LIBRI 2009


 

La Delta Editrice – West Ward Edizioni ha dato alle stampe un nuovo lavoro di Daniele Lembo dal titolo

 

“ALPINI – Dalla nascita del Corpo alla seconda guerra mondiale”.

 


Il nuovo lavoro di Lembo, solo dopo un’apertura dedicata alle truppe da montagna nel mondo, passa alla trattazione della fondazione del Corpo degli Alpini.
Intorno al 1870, il capitano di Stato Maggiore Giuseppe Perrucchetti, insegnante di geografia militare presso la scuola di Guerra di Torino, avviò uno studio teso alla costituzione di reparti specializzati per muovere e combattere in montagna.
L’idea del Perruchetti non nasceva da un’intuizione completamente spontanea, ma si andava ad inserire in un contesto strategico più ampio di difesa dello Stato. Infatti, il “Piano di difesa” che sarebbe stato presentato nel 1871 al Ministro della Guerra dalla gerarchia militare di allora, prevedeva la costituzione di un sistema di fortificazioni a difesa dell’arco alpino. Nel maggio del 1872 sulla “Rivista Militare” comparve uno studio del Perrucchetti inerente la difesa dei valichi alpini. Con lo steso studio l’Ufficiale proponeva un riordinamento militare territoriale della zona alpina la costituzione di un Corpo con caratteristiche territoriali da mettere a guardia dei valichi delle alpi. Tali studi, avrebbero poi tenuto a battesimo gli Alpini, così come li conosciamo oggi.
Il 24 febbraio 1887, un contingente di 500 alpini sbarcò a Massaua, per partecipare alla penetrazione italiana in Africa. Otto anni dopo, il 29 dicembre del 1895, un Corpo di spedizione italiano sbarcava nella stessa località, Colonia italiana del Corno d’Africa. Assieme agli altri reparti, ne faceva parte il 1º Battaglione Alpino d’Africa.
Stranamente, un Corpo nato per combattere in montagna, avrebbe sito il suo battesimo del fuoco in Africa. Gli Ascari, vedendo gli alpini percorrere centinaia di chilometri, portando in spalla zaini pesantissimi, in una terra d’altipiani che avrebbe messo a dura prova chiunque, sarebbero restati stupefatti, indicandoli da quel momento in poi, come i “soldati elefante”.
Nel 1911, il Regno d’Italia avviò la penetrazione militare nelle regioni della Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, allora sotto il dominio turco.
La guerra fu dichiarata ai turchi alle ore 14,30 del 29 settembre 1911 e anche in questo conflitto i soldati con la penna nera sarebbero stati presenti, partecipando ai combattimenti.
Quattro anni dopo, l'Italia denunciava la sua uscita dalla Triplice alleanza e il 24 maggio 1915, dichiarava guerra all’Austria. Perché le Penne Nere, potessero essere finalmente impiegate nella loro sede elettiva d’impiego, dovettero attendere l’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Furono i soldati delle vette e delle nevi, ma anche minatori impegnati nella “guerra di mine” contro gli austriaci.
Dopo l’impegno nella guerra contro l’Etiopia, la partecipazione alla guerra di Spagna e le operazioni di sbarco in Albania, le Penne Nere erano pronte a partecipare alle operazioni della seconda guerra mondiale. Prima di affrontare i fatti dell’utlimo conflitto, Daniele Lembo dedica però un ampio capitolo alla “Scuola Militare Centrale Di Alpinismo”, vera università destinata ai soldati della montagna.

Il 10 giugno 1940, Benito Mussolini, dal balcone di Piazza Venezia, annunciò che era scoccata l’ora fatale. Al momento dell’entrata in Guerra, il Regio Esercito era articolato su 3 Comandi di Gruppi D’Armate (Ovest, Est e Sud), 9 comandi D’armata (1°, 2°, 3°, 4°, 5°, 6°,7°, 10°) e 24 Comandi di Corpo D’armata, di cui uno Alpino, uno autotrasportabile, uno Corazzato e uno Celere. In totale, il l’Esercito, escluse le forze dislocate in A.O.I., aveva alle armi circa 1.700.000 uomini indivisionati in 73 Divisioni. Di queste 5 erano Divisioni Alpine, ordinate ognuna su: 2 Reggimenti alpini, 1 Reggimento artiglieria alpina, reparti del Genio e Servizi.
L’autore, nell’analizzare i fatti della guerra contro la Grecia e la Jugoslavia, dedica ampio spazio al “mulo” e al suo impiego in guerra.
La pubblicistica sull’argomento ha versato fiumi d’inchiostro sulle truppe da montagna del CSIR e dell’ARMIR, spesso dimenticando che gli alpini presero parte anche negli scontri che si svolsero in A.O.I. - Africa Orientale Italiana. Il nostro autore, invece, nel suo lavoro non dimentica del battaglione alpino Uork Amba e del suo impiego nel corso della battaglia di Cheren.

