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L'esercito romano

 

Prima parte del capitolo XXXIII del I volume di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

 

L'esercito romano

 

Nella evoluzione storica e statuale di Roma vi è un organismo centrale che riassume in maniera emblematica quelle che furono le virtù e contemporaneamente per certi aspetti i limiti della civiltà romana.
Questo organismo fu l'esercito romano che nella sua lunga evoluzione storica da organismo strettamente tribale e nazionale romano-italico diventa quel grande e composito organismo imperiale organizzato in una milizia professionale altamente qualificata.
Ma sia nell'epoca primitiva che in quella repubblicana o imperiale mantiene delle caratteristiche organizzative e soprattutto spirituali che ne fanno un caso assolutamente unico nella storia dell'umanità.
L'elemento che rimane costante per lunghissimo tempo è il carattere e la composizione umana ed etnica di questo esercito.
A differenza degli eserciti dei grandi popoli conquistatori come gli stessi Germani, i mongoli o gli arabi l'esercito romano fu composto fin dall'inizio in gran maggioranza da una popolazione sedentaria, contadina o cittadina, che non si pose mai come primo scopo dell'attività guerresca l'aggressione dei popoli vicini, la conquista di nuovi territori per l'insediamento di nuove popolazioni o la pura e semplice rapina dei beni altrui o magari degli schiavi o delle donne.
L'esercito romano nasce essenzialmente per esigenze difensive di una popolazione rurale stazionata da tempo nella valle del Tevere ed arroccata per un certo periodo sull'acrocoro montano dei Colli Albani.
Ma pur con queste caratteristiche difensive e con la sua fanteria pastorale e contadina divenne uno strumento di guerra perfetto, capace di operare non solo sul limitato territorio alle porte di Roma o nell'Italia peninsulare, ma anche nei Paesi mediterranei contigui e poi nei vasti spazi di tre continenti contro ogni tipo di Stati o popolazioni.
Al fondo di questa armata, che fu senza dubbio l'elemento centrale e la chiave di lettura della conquista romana del mondo fino allora conosciuto, vi sono alcuni elementi di carattere psicofisico che vanno adeguatamente approfonditi.

 

La stirpe romana primitiva discende da una composizione etnica ariana di origine centroeuropea.
Il nome latino e romano è di formazione relativamente recente e fa riferimento l'uno (i latini) agli abitanti della valle del fiume Sacco (la Vallis Lata, da cui i latini) che discende dai monti Ernici e Albani, l'altro alla città fondata da questi sul Tevere.
Il nome originario di questi popoli era probabilmente quello di Quirischi, parenti stretti dei Falischi fermatisi nell'alta valle del Tevere, nonché degli Oschi e di altre popolazioni italiche giunte in varie epoche ad insediare le valli dell'Appennino centrale.
I luoghi di tale insediamento erano stupendi: ampie foreste di varie essenze mediterranee, ampi laghi di acqua dolce, fiumi e sorgenti abbondanti, colline adatte alla pastorizia e valli ricche di humus e di umidità per l'agricoltura.
Il mare Tirreno allora limpido e pescoso, limitava l'insediamento di queste popolazioni.
Da qui venne forse quel profondo amore dei Romani per la terra da loro abitata, per la valle del Tevere in particolare, per le colline e le montagne di questa regione d'Italia.
Il richiamo costante dei comandanti romani all'amore per la loro terra caratterizzò la psicologia degli eserciti romani per lunghissimo tempo.
L'esercito romano fu concepito parimenti a lungo quale armata a difesa del territorio e ciò si riflette nell'aspetto quasi sempre difensivo e non offensivo delle guerre romane sia nell'epoca antica che in quella repubblicana e persino durante l'Impero.
Questa volontà di essere dalla parte del giusto e non dalla parte dell'aggressore, si rispecchiava nell'epoca più antica in una serie di riti religiosi che accompagnavano le dichiarazioni di guerra. Nell'epoca primitiva la guerra era preceduta da quella specie di scongiuro, o se si vuole di «ultimatum» che, con un rito misterioso, circondato da procedure particolarmente minuziose, precedeva l'invasione del territorio nemico.
Dei sacerdoti si recavano sul confine a scongiurare gli dei e a condannare il popolo avversario alle responsabilità della loro iniqua condotta.

 

Altro punto di questa linea che chiamiamo «difensiva» nella espansione dello Stato romano, si dimostra anche con il rispetto rigoroso e scrupoloso che i Romani solevano dare ai trattati.
Il soldato romano sin dall'epoca repubblicana e oltre era profondamente convinto non solo di difendere la propria terra, cui era particolarmente legato ma anche i propri Lari, la propria famiglia, i propri figli, i genitori e la libertà degli altri cittadini.
In questa epoca infatti la sconfitta militare di uno Stato significa spesso la morte e la schiavitù per i suoi abitanti.
Era la guerra totale, la guerra di selezione etnica che imponeva a tutti i cittadini di una comunità la difesa ad oltranza affidata alla «virtus» ed all'organizzazione dei propri guerrieri.
Da qui nasce la centralità dell'organizzazione militare in tutti i popoli antichi ed in modo particolare nei popoli di origine indoeuropea.
Ma per i Romani non si trattava solo di virtù guerriera, che si esprimeva sul campo di battaglia.
La vita militare era la sintesi della virtù del cittadino che si esprimeva nel rispetto della legge, nella disciplina, nell'ubbidienza ai capi.
Era una mistica che aveva profonde radici naturalistiche e religiose, ma accettata con consapevole dedizione.
E' una dedizione suprema sconcertante, che si rispecchia nella stessa loro religione e nella loro mitologia.
E'strano che sia passato inosservato che il dio della guerra, Marte, simile a quello di molti altri popoli indoeuropei, non è solo caratterizzato con quegli attributi guerreschi ed eroici come avviene presso altri popoli.
Si pensi al dio Odino dei Germani che non è un dio supremo, ma è certo il dio della distruzione e della morte.
Per i Romani Marte, Mars, il dio adorato dai guerrieri «è identico, come si vede chiaramente dalla radice etimologica, a 'mors', cioè alla morte».

Il dio cui si consacravano i guerrieri e le tribù romano-italiche era quindi la morte stessa.

 

Questo culto così cupo e, se vogliamo, così tragico, sta ad indicare però, in maniera emblematica, quale fosse l'atteggiamento spirituale di colui che si consacrava alla difesa della propria patria romana.
Questa serietà che va ben chiamata «mortale» nell'affrontare i problemi relativi all'esercito ed all'organizzazione militare è una caratteristica unica rispetto a tutti i popoli antichi ed anche moderni.
Si può ben dire che anche se popoli guerrieri valorosissimi non sono certo mancati né nella storia d'Europa, né in quella di altri continenti, la dedizione al Dio della morte del guerriero romano, la dedizione totale alla res pubblica in epoca storica più tarda, rappresentata dall'anello di ferro che ogni legionario portava al dito, è un aspetto che ha caratteri veramente di unicità nella storia del mondo.
Quindi due elementi essenziali di carattere spirituale stanno all'origine della coscienza del guerriero romano, del «miles»: la difesa della patria, (dei figli, dei propri Lari, dei propri antenati) e la consacrazione della propria esistenza di soldato alla morte.
Questi due aspetti sono certamente da rilevare per comprendere la dedizione totale degli eserciti romani allo Stato, alla repubblica, ai capi designati legalmente attraverso le procedure stabilite, agli imperatori.
Tutto ciò in maniera diversa secondo le varie epoche, ma la totale affidabilità che ne scaturiva di questi soldati è dimostrata dal fatto che per secoli e secoli di storia insubordinazioni, ammutinamenti, diserzioni, rivolte contro gli ufficiali furono assai rari.
Le stesse guerre civili o le lotte fra imperatori dimostrano l'attaccamento alle istituzioni e le convinzioni motivate di essere dalla parte del giusto e della causa legittima.
Nelle fasi di transizione, logicamente, l'esercito giocò anche un ruolo di particolare importanza politica e solo al momento della crisi della repubblica e per intrinseca necessità in realtà esso si sovrappone alle altre istituzioni dello Stato, senza però completamente sostituirle.
I capi o il capo dell'esercito, l'imperatore, duce dell'esercito vittorioso, diviene spesso la massima autorità dello Stato.
Ma per avere la pienezza dei poteri non basta il governo dell'esercito; ma sono necessarie leggi speciali con le quali vengono attribuiti poteri civili.
La dualità tra potere civile e militare rimane a lungo sempre presente.
In fondo, anche se non mancarono violenti contrasti, nella maggior parte della lunga evoluzione storica di Roma vi fu una pacifica e strettissima collaborazione tra esercito e società civile.

