STORIA 2006

 

La battaglia di Lepanto

 

Paolo Possenti

 

 

Pubblichiamo l’introduzione al capitolo XXI del III volume (Gli Stati regionali) di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

 

La battaglia di Lepanto

 

Dopo la sconfitta di Prevesa gli spagnoli avevano tentato più volte di porre un freno alle scorrerie dei barbareschi del nord-Africa passando anche alla controffensiva.
Se la spedizione contro Tunisi non aveva dato grandi risultati, quella contro Algeri era stata invece un vero disastro.
Solo l'accorta politica di Andrea Doria ed i prudenti consigli dati all'imperatore, aveva evitato che l’irruenza e l’impreparazione di alcuni ufficiali spagnoli senza esperienze nelle cose navali provocasse un disastro anche maggiore.
Lo stesso imperatore aveva rischiato di essere catturato e si era dovuto ritirare precipitosamente, invano scongiurato dall’eroico conquistatore del Messico, Cortes, di resistere.
Il Mediterraneo era diventato sempre più una frontiera calda e la guerra si era trascinata latente su tutti i fronti per molti decenni con crudeltà inaudita da parte dei turchi e rappresaglie spietate da parte soprattutto degli Stati italiani che di volta in volta li avevano affrontati.
Il granduca di Toscana aveva costituito un ordine apposito quello di santo Stefano per combattere i musulmani ed aveva ottenuto dei successi notevoli.
Anche Andrea Doria negli ultimi anni della sua lunga vita aveva dedicato le sue energie migliori e la propria intraprendenza sul piano militare per cercare di contrastare e di respingere la minaccia turca e barbaresca nel Mediterraneo centrale.
Non va dimenticato infatti che la Turchia si muoveva alla testa di una poderosa coalizione.
Non solo essa poteva contare su forze di terra che reclutava nel cuore della Turchia stessa, nei Balcani e fra i popoli ancora semiselvaggi delle steppe euro-asiatiche, ma anche sulla capacità marinara delle popolazioni del Mediterraneo orientale, centrale e meridionale.
Greci, siriani, egiziani, tunisini e algerini erano arruolati volenti o nolenti sulle navi del sultano per servire come marinai e soldati.
L’impero turco aveva una compattezza sconosciuta agli Stati cristiani divisi da rivalità e sempre indecisi sulle soluzioni da prendere.
Proprio queste indecisioni e divisioni avevano causato agli spagnoli ed agli italiani gravi sconfitte.
In queste imprese sfortunate avevano lasciato la vita un gran numero di nobili e di soldati italiani, sia dei regni legati alla Spagna, che provenienti dai territori della Chiesa e del granduca di Toscana.

 

La situazione poi si era fatta insostenibile con l’ascesa al trono di Selim II.
Il nuovo sultano piccolo, brutto, dedito al vino e a varie droghe aveva però un carattere aggressivo e pugnace, ed una astuzia istintiva nelle cose politiche.
Egli aveva compreso che le divisioni fra gli italiani e le guerre di religione avevano indebolito l’Europa e decise di muovere all’attacco.
Il primo colpo lo sferrò contro quello che gli sembrava giustamente il nemico principale cioè Venezia.
La Serenissima aveva cercato negli anni precedenti di tenere una politica di convivenza pacifica con i turchi.
Rientrava del resto negli interessi della stessa economia turca quello di poter commerciare con l’Occidente attraverso Venezia e poter introdurre nuove tecniche industriali e agricole che si erano sviluppate in Occidente.
Ma le ragioni della politica e dell’ideologia avevano sempre la precedenza in uno Stato a struttura tirannica e militare, quale era sempre stato l’impero turco.
In tal modo i turchi erano ben consapevoli che solo eliminando la potenza navale veneziana e quella rete inestricabile di fortificazioni e di interessi che Venezia aveva creato nell’Egeo, avrebbero potuto iniziare con successo una nuova avanzata nei Balcani e verso l’Italia.
Finché Venezia avesse dominato il Mediterraneo i cavalieri di Malta avrebbero potuto muoversi liberamente e gli spagnoli avrebbero potuto attaccare con successo i centri musulmani dell’Africa settentrionale.
Occorreva perciò togliere di mezzo per sempre il potere di Venezia; occorreva soprattutto eliminare il suo potere sulle grandi isole di Cipro e di Candia.
Le isole Jonie poi erano una costante potenziale minaccia per la Grecia e l’Albania ormai turche e la stessa Dalmazia impediva il sospirato sbocco al mare dopo la conquista turca della Bosnia e dell’Erzegovina.
Il tentativo turco di avere una salda posizione nell’Adriatico era stato sempre rintuzzato con successo dai veneziani se pure a prezzo di terribili guerre e di perdite umane gravissime.
Quando perciò i turchi decisero di riprendere l’offensiva iniziarono con l’attacco al più lontano e al più importante dei possedimenti veneziani, Cipro.

