LIBRI 2010


Piero Buscaroli

 

Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento

 

Mondadori, 2009, 521 pagine, 24,00 euro - Acquistabile su Unilibro

Di Piero Buscaroli, genero di Franz Pagliani (primario chirurgo e giudice speciale a Verona), è nelle librerie "Dalla parte dei vinti - Memorie e verità del mio Novecento", Mondadori, p. 522 € 24. Dal risvolto di copertina: " Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo dal crollo del fascismo e dalla fine del secondo conflitto mondiale, siamo davvero convinti di sapere come andarono effettivamente le cose? Il tanto discusso dopoguerra italiano può considerarsi concluso? Piero Buscaroli, musicologo, scrittore e giornalista, ha deciso di aprire la sua valigia di carte, documenti inediti e ricordi... L'interpretazione di eventi come la congiura del 25 luglio, la dissoluzione militare e civile dell'8 settembre, l'occupazione tedesca e i crimini dei vincitori, ci restituisce l'immagine di un Buscaroli schierato a vita, cittadino coatto di una ex nazione... Per Buscaroli il revisonismo delle verità osteggiate e sepolte dal pregiudizio ideologico, si è fatto imperativo morale, mentre lo spirito di contraddizione da cui si sente mosso, diventa strumento essenziale di libertà... In una felice mescolanza di cronaca giornalistica e di documento storico, "Dalla parte dei vinti" riesce a unire alla scrupolosa ricostruzione di fatti decisivi dell'ultimo cinquantennio (tra cui i nefasti della strategia della tensione n. d. r.) il ritmo appassionato del pamphlet politico.Che farà discutere." Se vi può far piacere, Buscaroli scrisse a Gianfranco Fini: "Sei proprio un maiale, e Via della Scrofa è il tuo indirizzo appropriato... Ti maledico in nome dei Morti e dei Vivi."
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Zibaldone d’un secolo baro vissuto dalla parte dei vinti