 

Anche le guerre civili non furono contrasti tra società civile e militare, ma nacquero sempre dai due grandi poteri storici di Roma: il Senato, con il suo seguito aristocratico conservatore, ed il potere tribunizio dei «populares», potere di cui si appropriarono in seguito gli «imperatores», in origine capi dell'esercito.
Non vi fu mai un subordinamento totale della società civile all'esercito, né una supina acquiescenza dell'esercito ad ogni decisione della società civile.
Due ruoli distinti ma ciascuno indipendente l'uno dall'altro.
Basti pensare che in epoca imperiale quando per una serie di eventi storici legati all'espansione dello Stato romano prevale a lungo il potere dell'esercito, rimane ben vivo il ruolo del Senato che resta sempre un organo rappresentativo della società civile.
Il rapporto del capo dell'esecutivo, (che era anche capo dell'esercito, e a partire da una certa epoca fu l'imperatore) a volte fu di acerbo contrasto con il Senato ma nella maggior parte dei casi si svolse secondo linee di stretta collaborazione.
Anzi proprio i più grandi tra gli imperatori non cessarono mai di dimostrare anche ostentatamente il loro ossequio al Senato ed al potere civile.
Alla base tuttavia della potenza dell'esercito romano vi fu fin dall'inizio una formidabile organizzazione, una diligenza ed una capacità tecnica sviluppata a tutti i livelli, che raramente ritroviamo presso altri popoli.
Intanto la parola stessa di exercitus viene da «exercere», cioè da esercitare.
Sta appunto ad indicare coloro che si allenavano alla guerra, cioè l'esercito.
Esprime l'insieme dei cittadini che si allenano, che si «esercitano» alla scuola delle armi.
Questa caratteristica dei Romani, che passavano tutto il tempo libero ad affinare le loro arti marziali, anche in tempo di pace, in speciali territori, ad esempio il famoso Campo Marzio, a Roma, non è frequente presso altri popoli.
Anche le piccole città dell'area romano-italica avevano un'organizzazione militare analoga, con lunghissima leva militare obbligatoria ed obbligo agli esercizi militari.
Solamente in qualche altro raro caso storico (come ad esempio Sparta) ritroviamo tale continua ossessiva dedizione all'esercizio fisico e marziale, alla preparazione tecnica ad affrontare le guerre, alla pratica di una disciplina così severa ed assorbente.

 

Questa posizione del cittadino soldato è sempre presente, ma pur ben diversa nella storia dei vari popoli.
Si distingue in particolare dal guerriero in servizio permanente effettivo delle tribù germaniche o delle grandi orde nomadi di tipo mongolico o arabo presso le quali la guerra e la rapina erano la stessa cosa.
L'addestramento militare era presso questi popoli un allenamento pratico sul campo fin dalla fanciullezza, intercalato tuttavia da lunghi periodi di vero ozio.
Non era nulla di paragonabile alla vera organizzazione scientifica dei Romani.

Partendo dal singolo cittadino fino ad arrivare ai ranghi più elevati al sommo dell'esercito, presso i Romani nulla era lasciato al caso o all'improvvisazione.
In particolare l'esistenza presso i Romani di uno Stato Maggiore in servizio permanente effettivo diede fin dalle origini un carattere in qualche modo «moderno» all'organizzazione militare romana, che in Europa ricompare solo nell'epoca napoleonica.
Soprattutto significativa era la formidabile organizzazione cui si affidavano i Romani in caso di guerra, che consentiva all'esercito romano di muoversi su enormi distanze con una forza di penetrazione strategica e tattica rimasta ineguagliata sino ai nostri giorni.
L'organizzazione dell'esercito nella prima fase non differisce in apparenza, dagli eserciti tradizionali tribali delle popolazioni italiche ed europee di quest'epoca.
Era un esercito con leve obbligatorie per tutti i maschi adulti e sani che, entrando nell'esercito, divenivano cittadini romani a tutti gli effetti.
Il servizio militare obbligatorio cui sottostava il cittadino era poi servizio permanente effettivo. Anche se non veniva richiamato alla guerra o per casi di pubblica necessità, il cittadino era obbligato a dedicare un certo numero di giorni all'anno o alla settimana all'esercizio fisico ed alla pratica delle armi.
Il cittadino stesso si procurava e teneva in bell'ordine le armi in casa ed ogni gruppo di tribù era obbligato a fornire un certo numero di uomini: questo sistema durò molti secoli.

Le tre tribù originarie dei Tizi, dei Ramnes e dei Luceres, rappresentano probabilmente le genti originarie di Roma.
I Tizi erano probabilmente il gruppo latino-sabino indoeuropeo, i Ramnes sembrano piuttosto essere qualche gruppo etrusco (che certamente in Roma rappresentavano un elemento importante nell'epoca antica), infine la tribù dei Luceres era costituita certamente dalle popolazioni più antiche del Lazio, abitanti lungo la riva del Tevere cui avevano anche dato il nome.
I Luceres o «Ligures» erano forse anche essi di origine indoeuropea, ma con forti influenze mediterranee, benché la loro lingua rimane uno degli aspetti più oscuri della storia delle grandi stirpi dell'Italia preromana.

 

Ciascuna tribù doveva fornire 1.000 uomini e trecento cavalieri.
Questa organizzazione ci è ben nota.
Da rimarcare è che nella fase originaria il ruolo della cavalleria non aveva quello che noi conosciamo oggi, in quanto il cavallo serviva per spostare soldati scelti rapidamente.
Questi poi scendevano da cavallo e combattevano a piedi.
Solo molto più tardi la cavalleria assunse quel ruolo di massa d'urto, ma presso i Romani non ebbe mai una capacità di penetrazione risolutiva come presso altri popoli, specie a partire dal Medioevo, anche perché i Romani non conoscevano e non conobbero, se non alla fine dell'impero, la staffa, che consente al cavaliere di saldarsi sulla sella del cavallo e di poter combattere usando anche la forza d'urto della bestia.
I cavalieri, tuttavia, poiché dovevano procurarsi e mantenere il cavallo a proprie spese appartenevano, in genere, alle classi più abbienti o ai nobili.
Il titolo di cavaliere in tutta la storia di Roma stette a significare oltre che la funzione militare anche quella di persona particolarmente ricca o importante.
Diviene col tempo un titolo onorifico e tale è rimasto nei secoli fino ai nostri giorni.
Ma il motivo originale è sempre stato lo stesso.
La disponibilità di un cavallo e dei mezzi per mantenerlo rappresentava un chiaro indice dell'appartenenza ad un rango sociale elevato, sia nobiliare che patrimonialmente abbiente.
Il primitivo esercito romano era comandato da un pretore (da praeire), ossia quello che andava avanti: questi da capo militare divenne poi anche un capo civile.
Anche nell'epoca primitiva durante la quale Roma fu un regno elettivo sotto il potere di un capo designato a vita dal Senato, il re ebbe la stessa funzione.
Il «pretore» militare esistette probabilmente anche nell'epoca monarchica, specie durante il periodo in cui i re etruschi erano stati costretti ad utilizzare truppe latino-romane nelle guerre contro i Greci. Il pretore torna a prevalere entro lo Stato contemporaneamente al risorgere della repubblica patrizia dell'epoca latina.

