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Tribuna 2009
Pensieri e parole in libertà fra tentazioni neotemporali e vulgata
antifascista
SAVINO E LO SPIRITO FASCISMO-FOBICO DEI CATTO-TRADIZIONALISTI
di Caile Vipinas
A fructibus eorum cognoscetis eos
(Dai loro frutti li riconoscerete)
Mt. 7, 16.
Domenico Savino, che conosciamo per i suoi numerosi e fecondi
interventi nel benemerito sito di Effedieffe, è sicuramente
apprezzabile per il suo acume culturale e per la sua verve critica
documentata e costruttiva. È per questo motivo che siamo rimasti
profondamente stupiti nel leggere i tanti luoghi comuni e le troppe
mezze verità storiche che ha scodellato al popolo dei lettori di
Effedieffe nel suo articolo Fini e lo spirito della storia, in buona
parte condivisibile per quanto attiene all’ambigua figura del
presidente della Camera. Un goffo e affannoso slalom tutto
sanfedista fra i tornanti della storia, della teologia, della
filosofia e della politica, al quale può solo plaudire qualche
estroso fan dello Stato confessionale. Un minestrone rancido e
indigesto, soprattutto per i poveri catto-destri, siano essi di
provenienza ex-missista o, più direttamente, cattolici tradizionali.
I poverini hanno visto in un colpo solo vacillare, secondo la sua
suggestiva analisi storica, tutte le loro “certezze”
storico-politico-religiose riguardanti il binomio Mussolini/Fascismo
in rapporto con il Cattolicesimo e Santa Romana Chiesa. Non vogliamo
entrare qui nel merito degli avvenimenti del 1929 (spazio, tempo e
luogo non ce lo consentono) che portarono al Concordato con il
Vaticano, l’unico indiscusso beneficiario di tali Patti. Infatti i
frutti velenosi di quella che fu esclusivamente un’operazione
politica (indubbiamente necessaria in quel contesto
storico-politico, sia per lo Stato italiano che per la Chiesa
cattolica), sono al giorno d’oggi ampiamente riscontrabili non solo
negli scandalosi privilegi economici di cui gode attualmente uno
Stato straniero come il Vaticano (alla faccia dei tartassati
contribuenti italiani!) bensì anche a causa delle ripetute e
fastidiose ingerenze clericali nella politica nazionale e
internazionale dell’odierna colonia Italia. Ma questa è un’altra
storia. Ci preme invece qui sottolineare, seguendo il filo
dell’analisi storico-politica del Savino, che essa sembra
oggettivamente ricalcare la vulgata catto-sinistra su Mussolini e il
Fascismo, oggi unanimemente imperante in ambito clericale, in primis
nella faziosa lobby della CEI (basta solo leggere certa stampa
“illuminata” come Avvenire o il settimanale politico Famiglia
Cristiana) e nelle organizzazioni del parassitismo
catto-giudaizzante: dalle ACLI (eh, sì, proprio la stessa
organizzazione di cui tanto si parlò nella famosa enciclica del
1931, Non abbiamo bisogno, un documento che aveva tentato di
giustificare l’ingiustificabile, vale a dire le ingerenze e le mene
di certe “associazioni religiose” mirate al boicottaggio della
politica educativa del Regime nei confronti della gioventù italiana,
in spregio alle stesse disposizioni concordatarie in materia. Un
“vizietto”, quello dell’intrigo, che si manifesterà in tutta la sua
evidenza, 12 anni dopo, nella dinamica degli avvenimenti che
portarono al 25 luglio e all’8 settembre, fino all’aperta ostilità
vaticana nei confronti della RSI) alla Caritas (la multinazionale
doc dell’accoglienza a tutti i costi, ma esclusivamente su suolo e
con pecunia italiani); dalla onnipresente e onnipotente Comunità di
S. Egidio (soci fondatori alcuni “rivoluzionari” sessantottini della
sinistra al caviale) giù giù fino ad arrivare a certi circoli
parrocchiali, sensibilissimi alla promozione di viaggi-studio in
quel di Auschwitz, in ossequio alla nuova Holocaustica Religio, che
in un futuro non troppo lontano soppianterà probabilmente lo stesso
cattolicesimo.
