LIBRI 2008

 

LA LEGIONE STRANIERA DI MUSSOLINI

 

 

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È con piacere che recensiamo un nuovo libro di Stefano Fabei, storico e ricercatore di Passignano sul Trasimeno, amico di Viaroma100.net e non nuovo a conferenze tenute anche nell’aretino. Ellezeta Il suo lavoro scava nelle realtà meno note o sottaciute del 900 ed in particolare sul coinvolgimento dei popoli europei e del Mediterraneo nel II conflitto mondiale. I luoghi comuni acquisiti dalla propaganda ufficiale tengono nascosti infiniti aspetti che possono invece chiarire quali furono i motivi scatenanti di quel conflitto. Approfondirli può invece meglio spiegarci perché dal 1945 le guerre ed i conflitti si sono moltiplicati e perché a pochi chilometri da noi popoli semisconosciuti chiedono spazio e riconoscimento. Fabei scrive sui volontari stranieri che si schierarono con l’Asse e, certamente, tra le pagine poco note della partecipazione italiana al Secondo conflitto mondiale c'è quella relativa ai volontari stranieri che, inquadrati in vario modo nelle Forze Armate, combatterono per la causa del fascismo e dell'Asse, ma non solo. Uomini provenienti da aree diverse e spinti da diverse motivazioni. Per gli arabi e gli indiani si trattò di passare dalla condizione di prigionieri a quella di membri del primo nucleo dell'esercito di liberazione dei propri Paesi. Nel caso dei serbi ortodossi, schierarsi al fianco del Regio Esercito fu, dopo lo smembramento della Jugoslavia, una scelta imposta dalla necessità di difendersi dalla politica persecutoria dei croati cattolici. Se per i cosacchi, i croati e gli sloveni determinante fu la scelta ideologica della lotta al comunismo, per i dalmati e i maltesi combattere sotto il tricolore significava scrivere con il sangue un'altra pagina del Risorgimento italiano. Le storie, fatte di sogni e delusioni, di eroismi e atrocità, della "legione straniera" di Mussolini vengono ricostruite e raccontate sulla base di una vasta documentazione


Perugia - A proposito di islamismi eredi del fascismo…
Chi volesse conoscere gli storici legami intercorsi tra il fascismo, o meglio i fascismi, e l’Islam e approfondire una materia che – come osserva Ennio Caretto nel suo articolo “Islamisti eredi del fascismo. E del comunismo” recensendo, sulla pagina culturale de “Il Corriere della Sera “ del 9 luglio 2008, un libro intitolato Icona del male, sottotitolo Il muftì di Hitler e la nascita dell’Islam radicale (Random House) – divide trasversalmente storici conservatori e liberal, troverà in libreria un testo, edito in questi giorni da Mursia, La «Legione straniera» di Mussolini, che nella prima parte affronta l’avvincente storia degli arabi (e degli indiani, molti dei quali di fede islamica) arruolati da Mussolini durante la Seconda guerra mondiale per combattere contro la Gran Bretagna e i suoi alleati. Quest’opera, che già dal titolo evidenzia il suo carattere di studio militare, ha il pregio di inquadrare anche dal punto di vista storico, politico e ideologico, i legami tra i totalitarismi italiano e tedesco e il mondo arabo e musulmano prima e durante la il conflitto.

La «Legione straniera» di Mussolini, di Stefano Fabei, che costituisce, a quanto sappiamo, anche la prima storia del collaborazionismo con l’Italia fascista di arabi, indiani, maltesi, serbi, croati, ecc., va ora ad aggiungersi alla trilogia che Mursia ha iniziato a pubblicare nel 2002, quando, un anno prima che l’intellettuale «neoliberal» Paul Bergman, autore di Terrore e liberalismo, denunciasse la parentela tra estremismo islamico, fascismo, nazionalsocialismo e franchismo, dette alle stampe Il fascio, la svastica e la mezzaluna, un’opera in cui Fabei racconta i rapporti che, negli anni Trenta-Quaranta del XX secolo, l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler instaurarono con alcuni movimenti di liberazione arabi e islamici del Terzo Mondo, rivelando a un pubblico non più soltanto specialistico, come molti esponenti nazionalisti nordafricani e mediorientali si fossero schierati al fianco dell'Asse sia per una sorta di «simpatia» ideologica – che pure in certi casi fu effettivamente riscontrabile – sia allo scopo di ricevere concreti aiuti, finanziari e militari, per la lotta di liberazione dai colonialismi francese e britannico.