 

Quasi contemporaneamente si verifica il raddoppio dell'esercito tradizionale che viene portato da tremila a seimila uomini, i cavalieri da trecento a seicento in corrispondenza al notevole aumento della popolazione ed anche alle nuove esigenze militari dello Stato.
Questo esercito di seimila uomini e seicento cavalieri veniva chiamato «legio».
Legio voleva dire «lectio», cioè «scelta» di tutti gli uomini validi, fisicamente idonei per partecipare alla guerra.
Questa formazione di seimila uomini e seicento cavalieri divenne la formazione tattica di base dell'esercito romano.
L'unità fondamentale di combattimento della legione rimane poi la «coorte», corrispondente ai circa 1.000 uomini della leva tribale originaria.
Praticamente l'antica suddivisione tattica e numerica dell'esercito fu mutata solo in rare circostanze e sempre con scarso successo come nel caso della battaglia di Canne.
Solo con l'introduzione delle truppe ausiliarie, in genere unità specializzate straniere, l'unità tattica della legione crebbe notevolmente arrivando fino a contare 9.000-10.000 uomini ed oltre.
Ma la fanteria pesante meglio addestrata, cui era affidata la parte centrale del combattimento, rimane sostanzialmente sempre di seimila uomini.
Il reclutamento muta invece notevolmente nelle varie epoche storiche.
Già in epoca repubblicana, con il cambiamento della compagine sociale, nasce l'esercito centuriato, basato sulla divisione in centurie.
Tale divisione era stabilita in base alle proprie ricchezze.
In tal modo, in caso di necessità, o di guerre minori, si poteva più facilmente arruolare la parte della popolazione più abbiente ed in grado di mobilitarsi più rapidamente.
Questo esercito centuriato è l'esercito politico classico della Repubblica con armamento pesante e lungo addestramento.
Un esercito formidabile per preparazione e motivazione ideale.
E' il grande esercito che consentirà a Roma di vincere tutte le guerre intraprese ed espandersi fino alla fondazione di quell'Impero universale che caratterizzerà la seconda ed ultima fase della storia romana.
La «legio» era in primo luogo una scelta degli uomini fisicamente adatti a portare le armi, ma era anche costituita da cittadini che avevano particolari diritti.

Il primo di questi era fondamentale:quello di partecipare alle elezioni delle magistrature.
Infatti a queste votazioni partecipava chi militava o avesse militato nell'esercito.
Nell'epoca antica la votazione avveniva non per alzata di mano, ma battendo un colpo di spada sullo scudo, approvando le proposte con un sì o con un no, senza possibilità di modificarle.

 

Perciò l'appartenenza del cittadino all'esercito comportava sì pesanti doveri, ma anche importanti diritti.
L'inizio della carriera militare di un cittadino era verso i 17 anni di età, con il sopravvenire della maturità fisica.
L'iscrizione alle leve era un atto fondamentale della vita civica ed il servizio militare era obbligatorio per tutti, con pene gravissime per coloro che vi si fossero sottratti.
Ma era un caso più ipotetico che reale, perché il massimo dell'onore per un cittadino era quello di poter militare sotto le armi e nessuna persona in condizione di farlo avrebbe mai rinunciato a questo straordinario privilegio.
L'addestramento normale di un legionario durava circa 6 anni: vi si apprendevano non solo le tecniche del combattimento, ma soprattutto le tecniche del movimento di massa e la strategia sul terreno.
Le manovre sul campo erano infatti una delle caratteristiche essenziali della tecnica militare di allora ed uno dei segreti essenziali delle vittorie romane.
La manovrabilità dell'esercito romano e la sua capacità di adattarsi al terreno fu a lungo strumento fondamentale di vittoria.
Durante i secoli, tuttavia, l'esercito romano fu obbligato a dei profondi cambiamenti tattici.
Non si può inoltre affermare che l'esercito romano in quanto tale fu sempre un esercito all'avanguardia sul piano tattico e strategico.
Pur potendo contare su un elemento umano estremamente addestrato, i capi commisero spesso drammatici errori seguiti da pesanti e sanguinose sconfitte.
Ma questo accadde di rado.
Il servizio militare obbligatorio durava oltre al periodo di addestramento altri 20 anni per cui complessivamente si può calcolare che il cittadino romano era sottoposto al servizio militare con l'iscrizione alle leve per circa 25 anni ed oltre, salvo qualche piccola interruzione per brevi congedi (invano già all'epoca di Augusto i legionari in Germania chiesero la riduzione del servizio a 16 anni!).
L'armamento rimase essenzialmente sempre lo stesso: quello difensivo era composto di corazza, elmo e scudo; il tutto in legno o pelle rinforzata con parti metalliche.
L'armamento offensivo mutò invece varie volte.

 

La spada era corta ed a lama larga ma di grande potenza penetrativa.
Oltre a questa il soldato portava anche un pugnale ed una lancia che solo dopo la riforma di Mario divenne la famosa lancia da getto, il «pilum» che per un lungo periodo fu una specie di arma di riserva anche contro la cavalleria.
Lo schieramento compatto su tre linee - probabilmente tremila uomini si schieravano in tre linee successive - rimase poi una unità tattica romana anche dopo numerosi cambiamenti. Questa massa compatta rassomigliava molto al quadrato degli eserciti greci ed anche di altri popoli indoeuropei.
La prima fila era composta dagli «hastates», portatori di una lancia da getto che mutò di forma e funzioni varie volte attraverso i secoli.
Venivano poi i «principes» che sostenevano il peso maggiore della battaglia.
In ultima fila o in riserva c'erano i «triarii», in genere veterani particolarmente esperti, che entravano in battaglia in caso di grave necessità (res ad triarios redacta est, era una frase tecnica per indicare una situazione di combattimento particolarmente sfavorevole).
Tale schieramento originario subì però un radicale mutamento dopo la schiacciante vittoria dei Galli alla battaglia dell'Allia che annientò questa massa di manovra romana poco mobile ed adatta più alle guerre con altre popolazioni italiche che non a resistere alla carica in colonna o a cuneo della fanteria gallica.
Le popolazioni che avevano introdotto nel combattimento la tecnica del cuneo (che fu poi molto simile al cuneo germanico) con lo sfondamento al centro e l'accerchiamento alle ali, poteva contare come i Galli su una fanteria scelta, composta da nobili ed uomini di guerra appoggiati da carri di combattimento con ruote falcate, destinati a provocare scompiglio in una massa compatta come risultava essere quella della formazione a falange o a ranghi compatti della prima repubblica romana.
Dopo la battaglia dell'Allia l'esercito romano cominciò ad essere più agile sul terreno e si incominciò a sviluppare quella formazione in manipoli serrati ed alquanto distanziati capaci di sottrarsi abilmente alle cariche della cavalleria così come ai carri di guerra o ad altre formazioni  a cuneo.
La mobilità consentì così ai Romani di spostarsi rapidamente e di vanificare questo tipo di attacco frontale volto ad annientare la parte centrale dello schieramento.
In questo periodo vengono introdotti nuovi accorgimenti tattici, come quello di rafforzare, se necessario, le ali dello schieramento, sotto la probabile influenza delle nuove tecniche di guerra greche, come lo schieramento obliquo del famoso Epaminonda.

