamente strategie, coperture e protezioni, senza conseguenze), ma sostanzialmente utilizzato per spostare su sponde progressiste e neoradicali tutta la cultura e la composizione sociale del paese in vista di una omologazione modernista e mondialista dell'Italia.
La semplice osservazione su "a chi ha effettivamente giovato", questo secondo periodo stragista, è di per sé stesso una risposta eloquente ed evidente.
Insomma, due periodi che, nelle loro date, da noi così semplificate, presentano anche periodi transitori (1971-1974) che si sovrappongono, pregni di strategie, indirizzi inquisitori di segno opposto ed eventi imprevedibili di dubbia natura. Ma nonostante questo, le date importanti della strategia delle tensione, sono sostanzialmente due:
- i periodi precedenti e susseguenti al giugno del 1967 quando si attuò l'aggressione bellica di Israele agli arabi (guerra dei sei giorni), ponendo sotto pressione ed in stato di crisi il sud Europa ed il Mediterraneo. Periodo nel quale, ad ogni costo, bisognava evitare qualsiasi iniziativa divergente dallo stretto atlantismo dei governi dell'epoca (Golpe dei Colonnelli in Grecia e destabilizzazione violenta del nostro paese).
- Il periodo che inizia a ridosso degli accordi di Camp David, autunno 1974, quando dopo la "strana" guerra del Kippur, Israele si poté considerare oramai militarmente e strategicamente sicuro nell'area mediorientale e quindi, pur perdurando in Italia la necessità di uno stretto atlantismo, veniva però meno la necessità di utilizzare lo stragismo ai fini di una "imbalsamazione" del sistema politico. Questo periodo, dopo che nel novembre del 1970 era morte De Gaulle, è segnato anche dalla data post estate 1974, quando con il Watergate in USA, determinate Lobby e consorterie scalzarono definitivamente tutti i vecchi assetti dell'amministrazione americana e ristrutturarono le intelligence statunitensi, ed i cui contraccolpi sul piano internazionale consentirono di dare definitivamente via libera a strategie di stampo progressista con la liquidazione, sia pure in tempi diversi, degli Stati apparentemente più reazionari e conservatori, oramai non più necessari (novembre 1973: caduta del regime dei Colonnelli in Grecia; aprile 1975: rivoluzione dei Garofani Rossi in Portogallo; novembre 1975: morte di Franco e inizio della liquidazione del franchismo in Spagna, ecc.).
In tal modo, in Italia, si determinava la riscossa delle forze progressiste, il ribaltamento delle responsabilità dello stragismo (oramai non serviva più addebitarlo ai "rossi" e agli anarchici), il tutto dietro una sottile regia tesa al "rinnovamento" graduale in senso progressista dell'Italia (pur perdurando, a causa di Jalta, il divieto americano per il PCI di entrare nell'area governativa).
Ora le bombe potevano e dovevano scoppiare, e scoppiarono infatti, ma per conseguire altre finalità.
Nonostante che, non a caso, spesso mandanti ed esecutori delle stragi, non sono stati individuati, è indubbio che le bombe sono comunque esplose ferendo, mutilando o assassinando degli italiani, gente innocente, ed è altrettanto indubbio che, volenti o nolenti, in qualche modo si è creato nell'immaginario collettivo il luogo comune che fascista vuol dire reazionario, filo americano, che fascista vuol dire bombarolo.
Le collusioni con gli americani, da parte del neofascismo destrista, che a nostro avviso nulla centra con il fascismo, retrodatano a molti anni addietro quando, a ridosso del 25 aprile 1945, certi esponenti e reduci della RSI intesero collaborare con l'OSS americano, magari per riciclarsi nel dopoguerra come anticomunisti ed antisovietici.
Quel che ne seguì è noto: l'impiego di questi neofascisti per operazioni sporche in Sicilia (un area geografica al tempo determinante per gli americani nello scacchiere mediterraneo); l'utilizzo di ex ufficiali della Decima Mas per aiutare i sionisti nella nascita del loro Stato; la partecipazione a servizi e strutture coperte che gli americani predisposero in Italia; la nascita del partito più reazionario, conservatore e ultra atlantico del panorama politico italiano (il MSI) con le sue appendici, cosiddette extra, che in definitiva non erano altro che il MSI fuori dal MSI.
Questo ambiente, se non se ne è reso conto, non solo ha tradito gli ideali del fascismo repubblicano, ma sopratutto ha tradito gli interessi del paese, perché sarebbe stato dovere di ogni fascista impegnarsi e lottare contro qualunque restaurazione liberista e reazionaria richiesta dai vincitori e soprattutto contro gli occupanti anglo americani che ci avevano colonizzato e imposto pesanti clausole di subalternità, anche militare, mai revocate.
Tempo addietro i veri fascisti repubblicani, quelli della Federazione Nazionale Combattenti della RSI affermavano giustamente che se il MSI era il fascismo allora, paradossalmente, non si poteva che essere antifascisti!
Rispetto alla strategia della tensione proprio gli ex combattenti della FNCRSI affermarono anche:
«Comunque sia, coloro i quali, a qualsiasi titolo e con qualsiasi ruolo, aderendo alle tesi della c.d. "guerra non ortodossa", di chiara matrice statunitense e assumendo la strage come strumento di lotta politica, si sono posti al servizio di una potenza straniera e hanno partecipato o invitato altri a partecipare alla strategia della tensione, tesa ad una maggiore soggezione del popolo italiano ad interessi stranieri, sono condannabili ai sensi del codice militare di pace. Privi di ogni qualsivoglia idealità politica e di dignità morale, essi si sono rivelati affatto alieni da quelle leggi, che, come notò Pericle, "Senza essere scritte, recano come sanzione universale il disonore"». (Marzo 2000 - Il Comitato Direttivo della Federazione Nazionale Combattenti Repubblica Sociale Italiana).


15/01/2010


tribuna

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003