Libri

 

R e c e n s i o n e di C.R.Viola

 

STATO E SOCIALITA’

 

in un libro di Stefano Pasquale Bonifati [1]

 

         Mi disorienta l’architettura del piccolo libro fatto di capitali assai brevi che dànno il senso della smozzatura, come se si trattasse di appunti estemporanei interrotti in attesa di integrazione. Se l’A. voleva provocare questo stato di sospensione interrogativa ci è riuscito. “De gustibus” con quel che segue…

         Lasciamo stare lo stile del pensatore-scrittore che si comporta da sociologo e come tale insiste per uno Stato buono che provveda a tutto il fabbisogno dei poveri e dei nullatenenti. A tal fine esso dovrebbe dar vita a delle aziende statali capaci di assorbire la manodopera disoccupata, ma anche incrementare e controllare l’imprenditoria privata e preoccuparsi che ogni vendita sia accompagnata da uno scontrino fiscale analitico, cioè con la descrizione dei pezzi componenti la merce venduta. Senza tale scontrino, la merce sarebbe illegittima e può provocare un così profondo senso di colpa nell’acquirente fino al panico e al bisogno di disfarsi dell’incauto acquisto. Questa circostanza: del danno che può essere subito dalla psiche e dal fisico, insomma dal sistema nervoso e dallo stato mentale del consumatore, è richiamata più volte e confesso di non averla compresa. E’ più comprensibile la “correlazione fra fisco ed equilibrio psico-fisico” (pag. 34).

         A parte questo l’A. mira ad una società a misura d’uomo: respinge il capitalismo esasperato e pensa che lo Stato (sottinteso capitalista) realizzi una vera socialità; eviti che la donna abortisca per povertà (a meno che il parto non comporti un rischio per la vita della partoriente): a queste condizioni l’aborto sia vietato. L’A. non tiene conto che la causa dell’aborto non è solo quella della fame e che se il feto, come dice giustamente, è già un cittadino e come tale da tutelare (è quanto sostengo io in un saggio del 1977 [2][2] ), dimentica che entro i primi tre mesi, il diritto naturale di disporne è esclusivamente della donna e che senza questo margine la donna sarebbe simile ad un’incubatrice di Stato.

         Ancora lo Stato deve provvedere a tutte le famiglie povere (finché un suo membro non trovi lavoro), deve dare un tetto, cibo e vestiario ai nullatenenti (barboni). Tutti i cittadini – nessuno escluso – debbano “avere un reddito tale da soddisfare le proprie esigenze” (pag. 38). Deve esportare queste modalità di aiuto all’estero così provvedendo all’equilibrio dell’economia mondiale. Tutto questo trova la mia totale consonanza.

         L’A. tocca anche altri temi di scottante attualità: per esempio, quello delle carceri. Dopo essersi pronunciato contro la pena di morte (che per fortuna in Italia non abbiamo), sostiene il diritto (dal sottoscritto condiviso) dei reclusi di avere periodici incontri intimi e di incontrare periodicamente i figli (ed io direi anche i genitori).

         A proposito di droga, suggerisce l’uso della “medicina al t.h.c.”, che contiene il principio attivo dell’hascisc e della marijuana e sarebbe curativa per l’epilessia e la depressione ed aiuterebbe gli ammalati terminali. Non risparmia i temi rispettivamente dei pesticidi, degli scarichi urbani e industriali e della tassazione dei capitali sempre con parole poche ed evanescenti ovvero con il metodo che direi del “toccata e fuga”.

         Il Leitmotiv di questo testo di appunti rimane quello dello Stato interventore su cui concordo perfettamente. Ma l’A, che è certamente mosso da propositi sani ed umanitari, procede come se non conoscesse a fondo la brutalità essenziale del capitalismo, che funziona autocoattivamente anche a dispetto delle eventuali buone intenzioni di chi se ne serve, e che non può essere domato come un animale domestico proprio come una guerra non può essere trasformata in un gioco per bambini. Per fare un esempio banale, la Fiat è costretta a mettere sulla strada sempre più auto incurante dell’asfissia da motori e dell’avvelenamento dell’aria: infatti, se non produce, muore e mette sul lastrico centinaia di migliaia di gente che vive di lavoro (oggi “schiavi a piede libero”). E per indurre al consumo c’è lo strumento “criminoso” della pubblicità che ricorre alle più varie menzogne e all’effetto subliminale, questo sì davvero nocivo all’equilibrio psico-fisico a cui tiene tanto l’Autore, perché tale effetto significa che il soggetto agisce come per comando ipnotico, senza rendersi conto di quello che fa in tutta la sua portata.

         L’A. parla di “stato sociale” nel senso di condizione (welfare) ma non di Stato sociale nel senso di sistema socialista, l’unico che, se  autentico e se gestito da uomini onesti e capaci, può dare ad ognuno un potere di acquisto (come di dire di esistenza) secondo equità e bisogno. No, egregio Stefano Pasquale Bonifati, il capitalismo è e rimane un mostro non addomesticabile e comprende ben altro di quello che traspare dalle Sue parole: comprende la criminalità del possesso, della fame e dell’emulazione (quest’ultima propria della “mafia”).C’è da aggiungere la monetocrazia (che è la contabilità padronale a raggio mondiale, a cui si deve la ricorrente barzelletta dell’impossibilità di eseguire un’opera o di dare mezzi di sussistenza a chi non ne ha, “per mancanza di fondi”!).

         C’è infine l’imperialismo con il terrorismo dallo stesso prodotto e con quello “di ritorno” che l’imperialismo prende a pretesto per continuare a realizzare il proprio in nome di una non espressa pretesa di disporre (pensiamo ovviamente agli Usa) della sorte degli altri popoli e Stati solo perché più deboli o perché più appetibili se ricchi di risorse naturali. I “padroni del mondo” sono molto più intelligenti e molto più cattivi di quanto si pensi. Di una sola cosa non si rendono conto, da “pazzi di potere” quali sono: di scavare un’immensa fossa dentro cui la specie umana rischia di precipitare come in un nuovo “diluvio (tsunami)  universale.

         Il libro del Bonifati, che sostiene tra l’altro il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq (Stato, oggetto del terrorismo imperialistico appunto perché ricco di petrolio e debole sul piano militare) è utile (se è riuscito a farmi scrivere queste righe) ma spero che ne seguano altri meno vaghi e più diretti al male essenziale che tormenta l’umanità.

 

Carmelo R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale – crviola@mail.gte.it

 

11/07/2006


[1][1] Stefano Pasquale Bonifati – ALCUNE RIFORME DA PROGRAMMARE E DA ATTUARE PER SODDISFARE LE ESIGENZE PSICO-FISICHE DEI CITTADINI MONDIALI – Pagg. 70 – Gruppo Editoriale Gesualdi – Roma, gennaio 2006

[2][2] “Aborto: perché deve decidere la donna” –  Pagg. 216 - Pellegrini Editore – Cosenza


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