 

Soprattutto rilevante è la lezione che i Romani dovettero trarre dal confronto con le scuole militari di Alessandro Magno.
Il primo confronto in Italia fu con Pirro che inflisse ai Romani durissime sconfitte, pur pagate a carissimo prezzo.
Continuò nel confronto con molti generali cartaginesi, quasi tutti di scuola macedone.
Lo stesso Annibale doveva a questa scuola molti elementi della sua geniale strategia.
In questo periodo l'esercito romano raggiunge il massimo dell'efficenza bellica e dell'efficenza fisica, collegata in qualche modo allo sviluppo della popolazione romano-italica in questo periodo.
La cittadinanza era stata estesa ad altri gruppi di italici ed anche alle popolazioni alleate.
La possibilità di attingere ad una vasta riserva umana di popolazione particolarmente adatta al tipo di guerra praticata dai Romani consente di creare anche quella specie di fratellanza romano-italica capace di esprimere un poderoso sentimento nazionale fra le varie stirpi.
Fu questo il grande esercito che affrontò i Galli dopo la prima guerra punica, che affrontò i Cartaginesi soprattutto i loro mercenari greci che avevano insegnato a queste popolazioni nord-africane una tattica di guerra tra le più avanzate dell'epoca.
Il confronto bellico con Cartagine ancora una volta fu all'inizio sfavorevole per i Romani.
Annibale seppe in particolare combinare le nuove tecniche militari della scuola di Alessandro Magno, con l'uso al meglio delle qualità guerriere delle popolazioni iberiche e galliche.
I Romani non seppero all'inizio apporre alcun rimedio e dovettero subire perdite gravissime e varie sconfitte prima di adeguarsi alla nuove tecniche di guerra.
L'esercito romano di questa epoca esce dalle sue sconfitte in maniera drammatica.
Si dimostra essere un esercito non solo eroico, ma capace di stupire i suoi avversari, compreso Annibale, più nella sconfitta che nella vittoria.
Era un esercito che rimaneva sul terreno letteralmente fino alla morte.
Annibale sul campo di battaglia era costretto anche contro voglia ad annientare anche la più piccola unità.
L'esercito romano non solo non si arrendeva, ma era caratterizzato da combattimenti fino all'ultimo uomo, fino alla morte di tutti i legionari ed al suicidio degli ufficiali.
 

L’esercito romano - seconda parte  

 

Seconda parte del capitolo XXXIII del I volume di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.
E' un estratto dell'ampio spazio che l'autore dedica all'esercito romano.

 

L'esercito romano

Spesse volte quelli che avrebbero potuto salvare la propria vita non intendevano sopravvivere alla vergogna di una disfatta.
Questa tradizione si mantenne a lungo nell'esercito romano e purtroppo si mantenne anche durante le guerre civili dove fu molto frequente il suicidio non solo dei comandanti in capo ma anche di sottoufficiali e di legionari.
Questa terribile macchina da guerra, che agli orientali parve feroce e sanguinaria perché non lasciava scampo sul terreno di battaglia, seppe spargere il terrore ed il rispetto anche fra le popolazioni nord-europee come i Galli e poi i Germani.
Laddove rifulge, a nostro avviso, la grandiosità dell'organizzazione militare romana nella totale dedizione alla patria ed alla nazione, è probabilmente proprio nella guerra contro i Cimbri e i Teutoni.
La tremenda sconfitta con cui culmina la storia dell'esercito romano repubblicano ad Aurasio, rappresenta anche la massima esaltazione della sua grandezza.
Aurasio fu la tomba non solo del grande esercito repubblicano e di 80.000 uomini. ma anche del patriziato e dell'aristocrazia romana.
I motivi e le conseguenze li abbiamo illustrati in altre pagine.
Sul piano puramente tattico-militare si può dire che l'incapacità dei capi di coordinare le proprie truppe e soprattutto di affrontare senza una preparazione strategica la massa compatta e numericamente enormemente superiore delle tribù germaniche, sono alla base di questa tremenda disfatta.
La vittoria di Mario e delle sue legioni romano-italiche è una vittoria della sua nuova strategia e delle sue innovazioni tattiche, ma anche di una nazione rinnovata dall'apporto di nuove energie etniche.
Vale la pena di ricordare che uno degli aspetti fondamentali della strategia romana e chiave del successo romano anche nella guerra cimbrica fu la tecnica del campo fortificato.
Nell'epoca precedente era stata perfezionata la tecnica della formazione dell'accampamento.
I Romani avevano sfruttato in sostanza quella che era la loro capacità di soldati contadini ed artigiani.
Alla fine di ogni marcia, che era sempre particolarmente gravosa per il carico trasportato a spalla, costruivano un campo fortificato.

 

Si trattava di un'opera di non poco conto perché si doveva scavare un vallo, erigere delle difese in legno o in pietra, spianare il terreno per le tende, preparare tutti gli accantonamenti per i depositi ed i cavalli.
Era un lavoro terribile, che il soldato romano affrontava anche dopo una giornata di enormi fatiche.
Questa tecnica dell'accampamento corrispondeva ad una necessità non solo difensiva ma anche ad una precisa strategia volta a dominare il territorio da posizioni sicure.
La notte era un periodo particolarmente grave per le operazioni in territorio straniero poco conosciuto e a fronte di barbari ben allenati a razzie ed a colpi di mano anche notturni.
La costruzione del campo serviva anche egregiamente nell'allenamento della forza fisica del soldato.
Le popolazioni barbare più guerriere alla fine delle battaglie tendevano a rilassarsi, a banchettare e ad oziare, cercando di godersi il frutto delle proprie rapine e magari dello sfruttamento di un nuovo territorio conquistato.
Questo non era possibile al soldato romano prima di tutto perché questi non aveva con sé le donne, i figli o altri elementi inerti dal punto di vista militare, poi perché era costretto ad una mobilità sconosciuta alle fanterie di allora.
Si trattava spesso di fare 30-40 chilometri al giorno con un peso sulle spalle che poteva variare da 50 a 60 kg.
Il soldato doveva caricare oltre le armi, le provviste ed altri vari strumenti.
A questo si aggiungeva alla fine della giornata la corvè della costruzione del campo.
Un'armata così addestrata, composta spesse volte da soldati ormai arruolati da oltre 10-15 anni, era uno strumento di penetrazione nel territorio nemico di grande efficacia ed una forza operativa combattente terribile solo per l'allenamento fisico che nella battaglia di allora aveva un valore determinante.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio descrisse in maniera efficacissima questo esercito che non era più quello dell'epoca repubblicana, ma che ne conservava ancora molte caratteristiche.
Proprio perché lui stesso aveva combattuto contro i Romani, e dopo una lunga ed onorata lotta vi aveva rinunciato, cercò di far comprendere ai giudei che contro una simile armata la lotta degli ebrei era disperata.
Egli fu violentemente avversato dal suo popolo il quale però pagò caramente questa incapacità di valutare esattamente l'esercito romano.