La questione – che, come scrive Caretto, riaccende l’aspro dibattito sulla possibilità o meno di utilizzare a proposito il controverso termine islamofascismo – è molto interessante sotto il profilo storico e anche d’estrema attualità, non solo perché poco prima dei falliti attentati di Londra, il ministro degli Interni inglese, John Reid, allarmò i suoi interlocutori contro la minaccia di terroristi islamici che a suo giudizio «potrebbero essere definiti fascisti», ma anche a causa delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, il quale ha testualmente dichiarato che il suo Paese è in guerra contro i «fascisti islamici», fra cui il presidente iraniano Ahmadinejad. Per la verità la discussione sulla minaccia dell’islamofascismo risale, fa notare Caretto, agli anni Sessanta e Settanta.

Per approfondire e mettere a punto con rigore storico questo argomento è particolarmente utile la trilogia di Stefano Fabei pubblicata da Mursia, il primo volume della quale (Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Mursia, 2002) è stato di recente tradotto e diffuso in Francia: Le faisceau, la croix gammée et le croissant, Édition Akribeia, Saint-Genis-Laval, 2006. Con Una vita per la Palestina, storia del Gran Mufti di Gerusalemme, (Mursia, 2003) e Mussolini e la resistenza palestinese, (Mursia, 2005), opere che hanno la presentazione di storici del colonialismo e dell’Islam come Angelo Del Boca e il recentemente scomparso Sergio Noja Noseda, Fabei, attingendo alla documentazione conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato, quelli del ministero degli Affari Esteri e dello Stato Maggiore dell’Esercito, nonché ad altre fonti italiane e straniere, ha acquisito una solida reputazione di acuto e attento studioso dei fatti accaduti nel Vicino e Medio Oriente nel corso del Novecento.

La trilogia ha il merito di offrirci un quadro vasto, preciso e dettagliato, delle «relazioni pericolose» tra i regimi totalitari e gli ambienti nazionalisti e musulmani dell’araba, dal Marocco fino all’Iraq e alla Palestina. Grande regista di quest’alleanza il Gran Mufti di Gerusalemme.

Nel primo volume lo storico umbro indaga sulla formazione e sull’ideologia degli alleati arabi dell’Asse prima e durante la Seconda guerra mondiale, sulle loro relazioni con l’Italia e la Germania; ci informa sul fascino che l’Islam esercitava su Hitler e Mussolini, sul sostegno di Roma e Berlino alla causa araba, sulle migliaia di volontari musulmani delle repubbliche islamiche dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia che si arruolarono nella Wehrmacht e nelle Waffen SS per combattere le forze comuniste agli ordini di Stalin e di Tito. Una particolare attenzione è rivolta, in questo volume, oltre che al Gran Mufti di Gerusalemme, ad altri leader arabi fra i quali l’iracheno Rashid Alì al-Kaylani, il tunisino Habib Bourguiba, gli egiziani Abdel Nasser e Anwar Sadat, i siriani Shakib Arslan, Antun Saadeh e Michel Aflaq, fondatore quest’ultimo del partito Baath.