Il primo conato fascismofobico che abbiamo riscontrato riguarda la
concezione fascista dello Stato, dal Savino tanto biasimata per la
sua visione totalitaria. Una visione che era scaturita dal genio
politico-filosofico di Giovanni Gentile. In antitesi al liberalismo
individualistico e al socialismo marxista massificante, che proprio
il Sillabo evocato dal medesimo Savino aveva condannato (fuori luogo
ci sono sembrate le allusioni dell’autore riguardo ad un’inclusione
del Fascismo nell’elenco degli errori “se il Sillabo avesse visto la
luce nel 20° secolo”; la storia, per sfortuna del Savino, prescinde
sempre dai “se” e dai “ma”), il grande filosofo siciliano aveva
propugnato il rivoluzionario concetto di Stato di Popolo. Alla
mendace ed utopica libertà sostenuta dal liberalismo reazionario, lo
stato popolare fascista contrapponeva l’uomo come entità sociale,
sopprimendo ogni forma egoistica di individualismo esasperato e di
particolarismo antisociale (tutti “valori” questi ultimi che
costituiscono al giorno d’oggi l’apoteosi dell’homo oeconomicus,
nell’era del dominio incontrastato del capitalismo apolide e del
mondialismo iperliberista), per una fattiva partecipazione, sia
economica che giuridica, dei lavoratori alla gestione delle aziende.
Lo Stato fascista completerà, nel momento più drammatico della sua
esistenza, la sua rivoluzione sociale con la socializzazione dei
mezzi di produzione. Il lavoro è concepito come soggetto
dell’economia e non più come merce sottomessa al capitale, secondo
il pensiero reazionario e oscurantista della scuola liberale. Per
Mussolini il socialismo reale, fine storico del Fascismo, era quello
racchiuso nei principi della socializzazione, che avrebbero
scavalcato le stesse teorie marxiste, ancora prigioniere della
logica capitalista, in quanto il barbuto ebreo di Treviri non aveva
compreso l’importanza della liberazione spirituale del lavoratore
dalla schiavitù economica del salario (vd. G. Zachariae, Mussolini
si confessa, Milano 2004). Bastano solo questi pochi esplosivi
concetti rivoluzionari - oggi più che mai validissimi nello stato di
soggezione in cui versa il mondo del lavoro e della produzione,
tanto che persino governo e sindacati nostrani blaterano ora di
partecipazione dei lavoratori nelle aziende, guardandosi però bene,
ovviamente, dal citare la “fonte” (altro che “Fascismo oggi superato
e impresentabile”, caro Savino!) - per far capire anche ai più duri
di comprendonio la differenza abissale che corre tra il destrismo
post-fascista ex-missista (compreso quello satellitare cd.
extraparlamentare, tanto passato quanto presente, sempre e comunque
funzionale al sistema), reazionario, oscurantista, filo-atlantico,
filo-sionista, liberista, filo-clericale e neoradicale al contempo,
in una parola genuinamente antifascista, e l’eredità schiettamente
rivoluzionaria della Repubblica Sociale Italiana (la sua
collocazione a sinistra e la sua caparbia lotta contro il
capitalismo, considerato il nemico principale dei popoli, era in
netta antitesi con tutti gli altri movimenti e governi
pseudofascisti europei), consegnata alla posterità attraverso il
luminoso sacrificio dei suoi capi, dei suoi gregari e dei suoi
volontari in armi, raro esempio di coerenza, di fedeltà e di onore
(chi volesse approfondire consigliamo: http://fncrsi.altervista.org).
Da piazza S. Sepolcro a Salò, attraverso il lungo periodo che vide
il compromesso con le forze conservatrici e industriali (diverse
erano le anime che vivevano all’interno dello stesso movimento
fascista delle origini: liberali, monarchiche, cattoliche,
massoniche, nazionaliste, etc.), compromesso necessario alla
costruzione della nuova Italia, in cui fu comunque sempre Mussolini,
servendosi del suo fiuto e del suo pragmatismo politico, a dirigere
la barca (il 2 ottobre del 1925 la Confindustria capitolò di fronte
alla pretesa mussoliniana di riconoscere nella Confederazione delle
Corporazioni fasciste, e nelle organizzazioni sue dipendenti, la
rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici), il Duce non
perse mai di vista gli ideali del socialismo nazionale che trovarono
poi attuazione pratica nell’economia socializzata della RSI. Questo
fil rouge socialista, che unì il pensiero e l’opera del
rivoluzionario di Predappio durante tutta la sua vita, ebbe il suo
pathos emozionale nell’assemblea socialista milanese che, il 24
novembre del 1914, aveva decretato la sua espulsione dal partito (il
15 novembre aveva visto la luce per la prima volta nelle edicole “Il
Popolo d’Italia”, che ebbe un successo clamoroso). Così arringava la
platea socialista il tribuno Mussolini: “Voi credete di perdermi.