Chiaramente, il giusto peso è dato poi dalla monografia di Lembo al fronte russo. All’invio in Russia, inizialmente, fu destinato un Corpo d’Armata autotrasportabile che il 9 luglio ’41 assunse la denominazione di C.S.I.R. – Corpo di Spedizione Italiano in Russia, che entrò in linea, sul fronte orientale, nell’estate 1941.
I primi alpini ad arrivare su quello scacchiere vi giunsero nel seguente invero, erano gli sciatori delle due compagnie del Battaglione Sciatori Monte Cervino.
Fu nella primavera del 1942 che nacque l’ARMIR, ovvero l’Armata Italiana in Russia, designata come 8° Armata, al cui comando fu disposto il generale Italo Gariboldi. Uno dei tre corpi dell’Armata fu il Corpo D'Armata Alpino articolato sulle Divisioni Tridentina, Julia e Cuneense.
Molti degli autori che hanno trattato dell’ARMIR, rispondendo alle esigenze di una sorte di masochismo tutto nazionale, nel narrare delle vicende delle truppe alpine hanno dato, immediatamente, ampio spazio ai fatti della ritirata di Russia, quasi che quelle truppe avessero combattuto solo ritirandosi. Lembo, invece, nel suo lavoro narra al lettore i fatti d’arme che videro le truppe italiane combattere vittoriosamente portarsi ad attestarsi sulle posizioni del fiume Don.
La monografia, dopo un accenno ai nefasti fatti dell’8 settembre 1943, si chiude con gli alpini del Regno del Sud che combatterono con il C.I.L – Corpo di Liberanzione Nazionale - e con le Penne Nere della Monterosa.
In particolare, un’ampia panoramica è dedicata alla Divisione “Monterosa”, la Divisione di ferro.
Il12 marzo 1944 il gen. Graziani annunciò l’avvenuta ricostituzione di Grandi Unità da combattimento. Erano le Divisioni Littorio, San Marco, Italia e Monterosa. L’ultima di queste era una Divisione Alpina, ed è questa Grande Unità Alpina italiana che, troppo spesso, gli autori dimenticano volutamente.
La Monterosa fu addestrata presso il campo d’addestramento di Munzingen, nel Wurttenberg e gli alpini italiani, non appena giunti in Germania, si resero subito conto di avere a che fare con un sistema di istruzione del singolo soldato e dell’unità da combattimento che era completamente differente dai sistemi piuttosto empirici, tutta forma e nessuna sostanza, usati fino ad allora dal Regio Esercito.
Il 16 luglio 1944 la Monterosa, oramai pronta e addestrata, ricevette in Germania, la visita di Mussolini che passò in rassegna i reparti che la componevano.
Il 20 luglio la Divisione iniziò a muoversi alla volta dell’Italia per essere destinata in zona d’operazioni. Sarebbe stata, inizialmente, dispiegata in Liguria, per poi essere destinata, in buona parte, in Garfagnana, nel settore appenninico. Fu in tale settore che quelli della Monterosa presero parte, nel dicembre ’44, all’operazione “Temporale d’Inverno” che vide le truppe della R.S.I. avanzare nella valle del Serchio.
Chi volesse saperne di più, può richiedere la monografia alla DELTA EDITRICE(tel: 0521 287883).
Si tratta di un elegante fascicolo, di circa sessanta pagine, in carta lucida e con centinaia di foto, come è solito per i lavori proposti dalla Delta. Prezzo di copertina 6,80 euro - Arretrati a 8,30 euro + spese postali
“Alpini” può essere richiesto ai seguenti indirizzi:
deltaed@iol.it - info@deltaeditrice.it


danielelembo@email.it


SEGUE: La premessa alla monografia e un brano tratto dalla monografia relativo al “Mulo”.

