LIBRI 2007

La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956 - di Alberto Rosselli.

 

Chi, molti anni fa, ha letto ed apprezzato il documentatissimo libro di Marzio Gozzoli “Popoli al bivio – Movimenti fascisti e resistenza nella II guerra mondiale” (ed. dell’Uomo libero), non potrà che salutare con favore l’uscita del libro di Alberto Rosselli “La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956” (ed. Settimo Sigillo- per acquisto vedere collegamento sez. libri con Ed Europa), il quale, ricollegandosi idealmente al primo, comincia da dove quest’ultimo si concludeva.

Se, infatti, il libro di Gozzoli trattava dei movimenti “collaborazionisti” dell’Asse (riconducibili, in realtà, alle più diverse estrazioni ideologiche ed operanti un po’ in tutto il mondo, ora solo con l’azione propagandistica ora anche militarmente) e terminava la sua analisi con la sconfitta di Germania e Giappone, il libro di Rosselli – limitando, peraltro, la sua ricerca all’est europeo – si occupa della sorte delle resistenze colà operanti e (ingiustamente) sconosciute, dalla finis Europae fino ad arrivare in piena guerra fredda tra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica.

Come detto, diverse furono le tendenze politiche che animarono i partigiani anti-comunisti, inquadrati in formazioni ora di chiaro stampo fascista o comunque accesamente nazionalista ora di tendenza borghese, socialista se non, addirittura, anarchica.

Il loro comune denominatore è però, ovviamente, identificabile nella duplice avversione sia verso l’imperialismo straniero (quello grande-russo e pan-slavista) sia, soprattutto, verso l’ideologia sradicante e livellatrice che esso in quel momento incarnava ed esportava sulla punta delle baionette (ossia il comunismo sovietico, votato, sin dalle sue origini, al genocidio e ad un’agghiacciante propensione all’annichilimento di tutto ciò che si opponesse al suo demoniaco tentativo di creare l’”Uomo Nuovo”).

Come già avvenuto in Russia e come sarebbe puntualmente accaduto in ogni altro paese in cui i comunisti presero il potere (illuminanti sono, al riguardo, le pagine di Ferdinand Ossendowski in “Bestie, Uomini, Dei”, ed. Mediterranee, sui crimini bolscevichi in Siberia, Asia centrale e Mongolia tra il 1920 ed il 1921), l’Armata Rossa non si limitava a “liberare” (con il suo rosario di stragi e stupri di massa) le popolazioni toccatele in sorte dopo Yalta ma, attraverso i commissari politici ed i collaborazionisti locali, tentava di cancellarne le specificità culturali, etniche e religiose: attraverso la russificazione forzata, l’espulsione di intere comunità dalle proprie terre, la distruzione di chiese e monasteri, riadibiti a granai, caserme o edifici civili, la riscrittura della storia nazionale secondo i dettami del socialismo “scientifico” e così via.

Avendo, in molti casi, già sperimentato – alla fine del primo conflitto mondiale - sulla propria pelle le “magnifiche e progressive sorti” che la Russia sovietica aveva in serbo per loro, non è difficile comprendere le ragioni per cui centinaia di migliaia di baltici, ucraini e balcanici (ma, su di un altro versante, anche di caucasici, turcomanni ed arabi) decisero di combattere a fianco dei tedeschi contro l’idra comunista (generosamente foraggiata dagli Stati Uniti).

Ed è altrettanto comprensibile che, finita la seconda guerra mondiale, la propaganda comunista (con il complice silenzio dell’Occidente) abbia avuto buon gioco a demonizzare - o, più semplicemente, gettare nell’oblio – tacciandoli sic et simpliciter di nazi-fascismo od oscurantismo reazionario movimenti di resistenza nazionale e popolare che avevano avuto il torto di cercare un modus vivendi con la Germania di Hitler per sopravvivere alla Russia di Stalin.

Non va, peraltro, sottaciuto che questo rapporto non fu quasi mai concepito dal nazismo su di un piano di parità: vuoi per diffidenza politica vuoi per pregiudizi razziali vuoi per volontà di potenza, ai partigiani anti-comunisti fu sostanzialmente impedito di costituire proprie milizie autonome se non quando le sorti del conflitto erano fatalmente compromesse.