Con Una vita per la Palestina Fabei ci ha proposto un’opera sul padre fondatore del movimento nazionale palestinese, Amin al-Husayni, argomento del testo recensito da Ennio Caretto: un uomo dalla forte personalità e, proprio per questo, soggetto a contrastanti giudizi storici, prima e dopo la sua morte (Beirut, 4 luglio 1974). In questa biografia l’autore ricostruisce anno dopo anno – con molti curiosi particolari e contestualizzando sempre i fatti – la vita e l’opera del Gran Mufti di Gerusalemme: un’esistenza densa di avvenimenti e contatti diplomatici a tutti i livelli. Fabei porta all’attenzione del lettore, anche quello poco smaliziato sull'argomento, le lotte sempre attuali per l'indipendenza della Palestina, con il tragico corollario di contrasti, sangue e stragi tipiche dei nostri giorni, oltre che di quelli passati.

Leader quasi incontrastato, ma certo discusso, nel bene e nel male, dei palestinesi prima dell’emergere di Yasser Arafat, il Gran Mufti emerge come un uomo dai mille volti, spregiudicato nelle varie fasi della sua vita tanto da cercarsi alleati in tutte le direzioni a seconda del momento: da Mussolini a Hitler, da Nasser a re Hussein di Giordania, da Malcom X a Chou En-Lai.

Il Mufti viene rappresentato da Fabei anche come simbolo di una stagione molto più lunga della sua esistenza terrena; l’autore infatti afferma che «non c'è quasi nulla della dottrina dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e nella Carta del Consiglio Nazionale Palestinese che non sia stato già concepito da lui o da lui, indirettamente, ispirato». Questo capo politico e religioso – alcune posizioni del quale erano per molti aspetti simili a quelle dei Fratelli Musulmani, di Hamas e dell’Hezbollah, dello sceicco Ahmed Yassin e di Hassan Nasrallah – è, insieme al Duce, anche il personaggio centrale del terzo volume della trilogia, Mussolini e la resistenza palestinese, in cui, dopo aver ricostruito la nascita e lo sviluppo del nazionalismo arabo, di questo palestinese e del sionismo, Fabei ci informa – abbattendo un pregiudizio politico consolidato, quello per cui sarebbero state sempre e soltanto le forze «di sinistra» ad appoggiare la causa palestinese – come tra il 1936 e il 1938 l’Italia versasse al Mufti, leader della rivolta contro la Gran Bretagna e i sionisti, oltre 138.000 sterline (ai valori attuali circa 10 milioni di euro)..

Veniamo così a conoscenza di come questo contributo fosse stato deciso dal Duce non solo a sostegno del nazionalismo arabo e in funzione antibritannica, ma anche in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo, e per non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi. Scopriamo inoltre che il nostro ministero degli Esteri decise anche l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di armi e munizioni in principio destinate al Negus ma acquistate in Belgio dal Servizio Informazioni Militari; la consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi dopo il loro prelevamento dagli italiani, non ebbe tuttavia mai luogo. In questa terza parte della sua ricerca Fabei ricostruisce così una pagina spesso volutamente ignorata della nostra politica mediorientale negli Anni Trenta, quando «l'Italia fu il primo Stato europeo a sostenere in modo concreto la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terrasanta».

L’appoggio fascista alla grande rivolta palestinese fu offerto anche in vista di obiettivi geopolitici difficilmente comprensibili senza far riferimento al contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la massiccia immigrazione ebraica, determinata dall'avvento al potere di Hitler in Germania ma anche rispondente ai progetti sionisti, l'equivoca azione della potenza mandataria in Terrasanta, la volontà italiana di ricorrere a ogni mezzo per esercitare pressioni sull'Inghilterra e giungere con essa a un accordo generale.

L’opera di Fabei – scrupolosamente annotata, dotata di un utile glossario di termini arabi e di una copiosa bibliografia di riferimento – è utile non solo per conoscere un particolare aspetto del fascismo, del nazismo e della loro politica estera, ma anche per comprendere l’attualità del Medio Oriente e le radici dell’attuale scontro tra una parte dell’Islam e l’Occidente.

 

Ellezeta

 

03/09/2008


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