 

Giuseppe Flavio non aveva né motivi di esaltare Roma, né motivi per denigrare i suoi connazionali, ma intendeva essere estremamente obiettivo.
«
Se si prende - ci dice Giuseppe Flavio - in considerazione l'organizzazione militare romana, si vedrà che essi posseggono questo grande impero come premio del valore, non come dono della fortuna. Infatti non è la guerra quella che li inizia alle armi, né soltanto nell'ora del bisogno essi muovono le armi, tenute prima inoperose durante la pace, ma invece come se fossero nati con le armi nel pugno essi non interrompono mai l'addestramento, né stanno ad aspettare le occasioni di guerra».
Questo aspetto era uno degli elementi più evidenti dell'organizzazione militare romana che non si limitava a mobilitarsi nel momento del pericolo, ma continuava ad essere in buona efficienza anche nei periodi di pace.
Non dimentichiamo che in questa epoca il comandante in capo in quest'area è Vespasiano, cresciuto alla vecchia scuola militare romano-italica.
Egli era originario della Sabina, una delle zone più agguerrite ed ancora più generose nel fornire truppe che ancora avevano le caratteristiche delle vecchie gloriose legioni repubblicane.
Sarà proprio questo imperatore che, resosi conto dello sterminio cui andava incontro la nazione romana con questo sistema di leva spietata, durata per secoli e secoli, finirà per esonerare il cittadino romano dal servizio militare obbligatorio.
L'intenzione di Vespasiano non era di privare i Romani delle armi, ma certamente di favorire la riunificazione delle famiglie e la crescita di una prole numerosa, onde ricreare quella base militare - rurale dell'Italia centrale che era il cuore stesso dell'area di reclutamento dell'esercito romano.
Purtroppo il disegno di Vespasiano non riuscirà a realizzarsi, proprio perché ormai la popolazione dei cittadini romani dell'Italia centrale era ridotta sotto una soglia critica, tale da non consentire una ripresa della decadenza etnica.
Quando si parla di cittadini romani che fornivano il nucleo centrale dell'esercito non abbiamo considerato quelle numerose cittadinanze che già cominciavano ad essere concesse in tutto l'Impero a quei provinciali che militassero nell'esercito romano.

 

C'era infatti l'usanza, già iniziata all'epoca di Giulio Cesare, di concedere le cittadinanze a quanti si fossero arruolati per colmare i vuoti delle legioni.
Questa intelligente concessione consolidò una nuova classe di cittadini dedita completamente allo Stato e consentì altresì la crescita di una nuova e numerosa popolazione che si sentiva romana, benché nata in una nazione diversa.
La popolazione romana originaria dell'Italia centrale non superava ormai il milione di abitanti, mentre i cittadini romani nell'Impero alla fine del I secolo dopo Cristo erano almeno 6 milioni.
La cittadinanza romana venne concessa oltre che per il servizio militare nelle legioni, in alcuni altri sporadici casi, come fecero ad esempio Giulio Cesare oppure Nerone per alcune città greche, ma queste ultime furono praticamente delle eccezioni.
Il caso più clamoroso di concessione della cittadinanza romana ad un'intera nazione e quindi del diritto-dovere di essere ammessi a pieno titolo nell'esercito, sottostando anche ai gravosi oneri di leva, fu quello dei Batavi.
Questa popolazione sassone occidentale abitante alla foce del Reno ebbe la cittadinanza quale premio per la fedeltà dimostrata in una serie di circostanze estremamente importanti ed anche drammatiche per il popolo romano.
I Batavi non solo non si schierarono dalla parte della rivolta germanica di Arminio, durante il tentativo romano di conquistare l'intera Germania, ma furono l'elemento determinante del successo della spedizione romana per la conquista della Britannia.
I Batavi diedero ausiliari non solo particolarmente affidabili ed agguerriti ma seppero colmare i vuoti lasciati dai legionari italici che ormai scarseggiavano sempre più.
I Batavi seppero inoltre dimostrare inusitate capacità politiche nel mantenere tranquillo il resto della Germania.
In questo periodo infatti i Romani ritirarono numerosi presidi, che estendevano la loro presenza fino alla zona dell'Elba, pur mantenendo proprio attraverso l'alleanza batava il predominio nel nord della Germania.
La cittadinanza romana ai Batavi è un premio che giunge opportuno e concede loro un privilegio da considerare veramente eccezionale per la storia dell'Impero.

 

L'intervento del tribuno Civile alla testa delle truppe batave nella guerra seguita alla morte di Nerone dimostra parimenti non una volontà di ribellione contro Roma, ma il timore di possibili atti illegali nei loro confronti da parte dei vincitori.
Le truppe e la flotta romano - batava mantengono a lungo il dominio sul Mare del Nord ed anche il controllo sui Cauci e su altre popolazioni che si estendevano tra l'Elba ed il Reno.
Questa pagina ancora non storicamente approfondita ebbe notevole influenza nella penetrazione germanica dell'esercito romano e nella penetrazione sassone della Britannia già in epoca romana.
Quello dei Batavi fu un popolo che dimostrò capacità di integrazione fra la civiltà romana e quella germanica come nessun'altra nazione di questa stirpe.
Fino ai nostri giorni la popolazione fiamminga e olandese si distingue notevolmente del resto da quella tedesca per questa peculiarità culturale che fu poi ereditata anche dagli inglesi, con vicende storiche diverse, ma che hanno la loro lontana origine in questi avvenimenti.
La presenza di molti elementi germanici nell'esercito romano, già a partire dalla fine del primo secolo deve considerare questo aspetto della presenza batava, che nulla toglie alle caratteristiche strutturali ed all'efficienza dell'armata romana.
Possiamo ritenere anzi che senza dubbio il vertice della vicenda storica dell'esercito romano cade in coincidenza con l'impero di Traiano.
Non fu perciò, come ha ritenuto qualche storico, solo l'esercito repubblicano ad avere virtù così elevate da riuscire in quella impresa eccezionale capace di ridurre il mondo allora conosciuto sotto il dominio di Roma.
Noi riteniamo che il massimo di quelle capacità strategiche romane si rivelò in quel disegno grandioso di Traiano di conquistare l'Asia (Persia ed India) da nord attraverso la pianura sarmatica e da sud attraverso l'Arabia.
Lo Stato Maggiore romano proprio in quest'epoca indubbiamente raggiunge il vertice delle proprie capacità.
Traiano è la massima espressione di quello Stato Maggiore, ma anche di quello spirito di servizio che era la prima virtù di innumerevoli generali romani: coraggio, spietata durezza, grandezza d'animo, ma assieme umiltà, disciplina e patriottismo.

 

Erano ancora le antiche virtù romano-italiche che informavano lo spirito dell'esercito.
Questo spirito, lo ricorda ancora sul finire del secolo lo storico ebreo Giuseppe Flavio.
Sia sul piano tattico che sul piano spirituale egli ce lo descrive con rapidi tratti di rara forza illustrativa.
«
Le loro manovre - dice Giuseppe Flavio - si svolgono con un impegno per nulla inferiore a quello di un vero e proprio combattimento che anzi ogni giorno tutti i soldati si esercitano con tutto l'ardore come se fossero in guerra».
«
Perciò - prosegue Giuseppe Flavio - così affrontano la battaglia con la massima calma. Nessuno scompiglio li fa uscire dall'abituale formazione, nessuna paura li vince, nessuna fatica li abbatte e ne consegue sempre una sicura vittoria contro gli avversari che non sono alla loro altezza».
E qui cade la famosa frase che veramente identifica in maniera emblematica la forma mentis e l'allenamento tecnico dell'esercito romano.
Dice infatti Giuseppe Flavio: «
Non si sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre battaglie incruente e le loro battaglie esercitazioni».
Il concetto di exercitus, cioè del gruppo di cittadini che si esercita per la guerra, non potrebbe essere espresso in maniera migliore.
Non crediamo che nelle parole di Giuseppe Flavio ci fosse una qualche volontà di elogio eccessivo, volta ad ingraziarsi particolarmente qualche capo militare romano.
Forse egli si rivolgeva più ai suoi compatrioti, cercando di far comprendere loro il motivo di un successo militare che non doveva essere imputato a motivi religiosi o di carattere politico o a supposti traditori, come lui stesso poteva essere considerato.
Era la semplice virtù militare, che lui stimava sinceramente.