PREMESSA
Oggi ho quarantasette anni e i capelli, pochi per la verità, sono già tutti bianchi da tempo.
Anche io, come tutti, sono stato però bambino e della mia infanzia ho, tra gli altri, un ricordo bellissimo e di grande delicatezza. Avrò avuto sette, forse otto anni, e con mia madre e mio padre partimmo per quello che doveva essere un viaggio in un posto lontano. In realtà, la località in cui dovevamo andare non era poi così distante, ma lo era nella fantasia di un bambino che non si era mosso mai di casa. Abitavamo in Costa d’Amalfi e dovevamo recarci a trovare certi lontani cugini di mio padre che abitavano, mi sembra, in Abruzzo. Non ricordo con precisione la località, ma è certo che il viaggio si svolse d’inverno, partendo da Salerno con il treno. Arrivammo nel paese di destinazione che era sera inoltrata e la stazione d’arrivo, i binari, la ferrovia tutta era ricoperta di neve. La mia infanzia è stata fatta di spiagge, scogli, reti di pescatori, barche, tutti pezzi di mare.
E chi l’aveva mai vista la neve.
Il paesaggio di favola, ricoperto di bianco fu un primo momento di incanto. Ci vennero a prendere alla stazione, mentre la neve continuava a cadere. Dopo una veloce cena mi mandarono a letto e, se fosse stato per me, non mi sarei mai addormentato, pur di continuare a guardare quella magia bianca che veniva giù da quel cielo di pece. Giunse il sonno.
Ricordo mio padre che mi svegliava - svelto vestiti…scendi giù, vieni a vedere - .
Di papà c’era sempre da fidarsi e se mi diceva di vestirmi, sicuramente, ne sarebbe valsa la pena. Scesi al piano terra della villetta che ci ospitava e mio padre mi disse – muoviti, vai a guardare alla finestra - .
Tirata via con la mano la patina di condensa dal vetro, li vidi. Una lunga fila di soldati attraversava la strada, camminando nella neve, in un’alba appena accennata. Avevano un cappello di come, io ragazzo di mare, non ne avevo mai visti, con una penna, una sola penna, sopra. Quegli uomini avanzavano lentamente, c’era ancora il buio, ma si intuiva che di li a poco si sarebbe fatto giorno.
- Chi sono?- Chiesi a papà – Daniele ma non vedi sono alpini – ne ottenni come risposta.
Restai lì a guardarli forse per cinque, dieci minuti. Forse vicino a quel vetro passai un anno intero, ma non me ne accorsi. Alla meraviglia e all’incantesimo della neve, si aggiungevano ora quei soldati italiani.
Di uno ricordo il viso con chiarezza. Piangeva e perché piangesse Dio solo lo sa. Provai a chiederlo a mio padre che pure di cose ne sapeva tante, ma mi rispose in modo vago – forse piange per la stanchezza, forse è lontano da casa e soffre di nostalgia…non so -.
La fila dei soldati sembrava finita, quand’ecco che apparve nel buio un animale che mi apparve un essere mitologico, uscito in quel momento dal mio libro sussidiario. Avanzava sbuffando e dalle narici l’aria usciva condensandosi velocemente, tanto che dava l’impressione di espirare fumo. Sembrava avere una forza indicibile. Mi ci volle un po’ per rendermi conto che quello che da lontano mi era apparso essere un mostro uscito dall’inferno, era in realtà un mulo. Ne seguivano molti altri e tutti davano una incredibile sensazione di robustezza e vigore.
Tornai a letto a dormire e il sonno ritornò velocemente e mi avvolse con delicatezza. Ero appena un bambino, ma sapevo cosa fosse la serenità e quegli uomini mi avevano dato sicurezza. Mi addormentai pensando che se c’erano gli alpini li intorno e se questi alpini avevano animali eccezionali come quelli che avevo visto, ebbene, io potevo dormire tranquillo. Ripresi sonno sereno.
Questa monografia è dedicata a quel ragazzo con il cappello e la penna alpina che, in quell’alba d’inverno, avanzando nella neve, piangeva. Chissà dove sarà oggi.

IL MULO
“I muli che tanta parte ebbero, al fianco degli alpini, nella campagna di Grecia e nelle altre campagne di quel conflitto. Non si può trattare degli alpini senza spender almeno qualche parola circa questi favolosi animali.
Tecnicamente, il mulo nasce da un incrocio tra un asino e una cavalla ed è un animale di eccezionale robustezza. Il Regio Esercito impiegava i muli in tre differenti modi: muli da soma, da tiro e per i reparti alpini. I muli da soma, usati dai reparti di fanteria, erano quelli di media statura, con il dorso breve e largo e arti robusti. Simili a questi, ma di costituzione scheletrica più robusta, erano i muli usati dai reparti alpini. Infine, c’erano muli da tiro per le carrette di Battaglione;
Grazie ai muli si poterono trasportare viveri e munizioni ai reparti più avanzati, nelle zone più impervie e con ogni condizione meteo in ogni parte del mondo, dalle ambe etiopiche alle steppe innevate russe, a quaranta sotto zero.
I muli non furono per gli alpini solo animali da soma. Ogni mulo aveva una sua personalità e per ogni conducente, alla fine, il mulo diventava una vero e proprio camerata. Personalmente, ho sentito di conducenti narrare di come gli sorridesse il proprio mulo.
Ma anche come semplici animali da soma ogni quadrupede si discostava dagli altri. C’erano muli che preferivano il carico centrale, ovvero il carico in corrispondenza del centro della groppa, come c’erano muli che preferivano il carico laterale, cioè il carico disposto ai fianchi .
Questi “animali da guerra” si rivelarono utili non solo come portatori, ma dimostrarono anche numerose altre qualità. Come esempio, basta citare le qualità da “topografi” di questi quadrupedi. Quando gli alpini si trovarono a dover costruire strade, caricavano i muli e li lasciavano liberi di scegliere il percorso migliore. La strada avrebbe poi seguito le scelte fatte dall’animale che, immancabilmente, si rivelavano le migliori
Il mulo è stato usato dai reparti alpini fino al 1991, quando è stato sostituito dal motocarrello MTC 80. Il primo era il migliore amico dell’alpino, il secondo solo una macchina che, tutto sommato, non sarebbe neanche riuscito in tutte le cose delle quali era capace l’affidabile animale. “

 


15/09/2009


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