 

Nel 1569 una flotta turca numerosissima si mosse vero l’isola ed il sultano senza tanti preamboli intimò a Venezia di sgomberare Cipro.
Il messaggio era redatto in termini brutali.
Vi si diceva: «Vi chiediamo Cipro che dovete darci per amore o per forza. Se rifiuterete, la nostra terribile spada vi colpirà e vi sarà guerra ovunque e non potrete nemmeno sperare nel vostro tesoro, perché ve lo faremo sfuggire di mano come un torrente».
Cipro stava però molto a cuore ai veneziani.
Era un centro vitale per il commercio con il Levante e produceva notevoli ricchezze.
Tuttavia il Senato veneto era desideroso sinceramente di mantenere i commerci e molti sostenevano una politica di compromesso a tutti i costi.
Tuttavia di fronte alla brutalità di questo messaggio nessuno a Venezia osò parlare ancora di pace. Così invece di rispondere ai turchi, i veneziani comandarono ad Astorre Baglioni, della famosa casata perugina (che insieme all’Umbria e alle Marche aveva dato tanti comandanti e soldati alla repubblica veneta) di prepararsi all’assalto turco.
L’esercito ottomano sbarcò in forze sull’isola, dotato di una forte artiglieria pesante, di moderne armi da fuoco e con artificieri che ormai sapevano usare armi da fuoco e polvere da mina.
Dopo un assedio di due mesi la capitale Nicosia fu presa d’assalto.
Era il 9 settembre 1570 - migliaia di cristiani vi furono trucidati e migliaia ridotti in schiavitù.
Dopo una furibonda resistenza il presidio fu sterminato fino all’ultimo uomo.
Sul bastione Podearo il comandante delle armi Francesco Palazzi di Fano, con il figlio Giovanni Maria e tre generi (!) tutti capitani, morirono con le armi in pugno facendo strage di turchi (erano quasi tutti del contado di Fano e di Pesaro).
Gli Ottomani si diressero quindi verso l’altra città cipriota che ancora opponeva resistenza, Famagosta governata da Marcantonio Bragadino.
Per spaventare i veneziani i turchi inviarono al difensore di Famagosta la testa recisa di Nicolò Dandolo, il governatore di Nicosia.
Tuttavia Bragadino non si lasciò impressionare e intensificò ancor più gli sforzi per la difesa assieme al suo fedele comandante delle armi Astorre Baglioni.
Lo sosteneva anche la speranza che le potenze cristiane potessero accorrere in suo aiuto.

 

La resistenza opposta dai difensori fu indomita e disperata e confermò ancora una volta lo straordinario valore dei soldati e marinai veneti e dei volontari arruolati da Venezia in tutta l’Italia.
Con grande valore si batterono anche le truppe mercenarie venute dal Tirolo e dalla Slavonia.
Ma disperando di poter avere rinforzi Bragadino fu costretto a capitolare.
Era rimasto con 500 uomini validi contro 50.000 turchi.
L’accordo sembrava molto onorevole.
I soldati veneziani sarebbero stati trasportati su navi turche fino all’isola di Creta e gli abitanti li avrebbero potuti seguire nell’esodo oppure rimanere.
In questo caso avrebbero potuto continuare a professare la loro religione.
Ma appena i vincitori ebbero in mano la fortezza e i reduci, quasi tutti feriti, furono disarmati, Mustafà non potè rassegnarsi al fatto che un presidio così piccolo avesse potuto opporre una tale resistenza.
Rinnegando i patti diede l’ordine del massacro.
Per dieci giorni Marcantonio Bragadin dovette subire atroci torture che sopportò con coraggio sovrumano.
Fu poi portato sulla piazza della città, denudato e scuoiato vivo.
La sua pelle riempita di paglia fu alzata per volere di Mustafà, l’infame comandante turco, in cima all’albero della capitana come macabro trofeo di guerra.
Quando Pio V seppe la tragica notizia scoppiò in lacrime.
Ma a Venezia e in gran parte d’Italia questo episodio suscitò uno scoppio di furore che indusse un numero sempre maggiore di nobili e di popolani ad arruolarsi nelle truppe che sotto l’impulso soprattutto del Papa si stava radunando sotto le insegne dei vari prìncipi cristiani.
La Santa Lega contro i turchi occorre dirlo fu una coalizione soprattutto composta da italiani.
Erano italiane le navi e le truppe mandate dallo Stato pontificio, quelle di Venezia, gran parte delle truppe di Malta, e quelle del granducato di Toscana.
Partecipavano le repubbliche di Genova e di Lucca, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, i Della Rovere di Urbino, gli Estensi di Ferrara e il duca di Savoia.