Vale poi la pena di ricordare altre osservazioni tecniche sempre di Giuseppe Flavio.
E'una testimonianza preziosa e stranamente una delle poche fonti storiche sull'esercito romano.
«
Non è possibile ai nemici di coglierli di sorpresa quando entrano in un territorio. Non vengono a battaglia prima di aver costruito un accampamento fortificato e l'accampamento non lo costruiscono come capita e su terreno disuguale. Tutti vi lavorano con ordine prestabilito. s il terreno è disuguale viene livellato. L'accampamento viene poi impiantato in forma di quadrato ...» e qui segue una dettagliata descrizione del campo che denota la sua centralità rispetto alle operazioni militari.
Il ricordo di Flavio sottolinea poi la quantità di fabbri, di arnesi e di meccanismi per la costruzione del campo e di tutto quanto poteva servire per una strategia mirata non a singole avventure militari, ma ad operazioni stabili e di lunga durata.
In seguito poi molti campi romani si svilupparono persino in grandi città.
Seguendo la descrizione del campo, Flavio ci dice: «
L'interno lo dividono in varie file di tende, mentre all'esterno il recinto presenta l'aspetto di un muro munito di torri a regolari intervalli. In questi intervalli collocano lancia missili, catapulte, baliste ed ogni ordigno da getto, tutti pronti a tirare. Nel recinto si aprivano quattro porte: una su ciascun lato, comode per l'ingresso delle bestie da tiro e spaziose per le sortite degli uomini in caso di emergenza. L'accampamento era poi intersecato da strade che si incrociavano ad angolo retto e nel mezzo si ponevano le tende degli ufficiali, con al centro quella del comandante che assomigliava ad un tempio».
«
All'improvviso - dice Flavio - appare come una città con la sua piazza, le botteghe degli artigiani ed i seggi destinati agli ufficiali ed ai vari tribuni qualora debbano giudicare in occasione di qualche litigio. Tutto ciò che esso racchiude viene costruito in men che non si dica, così sono numerosi gli esperti che vi lavorano. Se necessario all'esterno si scava anche una fossa profonda quattro cubiti e larga altrettanto».

 

Riguardo poi all'organizzazione interna ed alla disciplina ben nota dei Romani, Giuseppe Flavio ricorda: «Nessuno è libero di pranzare e cenare quando vuole ma si rifocillano tutti insieme. Così dalle trombe viene, impartito l'ordine di dormire, dei turni di guardia e di svegliarsi e non v'è operazione che si compia senza comando. All'alba tutti i soldati si presentano ai centurioni e poi questi a loro volta vanno a salutare i tribuni. Insieme con costoro tutti gli ufficiali si recano dal comandante in capo. Questi, come di consueto, dà loro la parola d'ordine e le altre disposizioni da impartire ai loro sottoposti. Comportandosi con uguale disciplina anche in battaglia eseguono celermente le conversioni nelle dovute direzioni in schiera compatta avanzano ed indietreggiano a comando».
«
Prima di partire per una marcia, viene formato lo schieramento, caricate le bestie da soma
e caricate anche sulle spalle del soldato tutte le armi e le varie provviste del singolo
».
Ci dice poi Giuseppe Flavio: «Per
tre volte il comandante rivolge loro nella lingua nazionale (cioè in latino) la domanda se sono pronti a combattere e quelli per tre volte rispondono con un grido tuonante dicendo di essere pronti prima che il banditore abbia completata la domanda ed invasi da un'esaltazione guerresca accompagnano il grido con l'alzare delle destre», cioè con il famoso saluto romano.
«
Di poi si mettono in marcia tutti in silenzio e ordinatamente restando ognuno al suo posto come in battaglia».
E' la famosa disciplina che appare in tutta la sua evidenza ed efficienza.
La disciplina era veramente durissima e non vi è dubbio che era un esercito entro il quale c'era poco da divertirsi o da scherzare.
Dice sempre Giuseppe Flavio: «
Con l'esercizio delle armi non si fortifica soltanto il corpo ma anche l'anima. Si servono non solo dell'addestramento ma anche del timore per mantenere la disciplina. Le leggi puniscono con la morte non solo la diserzione ma anche ogni piccola mancanza. Ancor più delle leggi c'è il timore dei comandanti».
Però i comandanti sono anche amati e seguiti.
Uno degli aspetti che colpiva di più gli antichi era questa lealtà e questa fedeltà verso i capi che pur li sottomettevano a prove durissime e quasi feroci.
Tutto aveva il fine in pace ed in guerra di cementare l'intero esercito in un blocco unico.
Non va inoltre dimenticato il lavoro fisico cui era sottoposto il legionario romano.

 

E' impressionante la serie degli oggetti che egli portava anche durante la marcia.
Così ce lo descrive Giuseppe Flavio: «
Ancora i fanti hanno corazze ed elmi ed una spada appesa a ciascun fianco, quella di sinistra, assai più lunga mentre quella di destra, il pugnale è lungo più di un palmo. Portano inoltre una sega, un cesto, una piccozza, una scure e poi una cinghia, un trincetto ed una riserva di cibo per tre giorni».
E qui Giuseppe Flavio fa un'osservazione che coglie la chiave del successo ed anche del terribile sacrificio cui erano sottoposti i legionari romani.
Dice Giuseppe Flavio: «
Poco manca che i fanti siano carichi come bestie da soma».
Questa frase da sola spiega veramente moltissime cose.
Napoleone stesso diceva che nessuno dei suoi reggimenti avrebbe mai potuto marciare per tanto tempo e con tanta disciplina e con tanto sacrificio come una legione romana.
Questo spirito si mantenne a lungo, ma pian piano, perdendosi l'elemento etnico originario anche questa straordinaria disciplina e compattezza venne meno.
Purtroppo nella storia dell'esercito romano ci sono anche pagine di terribili battaglie tra i Romani stessi.
Ce ne descrive una celebre Sallustio, finita con la morte di Catilina: «
Ma proprio a conclusione del combattimento ti saresti ben reso conto di quanto ardire e di quanto coraggio avesse avuto l'esercito di Catilina… Infatti, più o meno tutti là dove, da vivi, avevano preso il proprio posto di battaglia, quel posto, da morti, ricoprivano col proprio corpo… E quei pochi, che la coorte pretoria aveva spezzato in due, erano un po' più lontano dal posto dapprima occupato, ma pur tutti erano caduti per le ferite avute in petto… Catilina fu poi ritrovato lontano dai suoi, in mezzo ai cadaveri dei nemici, che ancora appena appena respirava, e conservava sul volto la fierezza dell'animo che aveva avuto da vivo… In conclusione, di tutta quella gran copia di soldati, nessun cittadino nato libero fu preso prigioniero né in battaglia né in fuga: nessuno infatti, e senza alcuna differenza, aveva creduto di risparmiare la propria vita e quella dei nemici».
Basti pensare ai 40.000 morti a Munda, o a quelli di Farsalo o più tardi di Bedriaco, per comprendere quale furore e quale determinazione i Romani mettessero nelle battaglie fra loro stessi.
 