Emblematico è il caso dell’esercito di liberazione russo – ROA - del generale Vlassov che, pur forte di mezzo milione di uomini, poté essere schierato sul fronte orientale solo nelle ultimissime settimane di guerra.

L’esercito del Reich preferì, invece, inquadrare i resistenti nelle varie Waffen SS nazionali – meglio controllabili – quando non, addirittura, combatterli ove avessero dimostrato di avere più a cuore la propria indipendenza (sia pure in un’Europa ad egemonia tedesca) che una politica espansionistica in virtù della quale la Germania assegnava loro il ruolo non tanto di alleati quanto di ascari di province dell’impero.

Accadde così, ad esempio, che i cetnici serbi del generale monarchico Mihaijlovic e l’esercito di liberazione ucraino – UPA – di Stephan Bandera dovettero spesso affrontare simultaneamente comunisti e forze dell’Asse.

Gli armamenti abbandonati in loco dai tedeschi durante la loro ritirata di fronte alle truppe sovietiche furono ben presto utilizzati dai partigiani anti-comunisti e costituirono per i primi tempi un’importante riserva militare.

Questi, inoltre, poterono contare, soprattutto in Ucraina e nei paesi baltici, sull’appoggio di gran parte della popolazione, degli intellettuali e del clero (cattolico, protestante od ortodosso che fosse).

Per contro, nell’ex Jugoslavia, in Albania ed in Romania i resistenti non riuscirono a trovare analogo sostegno né a creare un’organizzazione clandestina davvero efficiente.

Ciò nondimeno, dalla fine della guerra sino a metà degli anni ’50 , nel caso dei militanti ucraini dell’UPA o dei guardisti romeni, le unità militari anti-comuniste riuscirono a dare filo da torcere ai sovietici ed ai loro collaborazionisti, sia ingaggiando vere e proprie battaglie in capo aperto (Ucraina) sia compiendo attentati contro le forze occupanti od assalti alle loro caserme per procurarsi armi (paesi baltici).

Tuttavia, la politica repressiva e terroristica messa in atto dall’apparato poliziesco comunista fece ben presto terra bruciata intorno ai resistenti, i quali furono così costretti a vivere raminghi e disperati in condizioni d’isolamento (nei boschi della Transilvania e della Lituania o sulle cime più impervie dei Carpazi), fino all’inevitabile resa che si concludeva con la morte per fucilazione o di stenti nei gulag del settentrione sovietico.

Un ulteriore motivo del fallimento di tali “insorgenze” è, giustamente, individuato da Rosselli nel tiepidissimo sostegno militare e logistico fornito dagli anglo-americani, i quali utilizzarono, in un primo momento e sporadicamente, i partigiani anti-comunisti in funzione anti-sovietica.

La presenza, da un lato, di numerose spie nei servizi segreti inglesi (la più famosa delle quali, Kim Philby, contribuì enormemente - con i suoi complici - a sabotare gran parte delle operazioni di commandos in territorio comunista rivelandone in anticipo tempo, luogo e partecipanti) e l’accettazione, dall’altro, dell’ordine politico-militare sorto da Yalta da parte degli americani (i quali avevano interesse a che il confronto con l’U.R.S.S. si raffreddasse per lo meno in Europa e che questa rimanesse divisa tra i due blocchi) fecero sì che i partigiani anti-comunisti venissero abbandonati al loro tragico destino.

L’enorme pregio del libro di Rosselli, frutto di anni di ricerche negli archivi dei paesi est-europei, è quello di aver riportato alla memoria storica le gesta di tanti uomini e donne che, con coraggio e determinazione, affrontarono un nemico di gran lunga più potente e feroce, pur sapendo, probabilmente, in cuor loro quale sarebbe stato l’esito della loro resistenza.

E’, quindi, con estremo interesse che attendiamo che l’Autore porti a termine le sue ricerche su analoghi fenomeni resistenziali nel Caucaso e nell’Asia centrale (già, e fortunatamente, non più) sovietici, gettando nuova luce su pagine del nostro recente passato che il grande pubblico ignora a causa della faziosità ideologica o pigrizia intellettuale dimostrata, fino ad oggi, da gran parte degli storici.

Stefano Andrade Fajardo

 

07/03/2007


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