Avviso alle anime belle. È meglio che questo libro non lo leggiate. Non troverete il buonismo, il solidarismo mellifluo, gli atteggiamenti tartufescamente «super partes», la fatidica «memoria condivisa». Alla soglia delle sue ottanta stagioni, Piero Buscaroli con Dalla parte dei vinti - Memorie e verità del mio Novecento (Mondadori, pagg. 505, euro 24, nelle librerie domani) riscrive la storia della propria vita e della vita italiana del secolo scorso. È un libro caparbio, sincero, che non teme di essere sgradevole, fatto di tante staffilate e di poche, pochissime carezze. Un libro di parte? Sì, la parte dei vinti. Brillante inviato del Borghese, commentatore del Giornale, direttore del Roma di Napoli, coltissimo musicologo, autore di opere biografiche su Bach, Mozart e Beethoven che sono altrettante pietre miliari, Piero Buscaroli ricompone in questo libro la trama dei ricordi e delle migliaia di carte, articoli, appunti, taccuini, lettere che hanno intessuto la sua esistenza per dare alle stampe quello che a qualcuno potrebbe apparire un raffinato Zibaldone fra storia e memoria, musica e letteratura, e che invece è una dichiarazione di guerra. Lo ebbe a dire lui stesso comparendo in televisione nel 2005 accanto a Giuliano Ferrara nel sessantennio del 25 aprile. Alla solita domanda sulla sua appartenenza politica rispose: «Non mi considero un “reduce”, un “orfano di Salò”, sono un superstite della Repubblica Sociale Italiana in territorio nemico». Aveva tredici anni, Piero Buscaroli, quando prese le armi sull’esempio del padre, il professor Corso Buscaroli, colto latinista, che ritenne giusto schierarsi dopo lo sfacelo dell’8 settembre, divenne reggente del fascio repubblicano di Imola e per questo scontò, a Liberazione avvenuta, anni di carcere antifascista. Prese le armi (idealmente perché l’età non gli consentiva ancora di indossare la divisa della Rsi) dopo che il 4 novembre 1943 era stato ucciso il primo fra gli assassinati della guerra comunista, il seniore della Milizia Gernando Barani, fulminato con tre colpi di pistola a Imola, mentre tornava a casa in bicicletta. Primo di una lunga serie. Le armi Buscaroli non le ha mai deposte: ha visto cadere uccisi negli anni orribili 1943-1945 giovanissimi amici e persone della sua famiglia, ha visto il padre morire precocemente per le sofferenze patite in carcere, ha vissuto il dopoguerra e il nascere e consolidarsi della lunga menzogna resistenziale. Non si è mai riconciliato con i vincitori e in questo spirito dichiara ora le ragioni delle sue scelte politiche, culturali, morali «senza pentimenti, senza sospiri, senza lagrime». Nel libro si intrecciano le memorie della guerra europea, i sussulti del morente fascismo, gli spasimi dei Paesi prigionieri della Cortina di ferro dopo la spartizione, la tragedia vietnamita (conosciuti e narrati da inviato del Borghese), la denuncia dei crimini dei vincitori, le tante Norimberga, lo sterminio dei Cosacchi arruolati nella Wehrmacht e coscientemente sacrificati dagli inglesi. E quello che lui definisce «l’olocausto dell’aria», la distruzione delle città italiane e tedesche, il sacrificio dei civili. «Tra la resa dell’8 settembre e la fine della guerra - scrive Buscaroli - i civili italiani che persero la vita per rappresaglie tedesche furono diecimila; i morti nei bombardamenti inglesi e americani, sessantaquattromila». Forse qualcuno più informato di noi potrà anche contestargli le cifre, ma non il dato oggettivo che già Paolo Monelli aveva commentato in Roma 1943: «Il flagello distrusse in quel terribile mese (agosto ndr) più di quanto non guastarono assedi, incendi, sacchi e terremoti in mille anni». Nei documenti che costituiscono l’ossatura del suo memoriale, Buscaroli cita preziosi inediti trascurati anche da storici di fama quali Renzo De Felice (che lui taccia di superficialità), come i documenti di Franz Pagliani, nel 1943 vicesegretario del Pnf, sul doppio gioco dell’ex capo del Sim generale Giacomo Carboni, che il 23 luglio di quell’anno, due giorni prima della fatidica seduta del Gran Consiglio, cercò «di “vendere” il colpo di Stato militare a Mussolini che non credé nella sua esistenza». Quello stesso Carboni che nel periodo badogliano ebbe pesanti responsabilità nell’eliminazione dell’eroe di guerra Ettore Muti, «misteriosamente» ucciso dai carabinieri il 24 agosto 1943. La «riscrittura» del 25 luglio 1943 occupa i capitoli centrali del libro dedicati ai soggiorni dell’autore nel Giappone degli anni Sessanta e ai lunghi colloqui con l’amico barone Shinokuro Hidaka, ambasciatore a Roma e poi a Salò, l’unico che parlò con Mussolini la mattina del 25 luglio, l’unico a conoscenza della nota che lo stesso Mussolini aveva intenzione di consegnare a Hitler per ottenere uno sganciamento dell’Italia stremata dalla guerra ormai perduta. Affetto e rispetto porta Buscaroli alla memoria di Hidaka, come a quella del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwaengler, del grande giornalista Leo Longanesi, di Giuseppe Prezzolini, dell’arguta Emmy Sonnemann, vedova (ohibò) di Hermann Goering. Per molti altri sono sciabolate, da Dino Grandi al cugino Massimo Cacciari, da Indro Montanelli a Giorgio Almirante che non gli volle credere quando nel 1974 gli riferì le rivelazioni del ministro dell’Interno Taviani sulla paternità governativa degli attentati di destra e di sinistra. Gli ultimi due, bellissimi, capitoli del libro sono dedicati a Ezra Pound, conosciuto a Ravenna nel 1966: «il viso ... seghettato, lavorato, benissimo inciso come gli anni non potrebbero soli, senza la mola del pensiero, il trapano della curiosità, il rovello dell’ira, del dolore». E sono anche l’unico luogo del libro in cui Buscaroli si concede una divagazione aneddotica raccontando di come il poeta cucinasse eccellenti frittate. Per il resto, lo scrittore aborrisce il «lato umano», la conversazione conviviale «in cui il genio riesce sovente banale e brilla lo stupido di spirito». Crede solo «alla pagina, alla statua, alla tela, alla musica scritta». Ma per Ezra fa un’eccezione, quasi un delicato gesto di tenerezza, da vinto al grande vinto che «venne a vivere con noi le ultime abiezioni. Due, tre volte con noi. Gli sono grato di aver diviso con noi la discesa».