L'esercito romano si consolida anche con l'impresa di Traiano: egli fu l'ultimo comandante romano a fare appello a leve di massa nell'Italia centrale e nelle province occidentali.
In seguito l'esercito tende ad avere caratteri stanziali con una sempre minore massa di manovra centrale.
Un esercito posto in posizione difensiva rispetto all'esterno e che riprenderà la offensiva solamente in qualche raro caso.
Da questo momento il controllo dello Stato Maggiore passa da quello dei romano-italici ai provinciali, con una notevole presenza anche di orientali.
Purtroppo la situazione del gruppo dirigente dell'esercito si andò modificando durante il secondo secolo, sebbene l'esercito agli alti gradi rimanesse ancora saldamente in mano romana.
Questo fenomeno si accentuò con Settimio Severio che è un cittadino romano, un coloniale nato a Leptis Magna in Africa, ma proveniente da una famiglia romana e profondamente imbevuto della cultura e delle tradizioni maturatesi in questi territori extraeuropei.
E' peraltro il primo imperatore non nato su suolo europeo.
Seppur dotato di vera grandezza d'animo romana egli è soggetto ad alcune superstizioni orientali che saranno la radice non solo della sua rovina ma anche di quella dello Stato romano durante il III secolo dopo Cristo.
La sciagurata scelta di portare al trono non un valido ufficiale, come aveva previsto in un primo momento, facendo sposare la figlia ad Aquila, bensì ai due figli avuti dalla moglie orientale, figlia di un sacerdote del Dio Bahel, si rivelarono un tragico e drammatico errore, causa prima della crisi dello Stato; si trattava inoltre di elementi completamente estranei alla famiglia romana dei Severi.
L'esercito si riprende l'intero potere con rabbia sotto un ufficiale venuto dai bassi ranghi dell'esercito, Massimino detto il Trace.
Egli stesso non era un cittadino romano al momento della sua entrata nell'esercito.
Aveva però compreso a fondo quelle che erano alcune delle caratteristiche essenzialmente rilevanti da mantenere nell'esercito romano.
Inoltre avendo diretto a lungo i reclutamenti ed essendo stato responsabile del sistema logistico dell'esercito si rendeva conto che era inutile spendere soldi per tenersi buoni i barbari.
Era assai più utile impiegare quel denaro per i soldati e per un sano e coscienzioso addestramento. Sottoponendo a contribuzione, secondo la nuova legge che dava la cittadinanza a tutti, come voluto da Caracalla, anche i senatori, potè ben presto riprendere l'offensiva al di fuori delle vecchie frontiere.

 

Le grandi imprese di Massimino non poterono avere successo poiché il suo tentativo fu stroncato da una congiura ordita dai senatori che erano per la prima volta sottoposti a nuovi sistemi di tassazione.
Il Senato tentava anche di rilanciare l'orgoglio nazionale romano contro gli orientali ed anche contro questo semibarbaro trace, che pure aveva così grandi meriti.
Si apre la tentazione di ricostruire la repubblica con al vertice una specie di consolato formato da due imperatori di estrazione senatoriale.
Con questo tentativo del Senato, di riprendere cioè il controllo sull'esercito ormai non composto più da Romani nel senso tradizionale, nasce la grande crisi militare del terzo secolo.
L'esercito romano, diviso ormai in varie fazioni, prima combatte contro il Senato e poi scatena l'anarchia vera e propria.
Gran parte di quelle qualità che avevano fatto la forza di questo esercito vengono utilizzate per guerre interne.
Naturalmente in questo caos hanno buon gioco alcuni invasori esterni, in particolare i Persiani ed i Goti.
Questi ultimi arrivano al punto di distruggere un esercito romano e ad uccidere un imperatore.
I Persiani catturano a loro volta uno di questi «
imperatori» minori che in questo periodo esercitano il loro potere solo su porzioni di un Impero lacerato in maniera quasi irrimediabile.
Ad evitare la catastrofe finale dell'Impero è però l'elemento centrale dell'ufficialità e dello Stato Maggiore.
Anche in questo periodo rimane un nucleo centrale di ufficiali che con Claudio, detto poi Gotico, sarà capace di organizzare la grande vittoria sui Goti.
Claudio II ed Aureliano riescono rapidamente a stabilizzare la situazione interna dell'Impero e dell'esercito.
Ma non è un miracolo.
E'la rinascita di una nuova ufficialità, che anche se non è più di origine romano-italica, ha la sua radice nello spirito romano che ancora anima vaste regioni dell'Impero.
E' il grande momento storico dei romano-illiri, così simili sul piano etnico e morale ai romano-italici.

 

L'Illiria aveva uno spirito così congeniale alla cultura romana ed una romanizzazione così profonda da identificarsi quasi interamente con le sorti dell'Impero Romano.
E' molto interessante questo passaggio dell'Impero dal gruppo romano-italico a quello illirico.
Per quanto possa sembrare strano queste popolazioni avevano un'importante antica matrice comune e sono queste popolazioni che alla fine costituirono la spina dorsale della nuova autorità romana.
In Occidente l'Impero passerà in mano celtica, ormai però del tutto romanizzati, poi in mano germanica, mentre in Oriente l'elemento romano-illirico si manterrà ancora a lungo.
Anche dopo la tremenda invasione degli Unni, che annienterà la romanizzazione della valle del Danubio dalle comunità romano-illiriche e daciche, nasceranno numerose stirpi imperiali destinate a continuare la storia di Roma a Costantinopoli ed in tutto l'Oriente.
Logicamente la trasformazione dell'esercito in questo periodo è notevole soprattutto sul piano tattico.
La mancanza di uomini fa sì che si tenda a proteggere con vari sistemi ed accorgimenti quelli a disposizione.
Nell'esercito aumentano le unità stanziali ed anche l'esercito centrale viene ricostruito con armamento più pesante.
Sparisce la vecchia daga romana ed entra in largo uso la spada di origine celtico-germanica più lunga e più pesante.
Aumentano le corazzature ed aumenta anche in proporzione la cavalleria pesante per bloccare le scorrerie delle popolazioni nomadi.
La lotta dei Romani contro i Goti sarà all'inizio negativa per la mancanza di una cavalleria pesante adeguata.
Questa lacuna verrà colmata solo lentamente con l'introduzione della cavalleria con la staffa e della cavalleria corazzata sull'esempio persiano, i cosiddetti cavalieri catafratti che preludono al cavaliere corazzato medioevale.
Questa cavalleria pesante si rendeva necessaria per affrontare la cavalleria leggera dei nomadi della steppa, che in quantità sempre maggiore tendeva a varcare i confini dell'Impero e a bande più o meno numerose a compiere delle razzie.
Di importanza sempre maggiore in questo periodo sono gli arruolamenti fra i barbari.
Finché questi vennero inglobati come singoli nella legione ed addestrati alla romana, gli equilibri militari e politici all'interno dell'Impero non si modificarono di molto.