Voi vi illudete. Voi mi odiate perché mi amate ancora. Sono e
rimarrò un socialista […] Non è possibile tramutarsi l’animo. Il
socialismo entra nella carne […] (cfr. R. De Felice, Mussolini il
rivoluzionario, 1883-1920, Torino 1995, pp. 277-279). Così chiudeva
la sua epopea socialrivoluzionaria nella RSI: “La politica interna
dell’Italia sarà caratterizzata dalla metodica ed equa applicazione
della legge sulla socializzazione […] Non mi lascerò arrestare da
nessuno nel mettere in pratica tali leggi […] Tutte le forze
capitalistiche del mondo si riuniranno per impedire con ogni mezzo
la realizzazione del mio piano. Prevedo di dover combattere una
battaglia quale mai ho combattuto nella mia vita. […] L’unione dei
lavoratori sarà una forza contro la quale dovranno infrangersi tutti
i tentativi della reazione capitalista”.
Con buona pace dei “voltagabbana ideologici” dal Savino imputati a
Mussolini!. Semmai fu proprio il voltafaccia clericale a
caratterizzare inconfutabilmente in negativo la figura della Chiesa
in modo particolare durante la RSI (molto interessante in proposito
è l’acutissimo, recente studio del giovane ricercatore Jacopo
Barbarito, Un rapporto a metà. Chiesa e Repubblica Sociale.
1943-1945, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2009). Al di là della
ipocrita scusa che la Santa Sede accampò per il mancato
riconoscimento della Repubblica del Nord (il Vaticano affermava
falsamente di non riconoscere mai diplomaticamente uno Stato a
maggioranza cattolica in tempo di guerra. In verità la Chiesa non
solo aveva riconosciuto le Filippine, nazione a maggioranza
cattolica liberata dal dominio USA dai soldati giapponesi, bensì
aveva fatto la stessa cosa nel 1940 con il governo francese del
generale De Gaulle durante il suo esilio a Londra), di estrema
gravità fu il suo scellerato tentativo (sicuramente poco cristiano)
di far trattare separatamente la resa dell’esercito germanico con
gli alleati, misconoscendo del tutto i combattenti della RSI. Come
ha argutamente osservato il Barbarito “se tale operazione fosse
andata in porto, a guerra finita i soldati in grigioverde sarebbero
stati considerati alla stregua di banditi, senza tutela alcuna da
parte del diritto internazionale”. Mentre il “pagano” e
“mangiapreti” Mussolini, dunque, manteneva fede ai Patti
Lateranensi, continuando a riconoscere la congrua per i sacerdoti
che esercitavano la loro missione sul territorio della Repubblica
(l’ordine del Consiglio dei Ministri della RSI, in data 16 aprile
1945, cioè pochi giorni prima della catastrofe finale, non solo
confermava la corresponsione della congrua al clero, ma la estendeva
anche agli ecclesiastici sfollati dalle province occupate dagli
alleati), le gerarchie ecclesiastiche auspicavano l’arrivo dei
“liberatori” anglo-americani, incitavano i giovani alla diserzione e
fraternizzavano cristianamente con le bande partigiane. Ci volle
l’onestà intellettuale di un nemico del Fascismo e dell’Italia come
il generale Dwight David Eisenhower per riconoscere che la resa
dell’Italia fu uno sporco affare e che i termini del vergognoso
“accordo” non sarebbero stati resi pubblici per almeno dieci anni
dalla conclusione del conflitto mondiale (“[…] but Ike said it was a
crooked deal and that the document would not become public possibly
for ten years after the war[…]”. Cfr. Harry C. Butcher, My three
years with Eisenhower. The Personal Diary of Captain Harry C.
Butcher, USNR Naval Aide to General Eisenhower, 1942-1945, New York,
Simon and Schuster, 1946, p. 405).
31/10/2009