Redazione 31 gennaio 2010

http://www.ilgiornale.it/cultura/zibaldone_dun_secolo_baro_vissuto_parte_vinti/26-01-2010/articolo-id=416712-page=0-comments=1
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Piero Buscaroli, un ragazzino nella Repubblica Sociale. Quando padre e figlio si giocano il futuro. Nel libro di Piero Buscaroli "Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento", edito da Mondadori, tutto nasce nel nodo splendido del rapporto tra lui ragazzino e il padre.

Negli ultimi anni, grandi romanzi hanno affrontato la questione del rapporto tra padre e figlio. Valga per tutti lo splendido e durissimo "La strada" di Cormac Mc Carthy. Un grande scrittore si riconosce quando la materia del racconto e la scrittura divengono una cosa sola, l'impasto riconoscibile con quella paroletta quasi rettile nella sua sguscianza: lo stile. Preferisco dire: la voce. Nel libro di Piero Buscaroli «Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento», edito da Mondadori, tutto nasce nel nodo splendido del rapporto tra lui ragazzino e il padre. O meglio dal luttuoso taglio di quel nodo. Non è un romanzo -l'autore se ne guarda bene- ma è un libro scritto con una voce che conquista e trascina il lettore.
Il latinista imolese Corso Buscaroli fu condannato da una corte di partigiani per "concorso morale in omicidio", e logorato nelle prigioni dei "vincitori", morì nel '49. Non vide l'assoluzione piena che venne, solo nel '60, a ristabilire una verità giudiziaria. Ma al figlio Piero, massimo studioso di musica, autore d'opere capitali su Bach, Beethoven e Mozart, non basta la verità giudiziaria: vuole sapere cosa resta dell'esser stato da allora dalla parte dei vinti, in un destino di difficoltà e ostracismi, di malumori e menzogne della storiografia dominante. Ed è folgorante la sponda su cui arriva il gran mare di ricordi e di rivelazioni (sì, il libro è esplosivo): "Nella solitudine, spoglia di qualsiasi speranza, di chi scrive qui, la delusione non contiene l'abiura, è il solo tratto originale che rivendico".
La delusione intorno a Mussolini, alla guerra, all'Italia, a tanti bambocci che pensavano di farla grande e la condussero alla grottesca e tragica sua vicenda politica fino a qui recitata, in un crescendo di immoralità; ecco questa generale, orrida delusione non coincide, per Buscaroli, con l'abiura degli ideali che il tredicenne innamorato di suo padre sentì sorgere insieme alla passione per la "lingua" del genio in Beethoven e Bach. La domanda che rintocca fin dalle prime pagine lo accompagna e ossessiona fino alla fine: come fu che "uno studioso di cinquant'anni, ben ferrato in Virgilio e Orazio e un suo figlio di tredici, a tutto impreparato se non agli entusiasti e disordinati ardimenti, potessero insieme precipitare e giocare l'uno il suo intero passato, l'altro il suo intero e sconosciuto avvenire".
L'autore si considera "superstite della RSI in territorio nemico". E l'Italia per lui è una "ex nazione". Convocando nelle sue pagine figure di ieri e di oggi, da Salazar a Zaccagnini, da Grandi ai Marescialli tedeschi, e Prezzolini e naturalmente il suo Longanesi, e con gustose stilettate a maestri d'oggi come Magris e Mauro, qui Buscaroli offre una lettura non convenzionale della storia tra i suoi diari e la pubblica cronaca. C'è chi deve tremare, chi vergognarsi, chi fermarsi a pensare. La vita è movimento di trasformazione. Dall'amore per il padre possono venire molti guai e delusioni, ma mai venire l'abiura all'ideale che ebbe. È un libro d'amore, questo libro violento. Perciò chi come me ama dirsi italiano, senza retorica o coloritura politica, ma solo per l'amore di Dante, Petrarca, Michelangelo, Leopardi e Ungaretti, da questo impietoso ritratto che nasce dalla pietà per il padre, sente venire, ancora più estrema, l'eterna aspirazione all'Italia.
Davide Rondoni 24/1/2010


04/02/2010


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