 

Ma quando cominciano gli arruolamenti per intere bande o nazioni che mantengono capi propri ed armi proprie, la situazione cambia profondamente.
Va tuttavia notato che i due eserciti, quello addestrato alla romana e quello barbarico, spesso coesistono, ma con una profonda diversità rispetto alle prestazioni degli antichi ausiliari.
Dopo l'esperienza con i Goti ed il necessario insediamento di questi nei territori resi spopolati dalle invasioni, specie lungo i confini del Danubio, arruolare intere unità nazionali diviene una necessità.
Non si tratta di cittadini barbarici inquadrati nell'esercito romano fino a diventare parte integrante di esso, compresi gli ufficiali superiori, ma di vere e proprie intere nazioni che vengono assoldate per difendere dei tratti del confine.
Si tratta di una grave rinuncia dell'autorità dello Stato romano e del potere centralizzato dell'esercito nei confronti di questi capi barbari.
Anche se questo metodo consentiva una maggiore rapidità di arruolamento e di addestramento rispetto alle formazioni dell'esercito-romano tradizionale, con questo sistema si mantenevano e si riaggravavano profonde differenze di carattere etnico - politico.
Non si poteva fare riferimento ormai ad un esercito romano in quanto tale che, per secoli, anche quando era ormai divenuto una specie di legione straniera, era saldamente in mani romane.
Anche se gli italici non erano più del 10 %, col nuovo sistema viene meno anche questo residuato etnico che rappresentava almeno la continuità romano-italica, specie nei ranghi degli ufficiali. Purtroppo tra gli uccisori di Massimino troviamo un gruppo di ufficiali laziali che probabilmente erano stati convinti dal Senato a ribellarsi contro il potere di quei capi barbari e stranieri .
Le truppe laziali ed italiche erano avverse ai discendenti dei Severi e si vergognavano di imperatori crudeli ed assieme imbelli, di cultura orientale.
Si capisce anche che la ribellione contro Alessandro Severo e la madre, il processo sommario cui questi viene sottoposto e la conseguente decapitazione, rispecchiano un sentimento ed una rivalsa chiaramente nazionale.
Analogamente, nelle varie vicende che accompagnano la lotta tra i successori di Diocleziano, ed in particolare nella vicenda di Giuliano, i romano-italici sono molto presenti come elemento più tradizionalista, legato alla fazione senatoria di Roma, pronta a schierarsi contro Costantino a favore di Massenzio, poi a favore di Giuliano ed infine contro lo stesso Teodosio e Valentiniano.

 

Una delle ragioni per cui Costantino sposterà la capitale da Roma alla nuova sede di Costantinopoli, sarà proprio perché sentiva chiaramente che il Senato romano non aveva ancora rinunciato ad una sua precisa volontà di esercitare un'autorità civile e militare.
L'imperatore temeva il ripetersi di quel lungo periodo di crisi che nel terzo secolo aveva caratterizzato il tentativo del Senato di riappropriarsi dell'Impero e del potere sull'esercito.
Andando avanti verso il periodo delle grandi invasioni barbariche noi vediamo che questa presenza romano-italica è ancora avvertibile e gioca un ruolo di primaria importanza, fino al punto che i capi barbari, pur avendo un ruolo importantissimo e pur essendo divenuti essi stessi non solo capi dell'esercito ma veri imperatori, non osano, però, appropriarsi di questo titolo, proprio
per la presenza di una latente autorità del Senato e del potere civile che si estendeva nell'esercito. L'ultima grande battaglia dell'esercito romano ed anche una delle più grandiose e gloriose della storia, avviene sui campi Catalaunici, a Chalons sur Marne, su quelle colline tanto gravide di storia, dove viene affrontato l'esercito di Attila.
Una battaglia che impegna da parte romana tutte le risorse umane e finanziarie dell'Impero, che non si riprenderà più da questo tremendo sforzo.
Un nucleo essenziale di questo esercito è formato dai Visigoti di Alarico II, che muore nel combattimento, mentre dall'altra parte, nel grande esercito unno, ci sono altre popolazioni germaniche.
La vittoria è ancora un trionfo della tattica e della strategia romana che Ezio, il capo dell'esercito di origine laziale, aveva ben capito ed attuato.
Contro la cavalleria unna era stato decisivo un sistema di fortificazioni da campo, una fanteria addestrata alla maniera tradizionale ed una cavalleria pesante capace di prevalere sui nomadi della steppa.
In tre giorni di combattimenti Attila non riesce a prevalere e dopo aver subito perdite gravissime deve ritirarsi.
L'esercito tradizionale romano esce vincitore da un confronto terribile e provvidenziale per la storia di tutto l'Occidente.

 

La vittoria su Attila ai Campi Catalaunici cambiò la storia d'Europa.
Ma dopo questo grande sforzo lo Stato romano non riuscì più a riportare in campo un grande esercito e i vari comandanti territoriali tendono ad esercitare il potere autonomamente dal centro.
In molti casi riescono a lungo a contenere i capi germanici ed a mantenere l'alta sovranità romana su vasti territori.
Casi celebri sono quelli di Siagrio in Gallia o quelli dei Comes Britanniae che continuano a lungo a combattere contro i Sassoni.
Non siamo più di fronte ad eserciti romani in senso tradizionale, però la tradizione militare romana è sicuramente presente anche in queste aree.
E'una tradizione militare che continua senz'altro anche in Oriente con delle caratteristiche adottate dai grandi generali dell'esercito di Giustiniano, che si basano sostanzialmente su un addestramento e su un tipo di reclutamento simile a quello tradizionale romano.
Anche qui va tuttavia notato che il ruolo dei corpi ausiliari formati dai barbari ha una funzione fondamentale, anzi primaria, per certi aspetti, ma completamente diversa rispetto a quella antica. Però il nucleo essenziale dell'esercito resta romano.
Sopravvivono anche unità speciali delle forze militari.
Per esempio rimane la tradizione romana nella marineria bizantina.
Questa diviene un elemento fondamentale nella difesa che Bisanzio condurrà contro gli arabi e rimane una tradizione che passa ai Veneti ed alle città marinare dell'Italia.
Si può vedere chiaramente che il sistema navale di Venezia ancora per molti secoli rimarrà quello strutturato dai romano-bizantini, sia sul piano tattico, con il tradizionale tipo di nave da guerra, che per il reclutamento, l'addestramento e la strategia praticata.
L'azione della triremi romane è sostanzialmente la stessa della galera veneta.
Il vero esercito romano, in realtà, era scomparso con il crollo dell'etnia romano-italica, e non certo per qualche decisiva sconfitta subita nella sua storia.
In realtà l'esercito romano uscì dalle poche battaglie perdute con più gloria e più grandezza che dalle infinite battaglie vinte attraverso i secoli.
Un paragone tra gli eserciti italiani medioevali e moderni e quello romano non può essere neppure posto.


Teoricamente perché con la fine dell'etnia romano-italica mancò completamente l'elemento umano per produrre una tale armata.
Non è certo però un caso che dalle debilitate e rarefatte popolazioni dell'Italia centrale anche nel Medio Evo nascessero forze militari capaci di opporsi ai Longobardi ed ai Germani e di impedire loro, con le conquiste di questi territori, di unificare l'Italia sotto il loro dominio. Inoltre non è certo un caso che tutti i capi militari ed i condottieri della storia d'Italia (salvo pochissime eccezioni), siano nati o comunque siano generati da parenti nati nell'Italia centrale romana: Lazio, Umbria, Piceno e Romagna (Ager Gallicus).
Da queste regioni ebbe origine anche il concetto di milizia cattolica, tipica del clero romano, per lunghi secoli espresso ai suoi vertici da queste stesse popolazioni, ultime vere stirpi guerriere in una Italia con scarse tradizioni militari.

 

18/10/2006


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