 

Per la Spagna vi parteciparono soprattutto i regni di Napoli e di Sicilia, nonché la flotta genovese di Giannandrea Doria, pagata dagli spagnoli.
Le truppe che gli spagnoli stessi mandarono sul campo erano in gran parte arruolate nel meridione d’Italia, anche se il loro comandante era il valoroso don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V.
Senza quindi togliere nulla al peso della decisione spagnola di partecipare alla Lega va ricordato che solo 12 (dodici) navi con l’intero equipaggio spagnolo erano giunte dalla Spagna su un totale di 238 navi.
Dopo una serie di gravi contrasti si riconobbe un primato d’onore nel comando a Marcantonio Colonna comandante delle navi del Papa ed un comando effettivo a don Giovanni d’Austria. Tuttavia questi era obbligato ad eseguire ciò che era stato deliberato a maggioranza dal consiglio di tre capitani.
Tale consiglio era formato dallo stesso don Giovanni, da un veneziano e da un pontificio. Comandante in capo veneziano era Sebastiano Venier e dei pontifici Marcantonio Colonna.
E fu grande fortuna per tutti che la vera direzione strategica della battaglia passasse nelle mani di un ammiraglio dell’esperienza e del valore del grande Venier.
La flotta cristiana, che si era data appuntamento nel porto di Messina, contava 202 galere, 6 galeazze e 30 navi minori.
Aveva 74.000 uomini e 1.815 cannoni.
Il piano strategico elaborato dai veneziani fu infine accettato da tutti.
Al centro dello schieramento erano destinate le sei galeazze, grosse navi da guerra veneziane, corazzate e irte di cannoni.
Questa nuova tecnica dell’impiego massiccio dell’artiglieria, ideata dal Venier, fu la chiave di volta del successo della flotta cristiana.
In questa fase dei preparativi a don Giovanni D’Austria va il merito grandissimo di avere resistito ai tentativi degli spagnoli che chiedevano di evitare lo scontro.
Don Giovanni dovette usare tutta la sua autorità per impedire la defezione di alcune navi comandate da ufficiali spagnoli.
Il consiglio dei capitani dopo aver destinato al comando dell’ala destra l’ammiraglio genovese Giannandrea Doria, affidò l’ala sinistra al veneziano Agostino Barbarigo.

 

