NIGERIA. Attentato all’Agip, per il Movimento del Delta del Niger è
corresponsabile di povertà e inquinamento
di G. D.
Dopo
un periodo di dormienza il MEND (Movement for the Emancipation of
the Niger Delta), in italiano Movimento per l’Emancipazione del
Delta del Niger, ha ripreso i suoi attacchi all’apparato petrolifero
nigeriano.
A finire nel mirino del
gruppo armato è, questa volta, un oleodotto dell’AGIP, compagnia
impegnata nell’estrazione del greggio nella zona, che è stato
danneggiato dall’attacco avvenuto nello stato del Bayelsa.
Questo gruppo, che con
la lotta armata vuole liberare la Nigeria dalle lobbies straniere e
da un governo fantoccio delle multinazionali, si era già in passato
reso protagonista di sequestri di operai, impiegati negli impianti
di estrazione del petrolio, e di sabotaggi agli oleodotti.
Le richieste da sempre
avanzate dai combattenti del Delta del Niger sono per un
risarcimento agli abitanti, danneggiati dall’inquinamento causato
dall’attività estrattiva, e per restituire al popolo nigeriano il
controllo sulle risorse naturali del proprio territorio.
La prolungata attività
dei colossi internazionali del petrolio, principalmente Chevron
Texaco, Shell ed ENI, ha letteralmente distrutto l’ecosistema
dell’intera regione, si stima che dal 1958 ad oggi siano stati
riversati nel Delta almeno 13 milioni di barili di scarti di
lavorazione e bitumi.
La rete di distribuzione
inoltre è basata su un sistema enorme di tubazioni, difficile da
controllare e mantenere in sicurezza, tanto che in molti tratti
queste sono corrose e perdono liquidi, che lasciano sull’acqua uno
strato oleoso impossibile da rimuovere, soprattutto quando entra a
contatto con il terreno, che ne rimane impregnato.
Già da parecchi decenni
l’intera area non è più coltivabile perché il terreno è ormai morto
e quindi una delle poche fonti di sussistenza degli abitanti è
praticamente scomparsa mentre il fiume, l’unica fonte d’acqua, è
ancora utilizzato per lavarsi e bere.
La pesca nel fiume è
ancora possibile, ma il pesce puzza di petrolio, e la gente è
obbligata a mangiarlo comunque per non morire di fame, il che genera
malattie croniche soprattutto nei bambini, che molto spesso nascono
con malformazioni, mentre tumori di ogni genere sono all’ordine del
giorno.
Un’altra pratica
applicata negli impianti, illegale anche in Nigeria dal 1984, ma la
cosa non costituisce un ostacolo, è quella del cosiddetto gas
flaring, che altro non è che l’incendiare il gas estratto assieme al
petrolio ma che non è economicamente redditizio trasportare e
mettere sul mercato, e costituisce circa il 40% del gas prodotto in
Nigeria.
Il gas flaring crea
fiammate altissime che producono quantità enormi di inquinanti,
soprattutto anidride carbonica mescolata ad altre sostanze tossiche
se inalate, oltre ad una indicibile quantità di calore, che rendono
l’aria irrespirabile e l’ambiente invivibile anche a grande
distanza, addirittura le fiamme possono essere viste da satellite,
mentre la Nigeria, con una rete di distribuzione presente
praticamente solo nelle grandi città ed un apparato industriale
quasi inesistente brucia una quantità di gas pari ad un terzo di
quella che si utilizza in tutta Europa. Inoltre non tutto il gas
uscente dalle ciminiere riesce ad incendiarsi, una parte consistente
rimane incombusto e crea irritazioni alla pelle e malattie a chi ne
entra in contatto.
Le manifestazioni
spontanee di protesta contro questo scempio si susseguono da anni,
ma vengono ogni volta represse nel sangue dall’esercito fedele ad un
governo che risponde solo alle multinazionali.
Le compagnie
petrolifere, ogni volta che qualche notizia riguardante la
situazione arriva in Occidente, utilizzano le scuse più disparate
per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica, attribuendo la
colpa dell’inquinamento alle altre aziende estrattrici o millantando
piani di bonifica che nessuno ha mai visto cominciare, anche perché
i costi sarebbero insostenibili anche per società di quella
grandezza.
È proprio per questo
motivo che i gruppi armati resistenti come il MEND godono
dell’appoggio e della simpatia della popolazione locale, che li
copre e li sostiene, in quanto loro unica speranza di ottenere
giustizia.
I giganti del petrolio
che operano nella regione lamentano infatti spesso la poca sicurezza
per i loro operai, pretendendo la presenza di presidi dell’esercito
per evitare sequestri di personale, rapimenti questi che quando si
verificano hanno grande risonanza sui media, che presentano i come
dei criminali. Combattenti che in realtà non hanno mai chiesto
soldi, ma solo il miglioramento delle condizioni di vita di una
popolazione portata alla fame dall’imperialismo occidentale.
Sul Delta del Niger
vivono all’incirca trenta milioni di persone, ma solo una parte
minoritaria è impiegata nell’industria petrolifera, la stragrande
maggioranza ha invece semplicemente visto distruggere a poco a poco
il proprio territorio e scomparire le proprie fonti di
sostentamento. Agli inizi degli anni sessanta, quando ebbe inizio
l’insediamento delle multinazionali, la Nigeria era il maggior
produttore di cacao al mondo, ad oggi la produzione è calata del
43%, quella di grano del 29%, del 64% e 65% rispettivamente quella
di arachidi e cotone (fonte: "Where Vultures Feast: Shell, Human
Rights, and Oil in the Niger Delta" Okonta, Douglas).
Ad ogni richiesta di
questi gruppi, che altro non portano se non la voce di un popolo
oppresso, la risposta delle industrie è sempre stata l’aumento del
personale di sicurezza e le pressioni sul governo per un intervento
più deciso di repressione, ma fermare un movimento sostenuto da
persone a cui è stato tolto tutto non è cosa facile, soprattutto
quando si è dalla parte del torto.
07/02/2012