Il centro fu affidato al romano Marcantonio Colonna, che aveva anche l’onore di alzare lo stendardo papale, e quel che più conta al veneziano Sebastiano Venier, il vero genio militare di questa battaglia.
La flotta cristiana puntò allora contro l’armata navale nemica che era apparsa nella rada di Lepanto. Con le navi barbaresche la flotta turca era forte di 282 navi, 88.000 uomini e 750 cannoni.
Al comando dei turchi era l’esperto condottiero e marinaio Kapudan Pascià.
Gli ottomani erano più numerosi e sotto un comando unitario molto più efficiente; tuttavia non erano stati al passo con la progredita tecnica militare dell’Occidente ed erano, specie sul piano dell’artiglieria navale, nettamente inferiori.
La strategia di questa battaglia si impiantò su uno schema tradizionale di combattimento ordinato allo sfondamento del centro.
Le due armate erano decise alla distruzione l’una dell’altra e animate da un odio profondo.
Gli italiani in modo particolare, che avevano dovuto subire le angherie e le aggressioni brutali delle navi barbaresche, erano veramente decisi, come traspare da tutti i documenti, a vincere o a morire. Era ben chiaro infatti ai loro occhi che cosa sarebbe successo se non avessero vinto.
Va ricordato anche che in questa battaglia fu schierata da una parte e dall’altra la più grande armata che si fosse mai vista sul mare e probabilmente per numero di uomini e di navi da una parte e dall’altra questo scontro rimane a tutt’oggi la più grande battaglia navale della storia.
Non vi furono in effetti altre battaglie navali che abbiano impiegato un numero così elevato di uomini e di navi, che abbia causato un numero più elevato di morti da una parte e dall’altra e un risultato altrettanto determinante per la storia dell’umanità.
Le due armate si avvistarono all’imbocco del golfo di Lepanto la mattina del 7 ottobre 1571.
A mezzogiorno iniziò la battaglia.
Furono le navi turche ad attaccare per prime estendendosi a forma di mezzaluna allo scopo di avvolgere il nemico, ma il progetto non potè essere realizzato perché le sei galeazze venete dell’avanguardia con le loro grosse artiglierie ruppero l’accerchiamento.

 

Fallito il tentativo turco di poter sopraffare il centro della flotta cristiana, la lotta si spezzettò e la continuità del fronte venne meno.
In più punti si crearono delle mischie furibonde e la nave ammiraglia turca che si trovava al centro cercò di lanciarsi contro quella di don Giovanni d’Austria, ma in suo soccorso venne tempestivamente quella del principe romano Marcantonio Colonna, che innalzava il vessillo di santa romana Chiesa.
Dopo una feroce mischia Ali Kapudan Pascià fu ucciso e la sua nave catturata.
Fu un primo decisivo successo.
Ma un altro decisivo scontro si svolgeva fra veneti e turchi all’ala sinistra dello schieramento.
Qui era infatti concentrato il grosso della squadra veneziana, e qui i turchi continuarono lo sforzo maggiore per tentare una manovra di aggiramento.
Comandante dei veneziani era l’esperto ammiraglio Agostino Barbarigo che compì prodigi di valore.
Ma colpito mortalmente all’occhio destro da una freccia turca cadde riverso sul ponte della sua nave.
Non morì subito nonostante l’atroce ferita che gli aveva attraversato la testa.
Gli ufficiali gli furono attorno e lo scongiurarono di lasciarsi portare al riparo, ma egli non volle abbandonare il suo posto in quel momento drammatico.
Continuò a impartire ordini finché non ebbe la certezza della vittoria della sua squadra.
Infine si lasciò accompagnare nel suo alloggio ove si tolse da solo la freccia dall’occhio e si dispose a morire cristianamente.
Gli episodi di coraggio e di valore furono innumerevoli e certamente questa battaglia resta una delle pagine più luminose della storia militare d’Italia non solo perché fu vittoria essenzialmente italiana, ma perché vide almeno per una volta tutti gli Stati italiani veramente uniti.
La battaglia fu decisiva non solo per la storia del Mediterraneo, ma fu anche un successo definitivo contro l’avanzata dell’islamismo, iniziata all’epoca degli arabi.
Significò infine anche una battuta d’arresto dell’avanzata turca nei Balcani a vantaggio delle potenze europee ed in modo particolare dell’Austria.

 

Un secolo più tardi, i turchi tornarono all’attacco, ma non ebbero più, specie sul mare, quello slancio e quella capacità di penetrazione che avevano dimostrato nei secoli precedenti.
Infatti solo il dominio nel Mediterraneo avrebbe consentito loro di portare la guerra in Europa senza essere bloccati dalla minaccia costante di una controffensiva veneta in Dalmazia e dal pericolo che la flotta veneta potesse loro tagliare la comunicazione fra i possedimenti d’Asia e quelli d’Europa nei Dardanelli e nell’Egeo.
Questa minaccia veneziana che si ripetè più volte durante tutto il XVII secolo, rappresentò il vero punto debole di ogni offensiva turca nei Balcani fino all’assedio di Vienna.
Giustamente la grande bandiera che sventolava sull’ammiraglia di Kapudan Pascià fu portata a Roma ed esposta nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
In questa chiesa la grande bandiera turca rimase circa quattro secoli quando arbitrariamente Papa Paolo VI la riconsegnava ai turchi, rinnegando quasi il significato morale di questa decisiva vittoria conquistata non solo nell’interesse dell’Italia e dell’Europa ma anche dell’intera cristianità.
Certo l’Italia democristiana de secolo precedente non poteva segnalarsi in maniera più emblematica che con questa resa della bandiera di Lepanto e il confronto non poteva essere più stridente con quell’Italia del grande san Pio V che questa vittoria aveva voluto e preparato con tanta fede e coraggiosa dedizione.
Il secolo XVI che per l’Italia era iniziato con una serie di guerre che avevano finito per limitare fortemente l’indipendenza degli Stati regionali, si concludeva così con una grande vittoria nazionale che aveva i contorni anche di grande vittoria per l’Europa tutta.
Nel secolo seguente l’Italia non sarà più al centro della grande lotta per il predominio sul continente e le battaglie decisive per i destini d’Europa si svolgeranno in Germania.
Questo Paese prenderà anzi nel XVII secolo il triste ruolo che l’Italia aveva avuto nel secolo precedente.
Saranno qui le guerre di religione a mascherare le ambizioni delle grandi potenze ed a portare la Germania ad un drammatico collasso.
Ma anche per i tedeschi il secolo che si era iniziato con tanti contrasti e tante drammatiche situazioni si concluderà con una grande vittoria nazionale: quella conseguita dagli Asburgo contro i turchi sotto le mura di Vienna.

 

Né va dimenticato che nella grande decisiva controffensiva contro i turchi emergeranno accanto a tanti capitani tedeschi un numero grandissimo di italiani, che lasceranno la loro vita nelle pianure del Danubio per difendere il nord Europa dal secolare nemico.
Chi ne dubitasse legga al museo dell’esercito austriaco-viennese le tavole marmoree dei colonnelli di reggimenti caduti in battaglia e rilevi quanto numerosi siano proprio gli italiani.
Non sarà quindi un puro gioco del destino a porre due grandi condottieri italiani alla testa degli eserciti tedeschi ed europei che si opporranno a questa grande avanzata islamica: il conte Raimondo Montecuccoli e il leggendario principe Eugenio di Savoia.
Queste grandi guerre sul fronte meridionale ed orientale durate due secoli non serviranno solo a tutelare gli interessi nazionali degli italiani e dei tedeschi, ma soprattutto a creare uno schermo meridionale allo sviluppo atlantico e mondiale di nazioni come la Francia, l’Olanda e soprattutto l’Inghilterra.
Fu certo strana ironia della storia e se si vuole vera ingiustizia quella che negherà all’Italia e alla Germania la presenza nei nuovi continenti dopo essere state le protagoniste della difesa dell’Europa contro tanti nemici asiatici.
Questa esclusione era anche più paradossale e ingiusta per l’Italia che tanto contributo aveva dato alla scoperta dell’intero orbe terraqueo.

Paolo Possenti

«Il popolamento dell'Italia» (cap. II)
«Gli Etruschi» (cap. III)
«La stirpe romana» (cap. VII)
«La conquista della Valle Padana» (cap. XI)
«Germani, Cimbri e Teutoni» (cap. XVI)
«L'Impero di Augusto» (cap. XXVI)
«L'esercito romano - prima parte» (cap. XXXIII)
«L'esercito romano - seconda parte» (cap. XXXIII)
«Le province dell'Impero romano» (cap. XXXIV)
«Valentiniano III » (cap. XXXIV)
«I Longobardi (200 anni di storia italiana)» (cap. II 2° vol.)
«Venezia» (cap. IV 2° vol.)
«
Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani» (cap. VII prima parte 2° vol.)
«Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani» (cap. VII seconda parte 2° vol.)
«Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani» (cap. VII terza parte 2° vol.)
«I Normanni» (cap. XI 2° vol.)
«Le Crociate difesa dell'Occidente» (cap. XIV 2° vol.)
«Origine e ascesa di Genova» (cap. XIX 2° vol.)
«La scoperta della terra» (cap. XI 3° vol.)
«Matteo Ricci» (cap. II 3° vol.)
«Bartolomeo Liviani conte D’Alviano»
 (cap. III 3° vol.)

 

 

12/11/2006


storia

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003